Febbre di carnevale, Yuliana Ortiz Ruano
(Edizioni SUR, 2023)

Il primo romanzo di Yuliana Ortiz Ruano esige l’innesco di tutti i cinque sensi: è un romanzo in cui si possono vedere le scene di un folle ed esagerato carnevale, sentirne mescolati i fetori dell’alcol e i profumi di colonia, gustare in bocca il sapore dei chicharron o degli intrugli di erbe creati dalle anziane per curare le nipoti, ed essere travolti nelle membra dalle danze della Timba o del Guaguancò. Soprattutto, però, Febbre di carnevale è un romanzo da ascoltare: è vivida e sboccata la voce di Ainhoa, la protagonista di 8 anni che cerca le parole per raccontarsi, e rimbomba sempre in sottofondo la musica in cui è immerso il mondo di Esmeraldas. Azzeccatissima, in questi termini, è l’idea degli editori di creare una playlist con le canzoni menzionate mano a mano nella storia, perché permette di immergersi in una cultura altra che si racconta anche tramite la dimensione musicale. Febbre di Carnevale ha vinto diversi premi, tra cui l’IESS, romanzo d’esordio latinoamericano, e racconta la vita di una bambina in una delle province più pericolose dell’Ecuador, retta, dice Ainhoa, da fianchi e sederi; terra di salsa, follia e delirio carnevalesco.
La storia si apre con una morte e una danza e si determina da subito la cifra narrativa del romanzo, in cui tragicità e giubilo si intersecano in un continuo ossimoro che si srotola come una matassa impazzita: Ainhoa è in macchina col 85padre quando apprende della morte del suo tato Jota, lo zio che l’ha iniziata al ballo, che le ha insegnato ad ascoltare i fianchi, e il dolore della perdita viene trasformato in un frenetico e ritmico pestare di piedi in mezzo alla strada, dopo aver costretto il padre a fermare la vettura. Il ricordo del tato Jota è legato a quello del carnevale, che a Esmeraldas inizia già a dicembre, ben prima del calendario prestabilito, poiché il caldo non dà tregua e i corpi sono invasi da una febbre antica, que no es de ahora. Ainhoa ha mosso i primi passi di salsa con lo zio a tre anni e, carnevale dopo carnevale, non ha mai smesso di ballare. Così, la sua prima infanzia è costellata di immagini di giorni interminabili in cui masse di gente in trance balla indiavolata fino a far tremare le pareti di casa, fino a farle cadere, immagina Ainhoa: fino, addirittura, a ballare sotto le macerie.
Poco a poco, il lettore conoscerà sempre più da vicino l’intorno della piccola protagonista: una marea di tate ovattano la realtà della più giovane nata della famiglia, tutte cresciute sotto lo sguardo feroce di mami Doma, una mezza strega, una dea nera progenitrice di tutte le generazioni di donne della famiglia, che continua a giudicarle dall’alto di un quadro appeso in salotto. Ainhoa, sua madre Checho e tutte le altre tate vivono insieme nella casa della nonna, mami Nela, una matriarca che cerca di controllare le vite di tutte le sue discendenti. Da lei, che la sveglia tutte le mattine prima dell’alba per farle fare i bisogni, Ainhoa impara “che amare è questo, obbligare gli altri a fare cose che non vogliono, sempre e con il potere dello sguardo, dello schiaffo, della parola.” Con la tata Rita, la più bella delle zie, esce a mangiare hamburger e frullati in spiaggia, facendole da spalla con spasimanti insistenti. Con la tata Antonia, invece, la più intelligente, impara che questi ragazzetti si possono tenere alla larga recitando poesie e parlando di storie romantiche di dive italiane o argentine.
In questo pantheon tutto al femminile, gli uomini sono personaggi secondari. Nella personale mitologia di Ainhoa, infatti, in cui le sue tate hanno conoscenze e amore da trasmetterle, i papi non sono altro che ubriaconi, inutili nell’economia della casa, portata avanti egregiamente e serenamente dalle donne in loro assenza. Questo Ainhoa lo pensa specialmente di papi Chelo, il nonno che vive in un’isola con la sua amante e torna a casa di tanto in tanto: quando succede, la sua sola presenza tormenta le donne, e Ainhoa lo nota da come le tate rimpiazzano gli shorts con gonne lunghe e magliette larghe e si muovono in un silenzio tremendo e reverenziale. Lo sente quel tormento, Ainhoa, perché ascolta il pianto delle tate e il rumore del frustino anche se tiene alto il volume della musica. Lo avverte, poi, sul suo corpo che urla e si dimena, quell’”amore terribile degli uomini”, una violenza continua e normalizzata che non sa dire.
«Io capisco cosa succede intorno a me, ma non ho ancora tutte le parole della lingua, per questo parlo ad alta voce: perché avvenga un miracolo e quelle parole che non sono ancora annidate nella mia lingua viperina spuntino come funghi sulla pelle delle persone che abitano vicino alla raffineria di Petroecuadror.» (P.111)
Febbre di Carnevale è raccontato in prima persona da una bambina, il cui corpo e la cui immaginazione sono la tenera unità di misura per raccontare una realtà crudele e maldestramente dissimulata – forse proprio rappresentata – dalla esuberante follia del carnevale. La festa della liberazione della carne porta con sè il suo stesso rapimento, il suo pericolo. La colonna sonora della narrazione, fatta di salse e rumbe dal ritmo vivace e sfrenato, diventa un controcanto quasi grottesco a una società patriarcale fatta di violenze, fisiche e verbali, di cui Ainhoa fa esperienza e a cui il suo corpicino, in mancanza di parole adeguate, reagisce: dimenandosi, facendosi la pipì addosso o rifugiandosi sul suo albero di guaiava. Solo gli alberi, infatti, fermi e solidi in un mondo che si muove e scalpita a ritmo scatenato, capiscono la sua lingua e la fanno sentire felice e libera, non costretta a parlare di cose che non capisce.
Il ritmo della narrazione è febbricitante, Ortiz Ruano maneggia una lingua colorata e selvatica, talvolta sfuggente e scivolosa come l’acqua verde di Limones. Al suo esordio, mette in scena una storia di formazione di una potenza strabordante e incantatrice, di cui a tratti si ha la sensazione di non aver afferrato del tutto la realtà. D’altronde, a narrarla, è la voce di una bambina che sta crescendo, divincolandosi tra i segreti della sua famiglia, che vengono svelati solo a tratti, e creandone di suoi. Man mano che procede, la narrazione si fa sempre più espressiva di quel passaggio da bambina a donna che le esplode in corpo con la potenza indiavolata dei balli del carnevale prematuro di dicembre. La sua lingua, dunque, non può essere altro che un carnevale di espressioni gergali e idiomatiche, di immaginazione, ma anche di moti del corpo, che si muove come un picaro impazzito per iniziarsi alla società di una delle province più povere dell’Ecuador in un momento storico – quello dell’arrivo del dollaro – che getta il paese allo sbaraglio. In un climax ascendente di festeggiamenti e violenze, il delirio del carnevale si fa incubo disperato, “pianto ritmico”. Si fa, infine, preghiera: quante altre generazioni di donne dovranno voler dimenticare la loro storia per poter crescere?
Beatrice Palmieri
