“Mattino e sera”, o: della vita pensata

Mattino e sera, Jon Fosse
(La nave di Teseo, 2019 – Trad. di M.P. Heir)

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Jon Fosse è uno scrittore norvegese. È un uomo di mezza età con questa lunga coda di cavallo bianca, gli occhiali e lo sguardo da artista scalognato. Ogni anno si fa il suo nome per il Nobel. Ogni anno non lo vince. Da noi non lo conosce nessuno: fatta eccezione per un paio di romanzi usciti anni fa per Fandango e qualche libro di teatro pubblicato da piccoli editori indipendenti, non lo troverete in nessun catalogo, certamente non in quelli dei marchi editoriali più grandi. C’è una ragione. Una ragione c’è sempre.

Adesso La nave di Teseo ha portato in Italia Mattino e sera, edito in lingua originale nel 2000. È un romanzo esilissimo. In copertina c’è un quadro di Peder Balke – norvegese anche lui, romantico –, un paesaggio di mare, una barca di pescatori. Aprendo il libro troviamo subito lo stesso clima sospeso di quell’immagine: non c’è, a vista d’occhio, nemmeno un punto. Le parole vanno a capo, i dialoghi sono incolonnati, la geografia classica delle pagine dei romanzi è rispettata. Ma i punti? I punti non ci sono.

La narrazione si compone visivamente come un flusso, prima ancora che riusciamo e decifrarne il contenuto. Come il mare. Non ci sono punti fermi, tutto scorre liquido, senza direzione. Impossibile leggere questo libro fermandosi e ricominciando in un altro momento: non è pensato per quel tipo di esperienza; vuole che vi immergiate dentro – prendete fiato all’inizio, trattenetelo fino alla fine. Potrà essere sfiancante, ma al mare non interessa. Non si accorge neanche di voi, sta lì e vi tiene in superficie.

Questa è la storia. Johannes nasce. Stacco. Johannes muore. C’è un salto temporale lungo una vita intera, l’esistenza ordinaria di un pescatore del nord, con moglie e figli, che si intuisce tra le righe, senza essere raccontata. L’attenzione si focalizza sui sentimenti di quest’uomo nel momento in cui viene al mondo – i pensieri disarticolati di chi ancora non sa nominare ciò che sente: “e poi l’urlo chiaro e nitido è chiaro e nitido come una stella e poi come un appellativo un significato un vento questo respiro un respiro tranquillo e poi calma calma movimenti tranquilli e il panno morbido e il biancore non così vecchio” –; più tardi, sui sentimenti di quest’uomo nel momento in cui muore: la stupefazione di un nuovo passaggio, dell’intercapedine che c’è, stavolta, tra vita e morte.

Si può dire che parla di questo, Mattino e sera. Della stupefazione, che non è mai adulta, all’inizio come alla fine della vita. Ciò che conta, però, è l’assenza di metafisica: Fosse non ha intenzione di raccontare più di quello che ciascuno di noi già sa. Si limita a registrare i pensieri, come un sismografo, nel modo più fedele possibile; ed è abbastanza impressionate il grado di identificazione che riusciamo a trovare con i percorsi della mente più quotidiani e inconsci di Johannes. La comprensione che abbiamo del suo spaesamento quando afferma, nel giorno della sua morte, che gli oggetti intorno a lui sembrano avere una consistenza diversa.

Se esiste una scrittura introspettiva non può che essere questa: una scrittura che si ferma a raccontare ogni passaggio da una sensazione all’altra, i salti rapsodici che il cervello compie tra i vari imput ricevuti, l’oscillazione senza controllo tra i ricordi e il presente. È, a seconda di come lo si vuole vedere, il modo migliore o il modo peggiore di fare narrativa. Mentre leggiamo quella lunga sequenza in cui Johannes fuma e beve il caffè, osservando per pagine tutti i movimenti insignificanti che fa nella sua piccola cucina e i discorsi sconclusionati con se stesso, può capitare – a me è capitato – di pensare: ma che me ne frega. Questa visione radicale della letteratura, come ogni visione radicale, rischia di farsi impossibile da comprendere per chi non ha tempo o non è disposto a fermarsi lì più del necessario a decifrarla. Normale che Fosse non sia apparso nelle nostre librerie finora: difficile venderlo anche a un pubblico di lettori forti.

Ma una cosa meravigliosa, una cosa indiscutibilmente bella in questo romanzo c’è: ed è il modo in cui Fosse mette in scena la morte. Il presente di Johannes, negli attimi in cui sta lasciando la vita terrena, diventa onnipresenza di tutti i momenti del passato. Il tempo si scompone – è possibile incontrare una ragazza che anni prima ha ignorato la nostra lettera d’amore, è possibile rivedere una moglie morta, i figli da bambini, sé stessi nelle varie sfumature assunte. Tutto questo, stavolta, in modo assolutamente ben strutturato, leggibile. Non c’è un altro romanzo, secondo me, che racconta meglio il flusso immaginario e scomposto dei tempi della vita quando li pensiamo. Vale la pena, almeno per questo, prendere fiato e provare a tuffarsi.

Pierpaolo Moscatello

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