Absolution, Margherita Di Tolla Cimadomo
(Affiori, 2024)
Un gruppo di studenti di un liceo artistico milanese fonda una band rock: una pratica molto comune che però nel loro caso ha un significato diverso. I Fallen Angels – questo il nome del gruppo – sono infatti legati in maniera inaspettatamente profonda ai loro idoli: i Faded Flowers, gruppo di successo planetario che ha visto decimare i propri componenti in un movimento autodistruttivo di depressione, dipendenze e amori totalizzanti. La vicenda della dissipazione dei Faded Flowers è la struttura principale attorno cui ruota Absolution, romanzo di Margherita di Tolla Cimadomo pubblicato quest’anno da Affiori, nel quale forze opposte si scontrano: diviso in due “movimenti”, la dissoluzione allucinata della prima parte – nella quale l’energia sonora è tra i protagonisti della narrazione – si risolve nella ricomposizione, per quanto imperfetta ed umana, della seconda parte.
Ho avuto modo di rivolgere alcune domande all’autrice riguardo a questo suo romanzo d’esordio.
Il titolo del libro e della seconda parte citano un album dei MUSE, mentre la prima parte Violator fa riferimento a un disco dei Depeche Mode. Ti sei ispirata a questi due gruppi per raccontare i Faded Flowers? Come mai la scelta di questo nome?
La musica è protagonista e ispiratrice delle pagine di Absolution. La prima parte del romanzo fa riferimento a uno dei dischi dei Depeche Mode più significativi per me, perché è uscito quando sono nata ed è stato registrato anche a Milano. Non solo, la ripresa del titolo Violator per un’intera sezione del libro è vicina all’idea che Gahan si è proposto per il lavoro della sua band, ovvero qualcosa di forte, quasi violento, che nel caso del mio libro si contrappone alla seconda parte del romanzo. Questa scelta è resa evidente dall’iperbato che incorona questa sezione, ovvero l’incipit e il capitolo finale, che sono segnate dalla scena molto forte del suicidio di Dave.
Per quanto riguarda i MUSE, vengono citati nel corso della narrazione, sia riprendendo un loro pezzo, Undisclosed desires, sia nel piccolo omaggio che ho voluto rendere a uno di loro, nello specifico il batterista Howard, quando ho scelto di chiamare Dom il giovane batterista dei Fallen Angels. Il capitolo ambientato a Tokyo, inoltre, prende i colori e le note della loro Panic station. La scelta del titolo Absolution è, in realtà, più complessa e svincolata dal disco. In questo caso mi riferisco a un percorso di assoluzione intrapreso dai personaggi, in particolare dal protagonista Stef. Si lascia, tuttavia, aperta la questione se sia possibile una redenzione per un personaggio di tal genere. Il cammino intrapreso da Stef va di pari passo con l’evoluzione di altri personaggi nella migliore versione di sé stessi, come genitori e non solo. Si tratta di una sezione del romanzo concettualmente differente dalla precedente, quasi in antitesi. Qui il ritmo della narrazione è meno oscuro e più rilassato, è possibile respirare e accompagnare i protagonisti nel loro desiderio di una risoluzione positiva degli eventi.
Il nome della band Faded Flowers, infine, richiama un album dei The Cure, Bloodflowers, capitolo finale di una “trilogy”[1] che mi ha influenzata.
La musica è uno dei centri tematici – per non dire il centro – di Absolution, ma parlarne e scriverne è sempre piuttosto difficile per via della sua natura immateriale ed extralinguistica. Come ti sei posta di fronte al racconto di essa?
La musica è descritta dalla filosofia classica come arte suprema, fulcro di tutte le altre, e nutrimento dell’anima. Questo non è cambiato dopo più di duemila anni, e non potrà in alcun modo cambiare. Abbiamo bisogno di nutrirci di musica, di arte, di bellezza. Questa è il centro principale delle aspettative dei protagonisti, dei loro sogni e, oserei dire, delle loro vite. Ci sono state band e artisti che mi hanno influenzata, le cui vite tormentate hanno ispirato in parte quelle dei protagonisti. Ho voluto, quindi, omaggiare alcuni di loro nella scelta dei nomi dei personaggi maschili. Dave, per esempio, può essere interpretato come un omaggio sia a Dave Gahan, ma anche a David Gilmour, in particolare nella storia delle vicende di Edo, in Absolution solo accennate, dove risuona l’eco della triste storia di Syd Barrett. Per Simon Pier, invece, ho voluto omaggiare Simon Gallup, bassista dei The Cure, mentre per Stef la scelta è stata un tributo a Stefan Olsdal, bassista dei Placebo. L’unico personaggio, tra i protagonisti, svincolato nel nome da un’ispirazione musicale è Sà, che sta per Salvo, il solo apparentemente integerrimo e non corrotto. In realtà neanche Sà è immune dalle dinamiche deviate del contesto in cui è inserito, e per la costruzione del suo personaggio mi sono ispirata a Paranoid android dei Radiohead.
