Esistere o annullarsi: il dilemma delle “Ragazze perbene”

Ragazze perbene, Olga Campofreda
(NN editore – 2023)

ragaCOPERTINAIl nuovo romanzo di Olga Campofreda si accomoda felicemente tra le fila della fresca tradizione italiana del romanzo sui millennials spatriati, quelle generazioni randagie che emigrano alla ricerca di un posto nel mondo in cui riscrivere la loro storia. Ragazze perbene, primo volume scritto da un’autrice italiana a rientrare nella neonata collana “Le fuggitive” di NN editore, ci regala un ritratto estremamente moderno e incisivo dell’idea di femminilità figlia della provincia italiana a cavallo tra i due millenni. Non solo: questo romanzo è un interessante e sincero spaccato sulle più ampie ragioni e le conseguenze della scelta di andarsene da casa o, al contrario, di rimanerci, delle ragazze cresciute con le canzoni di Britney Spears e i cartoni in VHS.

La storia è quella di Clara, che a soli vent’anni è partita per Londra: una valigia con pochi vestiti buoni e un santino della Madonna dei Nodi, infilatole clandestinamente dalla madre tra la biancheria. Quando le chiedono da dove venga, dice sempre “vicino Napoli”, una menzogna che nasconde la vergogna per quel posto che dovrebbe chiamare “casa”, ma che non lo è mai stata. Lavora come insegnante di italiano per stranieri e torna solo per le feste comandate, «quando tutti rientrano dai loro posti nel mondo e si è troppo impegnati a salutare tutti per salutarsi davvero e raccontarsi oltre i versi formulari delle occasioni». Ma non questa volta, poiché è il matrimonio della cugina Rossella a costringerla ad un’altra penosa metamorfosi inversa: quell’incantesimo antico per cui ad ogni ritorno riveste i panni della bambina impacciata, cupa e ribelle che aveva dismesso con la sua partenza, ma che sono gli unici con cui la città può riconoscerla.

Rossella, invece, è la cugina perfetta: quella bionda, bellissima, sorridente, che al contrario di Clara veste correttamente i panni confezionati da una provincia che vuole tutte le ragazze perbene simili, obbedienti e discrete. Li ha cuciti addosso «come un drappo di mitezza e devozione, come del resto la nonna aveva insegnato a tutte le donne della nostra famiglia». Di fatti, modella di abiti da sposa, Rossella incarna «l’ideale femminile che sotto quell’abito e attraverso quell’abito tiene insieme bellezza, purezza e docilità». Secondo il copione che si addice a una ragazza perbene, poi, Rossella è in procinto di sposare Luca, il suo fidanzato storico. Ma mentre tutta la famiglia è impegnata nei preparativi del costosissimo matrimonio, uno (sfortunato?) incidente apre una crepa sulla storia della promessa sposa.

«Ci avevano cresciute lasciandoci credere che saremmo diventate donne quando avremmo imparato a badare a una casa tutta nostra, a prenderci cura dei nostri figli, di nostro marito. Crescere non sembrava poi così difficile, le istruzioni erano davanti ai nostri occhi, erano ovunque: a scuola, a casa, in chiesa la domenica, alla cassa del supermercato. Non eravamo pronte a fare i conti con il desiderio, nessuno ce ne aveva mai parlato.» (p. 162)

Il ritorno in provincia raccontato da Campofreda si rivela un abile marchingegno che fa implodere il modello del femminile con cui tante generazioni di ragazze si sono confrontate, sviscerandone le assurdità attraverso uno sguardo cinico ed elegante. Nel personale pantheon delle ragazze perbene, icone religiose e laiche si somigliano nel loro essere donne sofferenti, dedite alla rinuncia, devote nell’attesa del compimento di un destino ineluttabile: quello in cui un uomo le prenderà per mano per renderle mogli obbedienti e madri premurose.

