“L’età delle madri”: l’esordio di Vittorio Punzo

L’età delle madri, Vittorio Punzo
(Alter Ego Edizioni,2022)

Quella dei sedici anni è, più di ogni altra, l’età dell’adolescenza. Se si volesse ridurre questa fase della vita a una definizione quanto più possibile breve, chiara, ma allo stesso tempo esaustiva, credo proprio che sarebbe questa: l’adolescenza è l’età di mezzo fra l’infanzia e l’età adulta; non si è più bambini, non si è ancora grandi. I sedici anni sono l’epicentro di questa fase.

Vittorio Punzo, classe 1998, racconta proprio questa fase della vita in L’età delle madri (AlterEgo). Lo fa da una prospettiva strana, fuggendo tutti i topos (più che cliché) che ci si aspetterebbe da una storia come questa, per comparazione, accostando i sedici anni ad altre fasi della vita.

L’età delle madri è la storia di Domenico, sedicenne (appunto) protagonista e voce narrante, la cui prima confessione rivolta al lettore è che dimostrerà di non essere un ragazzino. Da subito, dunque, una dichiarazione d’intenti: raccontare l’adolescenza proiettandosi altrove, mascherandola da maturità. Domenico è fidanzato con Maria Vittoria, una ragazza di cinque anni più grande di lui. La differenza d’età non gli pesa, anzi, impegnato com’è a mostrarsi maturo, deve sembrargli l’età adatta a uno come lui. Maria Vittoria è una figura importante, ma allo stesso tempo effimera. Costantemente idealizzata, inseguita, cercata, ma anche messa o lasciata in disparte, ridotta e compressa, anche nel nome che si trasforma spesso in Mari V. Domenico va ancora a scuola, Mari V. sta iniziando a lavorare in un bar, con il sogno, effimero e sfumato anch’esso, di andare a vivere in Belgio.

Non sarebbe una vera storia se non fosse per Anna, la madre di Maria Vittoria, che entra nel complesso monologo di Domenico un passetto alla volta, mentre lui comincia a farsi largo nella vita e nella casa delle due donne, conquista e ricopre un ruolo da maschio adulto che sente spettargli per natura. Domenico non è attratto da Anna perché è più grande di lui, ma inizia tuttavia a frequentarla perché in questo modo sente di passare del tempo con i suoi simili; frequentando quella casa sente di essere immerso nel suo habitat naturale.

Anna è un’adulta, ma in fondo non così tanto. Ha avuto Maria Vittoria a sedici anni, proprio l’età che ha Domenico al tempo del racconto. Non è un caso. Le vite di Anna e Domenico sono speculari e complementari. Lei è incastrata in una voluttà infantile (titolo alternativo che compare subito dopo l’esergo) e ci si trova bene. Si aggira per casa in vestaglia, fuma, beve vino e si crogiola in un’atmosfera più malinconica che deprimente, con la musica classica dei vicini, un gatto, le piante e Antonio, un compagno piuttosto assente, a fare da contorno. Lui, invece, fugge dall’infanzia con tutto sé stesso. Questa specularità ha il suo correlativo oggettivo nelle moltissime sigarette fumate da entrambi. Lui rolla il tabacco, lei fuma sigarette sottili e industriali e non riesce ad imparare a rollarle. Tuttavia, fumano entrambi, proprio come i grandi.

In un certo senso, l’Età delle madri, che ha ricevuto anche una menzione speciale al Premio Calvino, contiene in realtà due storie diverse, e i due titoli potrebbero aiutare a separarle. C’è la storia di Domenico, del suo flusso di pensiero, della sua relazione con Mari V. e soprattutto del suo incontro con Anna, una storia di formazione piuttosto canonica. Ma c’è anche la storia di Anna, la sua peculiare sofferenza e il suo rapporto col passato, tant’è che nella seconda metà del romanzo la narrazione si mischia con l’esplicito racconto di quest’ultimo.

Senza dubbio, L’età delle madri è un romanzo di voce, più che di trama. La storia in sé è vaga e inconsistente, ma questo non è necessariamente una cosa negativa: la sensazione che arriva al lettore è quella di una placida, ma drammatica, quotidianità, nella quale è lo stile il vero protagonista. Tutto il racconto non è altro che un lungo monologo interiore, attraverso il quale Domenico ripercorre gli eventi e li interpreta, ma lascia anche spazio alle sensazioni, alle emozioni e alle interpretazioni altrui. Grazie al frequente uso del discorso indiretto libero e del discorso diretto libero, oltre che all’assenza di virgolette, il corso della narrazione procede fluido passando da un personaggio all’altro, mantenendo comunque sempre il focus su Domenico. Il procedere quasi diaristico del racconto, scandito da dei giorni numerati (che partono dal 153 e finiscono al 370) fornisce continuità e coerenza. Lo scivolare della storia verso il personaggio di Anna è progressivo, senza brusche accelerazioni, nonostante il resoconto di alcuni giorni, o gruppi di giorni, venga omesso.

In questo esordio c’è inoltre una straordinaria sinergia fra gli elementi formali e quelli contenutistici. Oltre all’uso originale di diverse figure retoriche, come «Guarda il retro del pacchetto di sigarette come se ci fosse stampata la ricetta di un dolce» (pag. 37-8), Punzo dimostra grande maturità nell’uso del simbolismo. Pacifica, immaginario paesino meridionale in cui è ambientata la storia, con il suo caldo asfissiante e il fascino di una vita quasi sempre prevedibile, richiama il tono colloquiale, ma allo stesso tempo poetico, di Domenico. Il fiume, elemento ambientale centrale, si accoppia al flusso interiore del protagonista, i collage, praticamente l’unica attività a cui si dedichi Domenico oltre alla frequentazione delle due donne, si sposano con una narrazione a suo modo frammentata, sia nella progressione temporale che nel rapporto fra un personaggio e l’altro.

Unica nota dolente è la quasi totale irrilevanza di tutto ciò che non riguarda direttamente i tre personaggi principali. La stessa Mari V., da un certo momento in poi, comincia a scomparire, a contare poco, lasciando il centro della scena al rapporto fra Domenico e Anna. Ma è evidente soprattutto con i personaggi secondari. Roma, amica di Domenico, si manifesta giusto all’occorrenza per svolgere il ruolo di coscienza, per rendere dialogo alcune riflessioni naturalmente monologiche. Malatesta, eccentrico personaggio del paese, serve più che altro a connotare Anna in quanto sua relazione. La sotto-trama che dovrebbe seguire Mari V., le sue ansie, paure e sfide nella scoperta del suo passato è piuttosto fragile. Perfino dello stesso Domenico il lettore non scopre molto, se non quello che è direttamente relazionato alle due donne. Non sappiamo quasi nulla della sua famiglia, e molto poco della scuola. Ma è probabilmente un difetto ineliminabile. Ancora una volta, questo è un romanzo di voce, e ha la lunghezza giusta affinché questa voce si esprima a dovere. Più dettagli di trama avrebbero richiesto un romanzo più lungo, un altro romanzo.

Ad ogni modo, Vittorio Punzo è un autore con le idee chiare. La storia che ha scelto di raccontare per questo esordio è originale, ma è soprattutto lo stile a sorprendere: una prosa audace e un tono poetico, che denotano coraggio e grande libertà di pensiero. La giovane età è un valore aggiunto, perché significa che avrà tempo e modo di mostrare questa sensibilità in tante altre storie.

Giuseppe Vignanello

Immagine in evidenza: Le tre età della donna – Opera di Gustav Klimt