Il tema centrale di Absolution è caratterizzato proprio dalla relazione tra il musicista e la sua creazione, di cui le figure femminili del romanzo sono un’emanazione. Costoro, infatti, sono tratte prevalentemente da brani musicali, e assume rilievo il rapporto che viene instaurato tra queste donne con chi la musica la esegue, la compone e la vive.
Absolution è anche storia di fantasmi, termine che ricorre sin dalla citazione di Leibniz in esergo, nel quale il filosofo parla del mondo fisico come di una realtà fantasmatica appunto. Il fantasma ha un ruolo narrativo in alcuni punti “allucinati” del racconto, ma possiamo dire che è una vera e propria chiave di lettura di tutto il romanzo?
Una sorta di visione allucinata permea la narrazione, almeno nella prima parte. Nel corso della lettura, non si ha certezza che quello che appare ai protagonisti sia la realtà oppure solo una loro percezione degli avvenimenti. Questo può avvenire in maniera distorta nei deliri di Stef oppure nelle visioni schizofreniche di Dave. In maniera positiva, si ritrova tuttavia anche nelle aspettative dei più giovani, nella costruzione dell’immagine di paternità che si dà Anto, riprovevole e inaccettabile in Violator, ostinata e idealizzata in Absolution. Quello con cui mi sono interfacciata è stata la costruzione di un contesto narrativo non troppo distante dalla realtà, anche nelle sue forme più alienate. In fondo, tutti i giorni non facciamo che interpretare avvenimenti, contesti e comportamenti che spesso non corrispondono a quanto faremmo noi o alle nostre aspettative. L’eco distorta prodotta da menti alterate, forse, non è altro che un modo diverso di vedere la realtà.
Hai scelto di ambientare il racconto in luoghi reali: un liceo artistico di Milano, il cimitero Highgate di Londra, L’Altes Museum di Berlino e così via. A luoghi determinati accosti invece una certa indeterminatezza del tempo storico delle vicende. Cosa ti ha portato a questa scelta?
Mentre la trama è frutto dell’immaginazione come lo sono i personaggi, i luoghi descritti, invece, sono posti reali e che conosco, o perché ho avuto occasione di visitarli, o perché ho avuto modo di studiarli e approfondirli. Anche il tempo storico, seppure indeterminato, colloca le vicende nell’ultimo trentennio e copre un arco di vent’anni. Credo sia necessario che vi sia un’aderenza a contesti reali, altrimenti si perderebbe la verosimiglianza della narrazione. Attraverso luoghi che il lettore sente concreti e vicini a sé, si muovono le vicende di protagonisti immaginari, nei quali ci si può immedesimare, oppure scegliere di non farlo. La verosimiglianza, tuttavia, crea empatia, a prescindere che il protagonista sia un personaggio positivo o negativo.
Oltre alla precisione dei luoghi vi sono anche molti riferimenti, musicali ma anche extramusicali: si cita Lacan, Goethe, Nietzsche e tanti altri. Che ruolo hanno questi riferimenti nell’economia del romanzo?
La lettura di questi grandi pensatori, in campo psicoanalitico e della filosofia, mi ha persuasa che non esista un confine netto tra bene e male. Gli stessi personaggi, che non si possono certo definire positivi, in realtà non sono neanche del tutto malvagi. Vi è sempre uno spiraglio di luce e chi è capace di fare il male non può non compiere anche solo un gesto altruista. Il solo tentativo di fare qualcosa di buono può condurre a un percorso di redenzione e si lascia aperta al lettore la questione se questa volontà basti a redimere vite segnate dal dolore.
Le varie figure maschili del romanzo sono legate dal fil rouge di una certa difficoltà nell’essere padri: come si inserisce invece questa incapacità all’interno dell’assoluzione presente nella seconda parte?
Credo che essere padre sia complesso, ma al tempo stesso naturale. Non credo che i personaggi del romanzo ne siano incapaci, sebbene compiano delle scelte che possono essere non condivisibili. Sono invece dell’idea che siano tutte scelte dettate, a loro modo, dall’amore: Jean non fa altro che porsi il problema delle conseguenze delle sue azioni su sua figlia; Dave compie un gesto estremo probabilmente per salvaguardare suo figlio Ed dal pericolo di avere un padre affetto da schizofrenia; Sà si pone come modello per i suoi figli, vivendo nel paradosso di condurre per questo una vita apparentemente ineccepibile e mai fuori dalla righe; lo stesso Stef, alla fine, rivolge gli ultimi suoi pensieri a sua figlia.
Credo però che il momento più toccante sia quando Anto si ricongiunge a suo padre che, per quanto emerga dal corso della narrazione che non abbia mai voluto diventare padre, accoglie il figlio come una gioia e una fortuna inaspettata alla quale non può opporsi.
A cura di Giacomo De Rinaldis
[1] La “trilogia dark” dei The Cure, oltre che dall’album citato, è composta dagli album Pornography e Disintegration.
(immagine di copertina di Yan Krukau da Pexels)
