La “Libertà grande” di Julien Gracq

Libertà grande, Julien Gracq

(L’orma Editore, 2021 – Trad. Lorenzo Flabbi)

Ci sono scrittori che amano le parole in modo talmente estremo da arrivare a chiudersi in un profondo silenzio. Essi rifuggono tutto ciò che vi è di mondano nella cultura: i salotti letterari, i premi, le presentazioni e via dicendo. Lo scrittore francese Julien Gracq, pseudonimo di Louis Poirier, apparteneva a questa silenziosa schiera di autori – che in verità è molto più numerosa di quanto non si creda. Vicino ad André Breton e ai surrealisti, adoratore di Rimbaud, Gracq rifiutò il Premio Goncourt assegnatogli nel 1951 per La riva delle Sirti per evitare proprio quel chiacchiericcio culturale che trovava insopportabile.

L’orma Editore, che si sta occupando di riportare in Italia l’opera di questo grande autore, ha di recente pubblicato Libertà Grande, libro costituito da una cinquantina di prose poetiche pubblicate nel 1946 e arricchite durante il ventennio successivo. La traduzione di Lorenzo Flabbi ci restituisce in italiano quello che è un libro pressoché perfetto, nel quale forma e contenuto si compenetrano in quel modo che è proprio solo delle grandi opere. Ciò grazie ad un labor limae ossessivo: lo scrittore francese levigava le parole fino a renderle luminose, con un’attenzione maniacale per lo stile, per la ricerca della frase perfetta.

In queste brevi prose Gracq racconta dei suoi viaggi al Polo Nord, nelle Fiandre, sul fiume Susquahanna in America, ma anche dello sguardo di una donna enigmatica, di giardini pensili, di una giornata in tribunale: insomma, tutto ciò che lui stesso definisce un ‹‹andare inconcludente››. Eppure queste peregrinazioni un senso ce l’hanno, ed è nel loro condurre a rivelazioni vere e proprie, in cui l’Io giunge a fondersi con il paesaggio al punto da sentire il proprio essere allo stato puro.

‹‹È in noi che il momento presente, in un luogo sparuto del pianeta, realizza e conserva la sua totalità, e finalmente basta a se stesso – un altrove non esiste più – un altrove non è mai esistito – ogni cosa è in comunione perfetta con quanto è a essa permeabile; ci si sente, qui, quando tutto sta per essere assorbito, una goccia tra le gocce, nell’istante che subito precede il suo tornare a essere dissolta nella morbida spugna della terra.››[1]

Libertà grande è un libro inattuale, assolutamente lontano da quella scrittura che immediatamente si comprende, che ci coinvolge subito. La prima lettura è quasi respingente, ed occorrono diverse riletture per entrare in queste pagine, che richiedono tempo e lentezza; esse sono come partiture stratificate, le cui parole rare e ricercate mi hanno condotto – perché nasconderlo? – a fare appello ben più di una volta al vocabolario. Questo sforzo viene ampiamente ripagato dall’immersione in un mondo inedito, che finalmente ci affranca dalla quotidianità, dal già letto e già visto. Come un libro di poesie, Libertà grande non si legge: si esperisce.

Gracq utilizza il linguaggio in modo scientifico e rigoroso, in particolare quello geografico. Nella sua vita da Louis Poirier fu insegnante di storia e geografia, e difatti egli non è che un geografo della scrittura: in queste prose tutto si fa paesaggio, persino un soggiorno con tanto di suppellettili e fotografie d’epoca. I periodi complessi con le loro subordinate sono fiumi con i loro affluenti, mentre le immagini fulminanti (come: ‹‹Su di me si chinavano i volti degli alberi come la macchia rosea di un viso che si curva sul letto di un malato››[2]) stabiliscono relazioni inaspettate tra le cose, che permettono di vedere con gli occhi di chi è dotato di una immaginazione inesauribile.

Il surrealismo di Gracq è al servizio di un profondo realismo: quelle che ad un primo sguardo sembrerebbero immagini arbitrarie riescono in realtà a dare concretezza al discorso, a rendere vivide le esperienze descritte. Non credo ad esempio che esistano descrizioni della nostra corporeità più precise dell’incipit del brano intitolato Written in water:

‹‹Certo, è dura essere condannato a questa maledizione della densità. Questo corpo come un otre piombato, putrescente quanto tutto ciò che ha un ventre, e tutta l’umana schiavitù va a concentrarsi in una parola che decapita le stelle, la più risibile, la più clownesca di quelle racchiuse nel linguaggio, gravitare[3]››

Ad emergere in queste pagine è la verità del linguaggio, la sua possibilità di corrispondere esattamente alle cose. Grazie alla sua scrittura perfetta Gracq non parla di qualcosa, ma riesce miracolosamente a parlare con le cose. Ed è proprio questo suo inveterato rigore a donargli libertà. Tutto ciò è lontano anni luce da quello che avviene nel linguaggio quotidiano, in cui le parole vengono ripetute ossessivamente: depauperate del loro senso, esse diventano solo decorazione e vezzo. E forse aveva ragione il filosofo Gilles Deleuze quando sosteneva che parlare è sporco, mentre scrivere è pulito[4].

Giacomo De Rinaldis

[1] p. 143.

[2] p. 115.

[3] p. 32, nel testo l’ultima parola è in corsivo.

[4] L’affermazione si trova ne L’Abecedario di Gilles Deleuze: lettera C come cultura, visibile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=D9s4ub2tjLA&list=PLiR8NqajHNPbaX2rBoA2z6IPGpU0IPlS2&index=3

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