La strada a senso unico verso il loro radioso futuro accoglie le ragazze perbene sin dall’infanzia, ed è costellata di istruzioni per l’uso spesso mal dissimulate: la mattina, alla scuola delle suore, Clara, Rossella e le altre vengono educate al timore di Dio e all’aspirazione ad assomigliare alla vergine Maria madre lacrimosa; il pomeriggio a casa lo passano a guardare video musicali su MTV immedesimandosi in quelle brave e dolci ragazze che cantano di amori che si consumano nella distanza e nell’attesa. I cartoni che guardano ripropongono a oltranza ragazze che sospirano per un amore che finalmente le risvegli a nuova vita. E così come le fatine donano all’Aurora de La bella addormentata nel bosco la bellezza, il bel canto e il grande amore, le donne della loro famiglia dispensano la dottrina dell’accoglienza e della sottomissione, tramandando infelicità travestita da moralità.

«Le donne della mia famiglia sono boccioli di rosa selvatica a cui è stato imposto di fare i gerani. È stato così anche per me e per Rossella. Come gerani siamo state curate per essere esposte sui balconi di casa, sotto lo sguardo dei vicini, a esaltare il buon nome dei nostri padri.» (p. 47)

A questa narrazione della femminilità caratterizzata dall’impossibilità, per le ragazze, di raccontarsi da sole, pena la vergogna – lo scuorno, la peggiore delle disgrazie –, fa da controcanto la scelta di Clara, protagonista intimamente contemporanea e allo stesso tempo universale, pur senza la pretesa di esserlo, nella sua volontà di esplorare una strada diversa da quella predisposta per le ragazze della società borghese. I modelli che si sceglie in età adolescenziale, decisiva come in tutti i romanzi coming of age, sono quelli degli eroi di Stevenson e Salgari e grazie ai manga conosce il sesso nella sua accezione gioiosa. È proprio qui che sta lo scarto tra la cugina Rossella e lei, e più in grande tra la sua generazione e lei: la scelta della prima di aderire al suo ruolo con abnegazione, e della seconda di assecondare il desiderio, quella bestia che necessariamente vive in ognuno di noi: ascoltandolo invece che mettendolo a tacere, vivendolo invece che sopprimendolo.

Clara trova la libertà di percorrere questa strada nella solitudine della sua vita a Londra, rifugio per i giovani millennials rimasti delusi dalle promesse non mantenute del mondo degli adulti, che vendeva un futuro brillante al costo dell’omologazione. «Nella grande città ricordarsi di essere fatti di corpo è l’unico modo per non scomparire del tutto» dice Clara, ed è proprio a partire dal suo corpo che inizia a riscrivere il racconto di sé. Attraverso le app di dating – che cosa sono se non un altro modo per raccontarsi al mondo? – Clara incontra svariate persone, scandaglia il tabù del desiderio e trova una sua definizione di amore. Nulla a che fare con l’idea di relazione che l’ha legata per un periodo a Luca e che, poi, ha mantenuto legati lui e Rossella: un legame che letteralmente, secondo una accezione tutta italiana, mette i lacci, basato sulla censura dei propri desideri.

L’autrice dimostra uno sguardo delicato e profondo e una complessa capacità di sintesi in una scrittura capace di far coesistere tante contraddittorie ed insieme coerenti declinazioni del racconto. In Ragazze perbene esiste il racconto di sé che nutre la sola immaginazione degli altri, che ci costringe a scendere a compromessi con chi siamo davvero. Esiste il racconto di sé che intesse la città, in questo caso Caserta, città di plastica «in cui tutto quello che si fa esiste principalmente perché se ne parli», protagonista nell’invenzione del racconto di tutte le ragazze che abitano al cospetto delle mura della sua reggia. Esiste il racconto di sé confezionato per le app di dating, striminzito in poche frasi che contengono un mondo. Esiste, infine, il racconto di sé che Clara ha finalmente la consapevolezza di narrare, quello che più le somiglia. È il racconto di chi si è liberato delle aspettative di un mondo di plastica, fatto di persone di plastica, ed ha avuto il coraggio di smettere di fuggire e di vedersi per davvero.

«Se solo ci fossimo osservati più a lungo quando era il momento, se solo ci fossimo riconosciuti stanchi, allora per dispetto avremmo cambiato direzione, ci saremmo caduti addosso e poi ci saremmo rimessi in piedi riprendendo il cammino su un sentiero sterrato.» (p. 203)

Beatrice Palmieri

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