“Crisalide” e la perfezione degli idoli

Crisalide, Anna Metcalfe
(NN editore, 2024 – Trad. Ada Arduini)

crisalideCrisalide è uno degli ultimi titoli usciti nella collana Le fuggitive di NN, inaugurata nel 2021 con Atti di sottomissione di Megan Nolan. L’autrice, Anna Metcalfe, già nota al panorama letterario anglofono per i suoi racconti, si cimenta qui per la prima volta con un romanzo.

Una possibile traccia della maggiore abitudine alla forma del racconto breve si intravede nella struttura dell’opera, una corale in tre sezioni affidate alla voce di tre narratori diversi. Nessuno di questi è la protagonista, la cui storia viene invece ricostruita dalle testimonianze di tre persone a lei vicine: un suo partner, sua madre, un’amica. Nella (molto interessante) nota finale della traduttrice, apprendiamo che tale struttura si ispira al romanzo vincitore del Booker Prize 2016, La Vegetariana di Han Kang ( qui recensito per noi da Clelia Attanasio): in riferimento ai parallelismi riscontrabili tra l’opera di Kang e quella di Metcalfe, sarà utile ricordare che quest’ultima parla del suo omaggio letterario come di un ‘atto di adorazione’.

La storia, non narrata secondo una cronologia lineare, è quella di una giovane donna solitaria, misteriosa e camaleontica. La vediamo prima di tutto in palestra, attraverso gli occhi di un ragazzo: in pagine piene di lessico tecnico da gym rat e di un’osservazione minuziosa e puntuale, quasi sacrale, della precisione del corpo che sta fermo o si muove in serie ordinate di esercizi, si delinea a poco a poco un modello femminile insolito, nuovo, che si sta affacciando sul grande pubblico del quotidiano solo da tempi relativamente recenti. Si tratta della donna che non vuole dimagrire; anzi; vuole farsi più grossa, più forte, sempre più grossa; una presenza fisica descritta dalle fattezze quasi titaniche, imponenti, ingombranti, potenti e belle. La giovane donna vuole restare immobile più tempo possibile. Si allena e fa tantissimo stretching per questo: mantenere delle pose a lungo. È carismatica, focalizzata e riservata.

Nella seconda sezione, narrata dalla madre, la vediamo nascere, crescere, farsi da bambina adolescente e poi adulta. Metcalfe gioca coi suoi lettori, lasciandoli sperare di poter capire tutto di lei dal passato, come se si trattasse di una semplice somma matematica, come se si potesse capire tutto dal racconto di un altro. Nell’ultima parte del romanzo, aggiunge pennellate a questo quadro multiforme una amica e collega della protagonista, che – come si era già appreso in precedenza – è diventata nel frattempo una vera e propria influencer, con uno shop online e fedelissimo seguito. All’amica si deve la memorabile chiusa – che fornisce una importante chiave di lettura.

Come per tutti i romanzi che presentano questa struttura, sta al lettore poi ricucire i pezzi e provare a metterci delle toppe. Parto da uno spunto preso dalla recensione di Clelia sopra menzionata: La Vegetariana inviterebbe a “seguire la propria vera natura”. Mi sembra che Metcalfe riprenda questo invito e lo distorca attraverso la lente deformante della logica dei social media oggi, e in particolare dagli interessi economici del business che li sostiene.

L’autrice ci mostra un mondo di rapporti umani semplificati, stringati, disimpegnati; un mondo di costellazioni sociali sfilacciate e svuotate, una dimensione in cui ci ritroviamo un po’ più egoisti, un po’ più indifferenti, un po’ più isolati di prima. In concomitanza con il passaggio dei social da piattaforme caratterizzate da interazioni sostanzialmente ‘orizzontali’ a piattaforme basate su gerarchie verticali, con un pubblico e degli ‘speaker’ che a questo parlano, si è accelerato il processo di trasformazione delle persone in soli numeri. Al tempo stesso, questi ‘speaker’ – gli influencer – si ritrovano con un potere e un’autoritarietà inaspettati, sono capaci di guidare i gusti, le opinioni, i sentimenti del proprio pubblico (i follower).

Verrebbe da interrogarsi sulle responsabilità che questo potere porterebbe con sé, e alla buona o cattiva fede – laddove non totale inconsapevolezza – con cui questo potere venga impiegato. Trovo che Crisalide inviti a una riflessione su questo tema. La protagonista apparirebbe come ‘una di quelli che ce l’ha fatta’: dalla sua crisalide, appunto, si è fatta bellissima, intoccabile, inarrivabile farfalla sull’Olimpo delle divinità – i vip, gli influencer, che vengono tanto ‘idolizzati’ oggi. La narrazione predominante nel mondo che viviamo vorrebbe venderci che ‘se vuoi, puoi’; che quel destino, quella prospettiva, sia accessibile a chiunque si impegni abbastanza. Sappiamo bene che nella maggioranza dei casi è vuota retorica. Tuttavia la stessa fede che lega il pubblico al suo idolo, lo incatena a questa narrazione: si creano così tante piccole crisalidi di fedeli, che però non evolvono allo stadio successivo.

La stessa immobilità ricercata dalla protagonista è spunto di riflessione. Questo controllo di sé, questa padronanza, sembrano sinonimi di forza: suscitano desiderio di emulazione e bisogno di riconoscimento. Ma la ricerca del controllo è anche una difesa. È facile apparire perfetti se non si vive, se non ci si lascia vivere; ma resta una illusione. L’idolo non può essere imperfetto, umano: se osa mostrarsi tale per un attimo, brevissimo, suscita discontento, confusione.

Star soli può esser bello, aveva scritto. Ormai era l’unica forma di interazione che tollerava – citazioni e conversazioni ricordate, cose che poteva incorporare nella sua filosofia senza dover affrontare la complessità di un altro essere umano. (p.85)

Alessia Angelini

Foto di copertina: Image by needvid from Pixabay

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