“La casa e il mondo”: cronaca del dentro e del fuori

La casa e il mondo, Rabindranath Tagore
(Fazi, 2020 – trad. di S. Terziani)

casa-mondoLa storia di ogni scrittore è la storia di un dentro e di un fuori. Prendiamo Dickens: l’attenzione evidente che dedicava alla sua città, al suo Paese. Pare inverosimile credere che non abbia voluto fare un ritratto della società a lui contemporanea, almeno di come lui la vedeva – che non abbia avuto la seppure inconscia ambizione di narrare con dignità ed esattezza da sociologo, sebbene non fosse altro che un cantastorie. Questa vocazione esteriore, potremmo dire sociale, e forse in fin dei conti politica, esiste sempre, nei grandi scrittori, anche quando non è dichiarata, ma è sempre la faccia di una medaglia: di cui il retro è indubbiamente una visione interiore, un fuoco sentimentale, un centro palpitante e intimo, in altre parole un cuore umano.

Non si può raccontare un Paese senza raccontare chi lo abita, non si può raccontare un tempo del mondo senza raccontare un tempo dell’esistenza – di una certa esistenza, della mia, della tua. Ed è così che, per esempio, la fine di un regime, la fine di un governo, la fine di una ideologia, diventano lo sfondo davanti a cui si muove la fine di un amore, la fine di una amicizia, la fine di una solitudine. Perché siamo innanzi tutto parte di noi stessi, prima di essere parte di un gruppo, e la cosa più onesta che possiamo fare è dire com’è il mondo guardato con i nostri occhi e i nostri soltanto.

In narrativa questo vuol dire, banalmente, scegliere un punto di vista. Se partiamo dal presupposto che la realtà in sé non esiste ma ciò che esiste sono diverse percezioni, allora il lavoro dello scrittore diventa un lavoro nobile nella sua umiltà: non l’ambizione ingenua di raccontare un quadro d’insieme oggettivo, incontrovertibile, ma la scelta di posizionarsi in un dato punto di una mappa infinita, di occupare solo quello, di occuparlo al meglio. Calarsi nei panni di. La storia di ogni scrittore, quindi, è la storia di una rinuncia: a tutto quello che non racconterà. La storia di ogni scrittore è la storia di un fazioso.

Il titolo del romanzo di Tagore vale già di per sé a raccontare questa eterna tensione; La casa e il mondo: i luoghi del dentro e del fuori, i mutui scambi che li tengono uniti. Tagore, primo scrittore non occidentale a vincere il premio Nobel per la letteratura, racconta un triangolo amoroso che è anche un triangolo politico – la storia di tre intimità che è la storia di un Paese – scegliendo una tecnica pienamente modernista: si colloca nella testa dei tre personaggi e dà corpo ai loro pensieri, ai sentimenti, al perché delle loro azioni: dipinge con pazienza, empatia, coralità, l’anatomia di ogni loro contrasto.

La trama stringe la mano alle vicende politiche dell’India dell’inizio del secolo scorso. La lotta contro l’imperialismo britannico. Il nazionalismo, l’idealismo; la tolleranza, la violenza. Tutte le dicotomie sono incarnate con forte allegorismo in due personaggi, due uomini – Nikhil e Sandip – i quali trovano però il vero scopo narrativo nell’orbitare intorno a una donna, Bimala: sposata con uno e affascinata dall’altro. Bimala, forse il vero protagonista del romanzo, forse il personaggio più autenticamente umano e palpitante – una donna che, schiacciata tra due visioni del mondo, in un modo o nell’altro trova se stessa.

Siamo nel 1916, Mentre morivo di Faulkner uscirà solo quattordici anni dopo. E nonostante ciò questo romanzo di Tagore ha una costruzione estreamamente contemporanea, nonché una lingua abbastanza asciutta, intima e scorrevole (merito, va sottolineato, anche della nuova traduzione di Sabina Terziani). Una costruzione e una lingua che tengnono conto di per sé, indipendentemente dalla trama e dai personaggi, dello scostamento a cui si accennava: della presa di coscienza di un fallimento cognitivo – l’uomo non sa niente di niente, neanche di se stesso, può cercare di dire solo come si sente.

Certi passaggi mi hanno ricordato le atmosfere di I figli della mezzanotte, oppure i punti più lirici della scrittura di Gabriel García Márquez. Bimala che sfiora i piedi del marito quando è addormentato. Bimala che sostituisce i vasi della casa. Bimala che pensa, Bimala che si strugge, Bimala che non capisce. Passioni, ideologie, emozioni. Il tutto tenuto a bada, naturalmente, da una certa acutezza, l’intelligenza dei grandi narratori: e qui mi viene naturale pensare che lo scrittore contemporaneo più vicino a questo romanzo sia, per certi versi, Orhan Pamuk – sempre in bilico tra calore letterario e ingenuità, tra impegno civile e voli della fantasia.

La casa e il mondo è insomma un’opera piena di parole, piena di sentimenti, a volte forse troppo – e di sicuro a leggerlo oggi corre il rischio di sembrare più un documento storico e filologico che un romanzo vero e proprio. Eppure sta lì a ricordarci ancora una volta la missione più autentica che uno scrittore possa assumere: non ridurre mai la realtà a una generalizzazione, ma misurarla sempre con i dettagli, con le piccole cose che fanno una esistenza; tieni insieme la società e il tuo cuore, i dolori di tutti e i dolori di uno, la casa e il mondo, il dentro e il fuori.

Pierpaolo Moscatello

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