Vite che non esistono: sull’autobiografia femminile

L’evento della scrittura, di Sara Durantini
(13Lab, 2021)

Il mio primo incontro con Annie Ernaux è avvenuto tra le pagine di Passione semplice, l’opera in cui la scrittrice francese disseziona l’ossessione fisica e mentale che l’ha unita per un periodo ad un uomo a cui non importava granché di lei. Ricordo di aver provato una sorta di ritegno per quel mettersi a nudo, un pudore per il coraggio di raccontarsi che, mi sembrava, traspariva forte e chiaro dalle pagine che avevo appena letto.

Ho lasciato Ernaux da parte per un po’ e qualche tempo dopo ho letto Memorie di ragazza. Quella volta non ho provato nessuna vergogna trasposta, non ho pensato che ci fosse alcun tipo di coraggio nel progetto che avevo tra le mani. Raccontarsi – ora mi sembrava chiaro – è per Ernaux un’impellenza improrogabile, un mezzo per costruire un’opera che non ha niente a che fare con la morbosa esposizione di un’intimità, ma mira alla chirurgica trasposizione della vita in arte.

Da questa evidenza parte L’evento della scrittura, il saggio di Sara Durantini edito da 13Lab che esplora le declinazioni dell’autobiografia femminile in tre capisaldi della letteratura francese: Colette, Marguerite Duras e la stessa Annie Ernaux. Partendo dal suo rapporto personale con l’opera delle tre autrici, Durantini traccia un percorso che abbraccia tutto il Novecento e che individua l’autonarrazione come mezzo per  costruire un linguaggio condiviso della femminilità.

Il punto di partenza è Colette: la burrascosa biografia della rivoluzionaria autrice offre a Durantini l’occasione per introdurre uno dei fondamentali punti di contatto tra le autrici da lei selezionate: la mancanza, intesa sia come angoscia della privazione – per Colette, in particolare, questo sentimento nasce dal conflittuale rapporto con la madre – sia come assenza di un linguaggio adeguato a raccontare tale angoscia.

Nella prefazione, Durantini esprime l’intenzione di compiere un «viaggio oltre la carne»: e infatti, per trovare le parole adatte a raccontare la mancanza, è necessario partire dall’ascoltare il proprio corpo, cercandovi le parole che il mondo esterno non è in grado di fornire. Scrive Durantini: «Colette riconosce di aver vissuto una vita intensa e audace portandone i segni sul corpo». Questo le permette di creare una «parola nuova, che affonda le radici nel fango della scrittura». Per la prima volta in Colette, dunque, la vita diventa subordinata all’esigenza di renderla letteratura: vivere non è il fine, ma il mezzo per creare. Per acquisire un senso, la vita deve farsi esperimento artistico e fornire gli strumenti per scrivere.

Una mancanza interiore e profonda è il punto di partenza anche di quella che Durantini definisce la «recherche» di Marguerite Duras: l’autrice usa le parole per trasfigurare i suoi ricordi e la realtà, tanto da scrivere ne L’amante «La storia della mia vita non esiste». Duras intravede la sfida linguistica che le impedisce di raccontare i suoi amori e la sua esistenza con il giusto nome, la accoglie e «ferma sulla carta la sua verità»: la scrittura smette di essere un semplice gesto e diventa un evento.

Questo passaggio è la chiave per passare il testimone ad Annie Ernaux, un’autrice tanto straordinaria da meritare il conio di un nome a sé per il genere letterario da lei creato: l’autosociobiografia. La scrittura lucida e fredda di Ernaux debella dal racconto della propria vita ogni traccia di sentimentalismo o lirismo. Nella sua opera, «lo sguardo etnografico deve applicarsi all’esperienza amorosa». Il percorso iniziato da Colette e proseguito in Duras trova dunque qui il suo culmine: l’arte si è fatta altro dall’artista, l’evento della scrittura è diventato una «rivelazione del vero».

Il filo che lega le tre autrici viene srotolato da Durantini alternando la propria personale esperienza di lettrice e studentessa all’analisi di alcuni testi e temi cari ad ognuna delle scrittrici. Per Colette, l’enfasi è tutta sul tentativo di emancipazione dal rapporto con la madre fino ad arrivare alla scrittura di Chéri. Nella biografia di Duras, invece, viene analizzato il doloroso rapporto con il compagno Yann Andréa: l’impossibilità di vivere questo rapporto come la scrittrice avrebbe voluto a causa della differenza d’età e dell’omosessualità di Andréa è la crepa che ne alimenta l’inquietudine e la ricerca letteraria.

Nella vasta produzione di Ernaux, invece, viene dedicata una particolare attenzione a L’evento, il libro in cui l’autrice racconta l’esperienza di una gravidanza indesiderata e gli ostacoli incontrati nell’interromperla. È qui che troviamo le parole che potrebbero costituire il suo manifesto programmatico: «Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori».

Il diritto di scrivere è la conquista principale che, intuita in Colette, trova il suo culmine in Ernaux: è stato necessario tutto il Novecento perché il racconto dell’intimità femminile potesse lasciarsi alle spalle le connotazioni morbose e scandalistiche che spesso sono associate all’opera di Colette e diventare politica, come politica e sociale è l’opera di Ernaux. L’evento della scrittura è un punto di partenza per esplorare questo percorso e, riconoscendone la straordinarietà, dargli significato.

Loreta Minutilli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...