In Airù – romanzo d’esordio di Alberto Locatelli, recentemente uscito per Italo Svevo – chi legge viene accompagnato fin da subito in un appartato paesello di tremila anime, accerchiato tutt’intorno da campi di granoturco.
A fare da traino alla storia, la voce del garzone del bar della Beppina, locanda dove tutti son soliti abbeverarsi e dar sfogo ai pettegolezzi, vera sostanza nutritiva di un qualsiasi sparuto ambiente di provincia.
Questo narratore, di cui non conosciamo neppure il nome, è marginalmente coinvolto nei fatti che racconta: rimane perlopiù confinato nella posizione periferica di osservatore esterno, curioso ma non ficcanaso, critico ma non giudicante. Un personaggio di cui non viene mai ispessita la psicologia né raccontata la storia; il suo è piuttosto un ruolo di servizio: riferisce quanto vede come un attento testimone oculare e si lascia andare con misurata parsimonia a commenti personali.
In ogni caso, la sua non è affatto una figura di poco interesse: la sua essenza così umbratile è infatti una delle trovate brillanti del romanzo, il dispositivo drammatico scelto dall’autore per evitare le viscose sabbie mobili del coinvolgimento emotivo, effetto collaterale che pure si rischia quando si sceglie un narratore interno.
Ciò che avevo visto in quel pomeriggio d’aprile, prima di tornarmene a servire dietro il bancone della Beppina, fu sufficiente ad accendermi un interesse verso la persona del duturì come non ne avevo mai avuto prima. Oh, ma che tristezza! lamenterebbe qualcuno. E per un certo verso non si può dargli torto. Ma non è che San Fermo offrisse chissà quali svaghi per gente giovane. Una volta che imparavi a staccare la coda alle lucertole, a fumare la barba delle pannocchie, a bere le birrette ghiacciate e a prendere a calci un pallone, potevi considerarti un uomo fatto e finito. Il mondo ti aspettava, sempre che disponessi dei soldi per prendere il notturno in stazione e alla zitta andartene lontano (p. 52)
Il ‘ragazzo’, come verrà sempre e solo chiamato, è sì un narratore interno, uno dei figuranti di questo bucolico presepe che è San Fermo, ma la sua figura è subordinata alla storia che ha da raccontare, al cui centro c’è invece il personaggio del duturì: giovane medico della mutua da poco arrivato in paese che, con il suo fare, è riuscito a conquistarsi l’affetto e la stima di tutti gli abitanti di quel piccolo mondo antico.
Quando però d’un tratto arriva a San Fermo una ragazza dalla città che lo cerca, si spezza l’equilibrio serafico di quel professionista che in paese nessuno aveva mai visto adombrarsi.
Su di lei prendono a circolare mille ipotesi e dicerie: la si immagina una sua storica fiamma, una potenziale morosa, che però el duturì manda via con una scenata penosa, riferita ancora una volta dal ragazzo del bar che vi assiste. È lui che ascolta quanto i due si dicono, percepisce il tendersi nervoso della situazione, e osserva poi il detonare della lite con conseguente crisi del dottore, che gli appare per la prima volta contraddittorio, fallibile, imperfetto e dunque umano.
In seguito si registreranno accadimenti altrettanto significativi nella vita del dottore, che finiranno per guastare il suo rapporto con gli abitanti tutti: il modo fiducioso e persino un po’ idolatra con cui s’erano affidati a lui si chiazza di diffidenza, discredito e delusione.
Nel suo essere un forestiero, un outsider venuto dalla città, il medico si rivela incapace di adattarsi fino in fondo alle logiche dell’ambiente. Nondimeno ci sono alcuni ombrosi segreti che lo tengono legato a San Fermo.
Di contro, a saldare insieme tra loro i paesani sussistono antiche, rugginose dinamiche che rimarranno per sempre uguali a se stesse, nei secoli dei secoli.
Alberto Locatelli è riuscito a raccontare lo spaccato di una vita di provincia che tuttavia non sa mai di stereotipo o bozzetto folkloristico, semmai di realtà. Chi legge impara perciò ad ambientarsi nel microclima del bar, nella sua «chiassosa e abituale irruenza, calibrata a bicchieri e bestemmie»; viene a conoscenza delle arcinote rivalità tra certe famiglie; impara a riconoscere subito l’atteggiamento vagamente mafioso di certi bulli locali, da cui sempre ci si aspettano risse e provocazioni; sa prevedere le reazioni di massa al cospetto di alcuni accadimenti.
In perfetta armonia e coerenza con l’ambiente che racconta, l’autore ha incuneato nel testo tantissime tracce di dialetto. Lo stesso epiteto abbinato al medico, el duturì, non è che una saporosa dimostrazione di questa tendenza del testo di chiazzarsi di lemmi e frasi e persino costruzioni sintattiche proprie di un dialetto veneto. Espressioni che sanno essere rabbiose o goliardiche, oltraggiose o ridanciane, a seconda della situazione in cui vengono pronunciate.
Il titolo stesso è ancora un termine dialettale che sta a indicare gli aironi, la vocale accentata alla fine della parola, airù, sembra quasi accennare al volo spiccato da questi maestosi uccelli. Come altri segreti, che pur nella storia rimangono gelosamente custoditi fino alla fine, anche la presenza di questi animali – nel titolo come nel romanzo – è avvolta in un impenetrabile alone di mistero.
Si può concludere la nostra panoramica sul romanzo di Locatelli con la constatazione felice che questa pubblicazione ribadisce qualcosa che la collana Incursioni di Italo Svevo sta di volta in volta riconfermando: si è infatti di fronte a risultati di una fine ricerca nell’ambito di una narrativa contemporanea che sia sì sperimentale, senza tuttavia che questa arditezza si traduca in un compiaciuto, borioso sfoggio della sola forma.
Infatti, piuttosto che ambire a una pirotecnia fine a sé stessa, le cui scintille si spengono presto e senza durevoli conseguenze nella memoria di chi legge, Airù (e O’ cane appena prima di lui, di cui pure abbiamo parlato sulla nostra rivista), così come altri romanzi comparsi nella collana a partire dalla sua inaugurazione quattro anni fa, sono accomunati da una sperimentalità che trapassa forma e contenuto, lingua e materia narrata.
In altre parole, si tratta di narrazioni che testimoniano in maniera consapevole, finanche esibita – e però non altezzosa – il serio lavorio che scrittori e scrittrici compiono quando danno forma ad una storia.
Viviana Veneruso

