In equilibrio sul confine fra vero e falso

Il confine, Silvia Cossu
(Neo edizioni)

Se c’è una lezione insegnataci dal nostro tempo è quella sulla labilità del confine fra vero e falso. Per quanto alla fine ci siano sempre un “vero” e un “falso” oggettivi, abbiamo imparato a capire che ai fini delle scelte che compiamo, nella maggior parte dei casi hanno poca importanza, e a contare davvero sono la verità e la falsità relative. In un certo senso, Il confine di Silvia Cossu (NEO Edizioni) ruota attorno a questo tema.

La protagonista, scrittrice di cui non viene mai rivelato in nome, dopo un’esperienza da romanziera si guadagna da vivere come ghostwriter, scrivendo per lo più biografie di personaggi illustri, o non più così illustri. La sua professione non è causale. È un lavoro che con la verità intrattiene un rapporto complesso. Innanzitutto, per le sue caratteristiche intrinseche: il ghostwriter lavora di nascosto, non firma il libro che ha scritto, la sua presenza nell’opera è velata; mentre il senso originario della verità, l’etimologia dell’aletheia greca, è proprio lo svelamento. Ma in secondo luogo, per ammissione della stessa protagonista, chi scrive su commissione ha anche spesso a che fare con la “vanità” del committente, e la vanità non è che un modo di giocare con la verità, di adombrarne alcuni aspetti per esaltarne altri.

Il romanzo racconta la storia di uno degli incarichi professionali assunti dalla protagonista. Il committente è Mosco, psichiatria di successo, precursore in Italia delle rivoluzionarie tecniche della terapia breve. È un personaggio enigmatico e sfuggente, non solo per noi lettori, ma anche per la protagonista. Sebbene sia lei la ghostwriter, è lui quello che appare e scompare. È lui a possedere una consistenza effimera e a tratti fantasmagorica.

Anche la professione di Mosco non è casuale. Psichiatria e psicoterapia sono temi centrali del romanzo, il quale, in un certo senso, potrebbe essere letto come il resoconto di una ricerca quasi accademica, uno studio in forma di narrazione. Il confine del titolo non fa riferimento soltanto alla demarcazione che esiste fra vero e falso, ma anche a quella che c’è fra il conscio e l’inconscio, fra il detto e il non-detto, fra l’accettabile e l’inaccettabile. Le terapie brevi che Mosco va a studiare in California si fondano proprio sul principio per il quale il ruolo del terapeuta sia fare i conti con questo confine, senza temere di superarlo. Il terapeuta deve parlare all’inconscio con il linguaggio dell’inconscio, un linguaggio che sia subliminale e simbolico. D’altra parte, tanto le descrizioni della terapia breve, sia nella teoria che nelle possibili applicazioni, quanto i frequenti rimandi alla psicomagia di Jodoroswky o la contestualizzazione del turbolento panorama psichiatrico italiano della seconda metà del Novecento dimostrano una conoscenza del tema che non può provenire soltanto dallo zelante documentarsi dell’autrice. Si nota alla base della scelta di trattare questo tema un’esigenza autentica, una sorta di impellenza.

In un curioso rapporto speculare fra forma e contenuto, anche lo stile ha tanto a che vedere con il subliminale e l’inconscio. La protagonista, nella forma dell’io narrante, ci apre spesso le porte del suo flusso di pensieri, condivide con il lettore dubbi, supposizioni e suggestioni. Inoltre, non ci consegna soltanto le chiavi del suo inconscio, ma anche del subconscio, raccontandoci i suoi sogni, impastandoli con la veglia, restituendo spesso un unico quadro confuso, che è coerente proprio in virtù di questa confusione.

Verità, vanità e terapia non sono però gli unici temi del romanzo. Ce ne sono altri, strettamente correlati a questi, che ricorrono lungo tutta l’opera. Fra tutti, è il tema del denaro che contribuisce maggiormente alla coerenza tematica, narrativa e simbolica del testo. È per soldi che la protagonista fa il lavoro che fa; i soldi hanno un ruolo fondamentale, in termini di valore da attribuire alla cura, nelle terapie di Mosco; i soldi sono donati, guadagnati, sottratti, attesi e pretesi per tutto il corso del romanzo. Da questo punto di vista lo scambio materiale fra Mosco e la protagonista è il contraltare dello scambio emotivo.

Altro tema fondamentale è il sesso, condensato quasi per intero nel personaggio di Irma, eccentrica regista pornografica con cui la protagonista si ritrova ad avere a che fare. Il sesso è rilevante in quanto tabù, e non è un caso che si declini spesso nei termini del porno. Il rapporto con il sesso è il rapporto con il desiderio, con la paura del desiderio, con la resistenza al desiderio e con tutto il turbamento che può derivare da questi elementi.

Il punto di forza del romanzo è indubbiamente la trama. La struttura è ben congeniata, ogni svolta narrativa è al punto giusto, ma allo stesso tempo non manca la sperimentazione. Il fatto che la protagonista stia a sua volta scrivendo un libro comporta che alcuni capitoli sembrino proprio parti di questa biografia, o appunti necessari a scriverla. Tutto il romanzo è pervaso da un’apprezzabile atmosfera di metanarrazione, favorita anche dal fatto che quando la protagonista racconta la vita di Mosco cambia il tono del romanzo. In questi casi, l’autrice riesce a scomparire per intero e la sensazione di essersi calati a un livello più interno di narrazione è vivida.

Anche i colpi di scena, per quanto a volte si possano pure a prevedere, riescono sempre a sorprendere. Questo avviene perché né il livello superficiale (la storia di una ghostwriter che deve scrivere una biografia) né il livello più profondo (la biografia in sé) sono il punto focale della narrazione.

Il nucleo della storia è probabilmente l’attività mentale della protagonista, il suo rapporto con la scrittura e quindi il suo rapporto con la verità. È già chiaro dall’unica grande richiesta che le pone Mosco all’inizio del loro rapporto professionale: ricercare sempre la verità, anche a costo di andare contro la volontà dello psichiatra stesso. Tutti i personaggi da una parte sono concretissimi, possiedono la loro verità oggettiva, dall’altra contano qualcosa soltanto alla luce della loro relazione con la protagonista. Alcuni personaggi, come Claire, giocano un ruolo addirittura senza mai entrare in scena. Non esiste nulla, se non alla luce di uno specifico e privilegiato punto d’osservazione. In questo senso, Il confine ricorda le sceneggiature di Charlie Kaufmann: ci sono lo scrivere dello scrivere di Ladro di orchidee, il viaggio nella mente di Se mi lasci ti cancello, la relatività della percezione e le proiezioni psicologiche di Sto pensando di finirla qui.

Tuttavia, la scelta di una narrazione a più livelli che si fondono fra loro rappresenta allo stesso tempo quello che potrebbe apparire come il difetto principale del romanzo. In alcuni frangenti, forse proprio negli snodi principali, si sente la mancanza di un punto fermo. Narrazione, protagonista e lettore procedono in equilibrio sul confine fra vero e falso. Questo produce una confusione che, se per la protagonista è narrativamente coerente, per il lettore è a tratti disorientante.

Ma il romanzo in fondo tratta proprio di questo disorientamento, ed è dunque inevitabile che anche il lettore lo sperimenti. Probabilmente è sufficiente lasciarsi coinvolgere dallo smarrimento, accompagnare la protagonista lungo il cammino in equilibrio sul confine, per arrivare a scoprire che nulla è vero e tutto è vero.

Giuseppe Vignanello

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