Le droghe: l’ultimo romanzo di Laudomia Bonanni

Le droghe, Laudomia Bonanni
(Cliquot, 2023)

C’è un ritmo, in alcuni libri dimenticati della nostra letteratura che negli ultimi anni stanno tornando a riempire le librerie, un ritmo che sto imparando a riconoscere e ascoltare. È il marchio di una decisa volontà di non invecchiare, un impulso che continua a tenere vivi testi scivolati via dalla memoria collettiva, tenacemente in attesa che qualcuno li riporti sotto la luce, per dire quel che ancora hanno da dire.

Questo battito vitale mi ha colpita quando ho letto per la prima volta Laudomia Bonanni, e torna insistente nel suo ultimo romanzo pubblicato in vita, Le droghe, ora tornato in libreria per Cliquot. Edito per la prima volta nel 1982 da Bompiani, il libro, per la verità, ha avuto ben poche opportunità di parlare al suo tempo: pur arrivando al culmine della carriera letteraria di una scrittrice già apprezzata e nota, quest’opera fu un insuccesso editoriale che contribuì a stroncare la fiducia di Bonanni nell’industria della letteratura.

L’idea che possiamo farci della scrittrice aquilana attraverso l’intervista che rilasciò nel 1983 a Sandra Petrignani per Le signore della scrittura, in effetti, è molto lontana dalla figura di letterata impegnata, socievole e presente che il mercato editoriale cominciava a pretendere in quel periodo. Schiva e solitaria, Bonanni rifuggiva l’aspetto mondano del lavoro culturale. «Mi piaceva scrivere e basta», afferma. Eppure, a breve avrebbe abbandonato anche la passione e il mestiere a cui aveva votato tutta la vita: dopo la delusione de Le droghe avrebbe affrontato una nuova umiliazione, il rifiuto di Valentino Bompiani di pubblicare La rappresaglia, il suo ultimo romanzo. Per questo duro colpo – cui seguì anche il rifiuto di Mondadori – Bonanni decide di smettere di scrivere. È il 1985, lei ha settantotto anni e una solida carriera alle spalle: con la sua opera d’esordio, Il fosso (1948) era stata la prima donna a vincere il Premio Bagutta Opera Prima. E comunque, tiene fede al proposito: si chiude nel silenzio, senza ripensamenti per un mondo che ormai non la rappresenta più.

La coerenza cristallina di Bonanni si trasmette anche nella sua lingua schietta e precisa: l’autrice stessa, parlando de Le droghe, afferma di aver raggiunto in quest’opera «una prosa di una leggerezza e di una trasparenza che mi hanno reso molto soddisfatta», come racconta a Sandra Petrignani. E infatti la cadenza narrativa secca e ben scandita dalla suddivisione in brevi paragrafi – note di diario e appunti sparsi della protagonista – conferisce alla storia un passo subito riconoscibile, e chi legge si affretta ad adeguarvisi per star dietro ad una narratrice/protagonista che ha molto da dire e non concede sconti.

È difficile trovare poche parole per spiegare di cosa parla questo romanzo: per prima cosa, sarei tentata di dire che è la storia di una madre, ma sarebbe un riassunto inesatto e incompleto: la protagonista, Giulia, non è la madre biologica del bambino di cui racconta l’infanzia e poi l’età adulta e lo spavento. Nino è il figlio di suo marito, l’uomo che decide di sposare per sfuggire all’opprimente casa del padre e conquistare la sua indipendenza, secondo un ragionamento che adesso può sembrarci incomprensibile e contraddittorio.

Le droghe Laudomia Bonanni copertina 1982

Il marito è una parentesi trascurabile nella vita di Giulia, passa poco tempo prima che il tiepido entusiasmo dei primi mesi di matrimonio scompaia per lasciare posto a un vuoto da riempire di studi, progetti, uno sgabuzzino in cui trasferire il proprio letto. È con il ragazzo che si consumerà la vera storia d’amore, con le sue attese lancinanti, il desiderio di distacco e la paura di perdersi. Una scelta narrativa emblematica se si pensa all’esperienza dell’autrice: nell’intervista a Petrignani, Bonanni sorvola sul ruolo dell’amore nella sua vita, e cita come unico rimpianto «quello di non aver voluto un figlio». Questa maternità mancata torna come tema ricorrente nelle sue opere, ed è il tema, per esempio, de Il bambino di pietra, la prima opera dell’autrice ripescata da Cliquot.

Giulia è una madre spigolosa e ambigua: è difficile interpretare il suo rapporto con questa maternità che non si è scelta e che le è capitata già confezionata tra le mani. La sua infanzia – il cui racconto apre il romanzo – si svolge all’insegna della più totale e selvaggia indipendenza: da una madre che non c’è, da un padre distratto e da ogni forma di controllo, nelle estati libere e avventurose trascorse in un innominato paese di pescatori. Al contrario, il bambino mostra una dipendenza tenace da tutto ciò che potrebbe venirgli sottratto: il succhiotto infantile, la sua copertina, il conforto del letto dei genitori durante la notte.

Fino al ribaltamento della prospettiva, il figlio che diventa tossicomane e la madre che se ne accorge all’improvviso, ricollega gli indizi e riflette su quell’essere giovani che lei non riesce a capire con parole ancora oggi lucide e precise.

Vanno attorto sbandati in vagabondaggio, la vita un nomadismo. Avulsi dal mondo degli adulti, in cui non hanno messo radici. È come se lo sentissero precario. [p.147]

La prospettiva di Bonanni sul disagio minorile e la tossicodipendenza è quella di chi li conosce profondamente: dal 1938 è giudice non togato per il Tribunale dei Minori de L’Aquila. La condizione dei riformatori e delle carceri minorili è al centro di Vietato ai minori (1974), uno dei suoi romanzi più apprezzati.

Ci potremmo chiedere che valore ha per i lettori di oggi la prospettiva di un’anziana scrittrice di quarant’anni fa sul tema della tossicodipendenza: quanto di universale sia rimasto nel suo racconto, quanto questa visione abbia da parlare ai temi e ai dibattiti ancora aperti. Certo, il flusso narrante di Giulia crea una netta distinzione tra noi, gli adulti, e loro, i giovani misteriosi da capire e proteggere. Eppure, la voce schietta e dura di Bonanni che racconta senza risparmiarsi tutto ciò che ha da dire riserva ancora delle sorprese: per esempio, nella crudezza con cui Giulia immagina la violenza che suo figlio potrebbe subire in carcere, un tema che, se oggi è delicato, negli Anni Ottanta doveva essere decisamente un tabù.

Alla luce di queste considerazioni, è difficile credere che alla sua uscita Le droghe fu completamente ignorato dal vasto pubblico, pur ottenendo un buon successo di critica. Non contestato: semplicemente non letto, scivolato nella pila delle pubblicazioni sempre più frenetiche, trascurato da un ufficio stampa troppo occupato, accompagnato male nel suo percorso verso i lettori. Una serie di circostanze fortuite che ci fanno riflettere su quanto il caso e i meccanismi dell’industria editoriale determinino ciò che siamo in grado di leggere e apprezzare: ben venga, dunque, il lavoro di chi va controcorrente e concede attenzione ai pezzi che ci perdiamo lungo il percorso.

Loreta Minutilli

Come ulteriore lettura sulla figura di Laudomia Bonanni e la sua cancellazione dal panorama letterario consigliamo questo approfondimento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...