Lettere minuscole: un abbacinante romanzo sul dolore


Lettere minuscole, Ilaria Grando
(Terrarossa – 2025
)

Chi sfoglia le pagine di Lettere minuscole, romanzo d’esordio di Ilaria Grando appena pubblicato da Terrarossa edizioni, rimane anzitutto colpito dalla forma del testo, dal modo disarticolato e intermittente in cui occupa spazio sulla pagina, lasciandola spesso lacunosa e smangiucchiata dai vuoti.
Nessun assetto tradizionale da ‘romanzo’, perlomeno non quello che ci aspetteremmo scrupolosamente architettato con travi e architravi ben distinguibili. D’altra parte, Lettere minuscole rientra nella collana Sperimentali della casa editrice pugliese: una collana che ha come programmatico intento quello di ‘coniugare solidità narrativa a originalità stilistica’.

Perciò, a ragione giustapposto al recente e spiazzante Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol, e ancora coabitando nella stessa collana di Si vede che non era destino di Daniele Petruccioli, Lettere minuscole stordisce anzitutto per questa sua eccentrica, ondivaga fisionomia del testo.
Nel leggerlo, sembra di sbirciare dentro gli appunti singhiozzanti di un diario, forma testuale che per sua natura accoglie e tiene insieme balbuzie e frammenti, la cui disorganicità è quasi condizione esistenziale. Del diario impresta anche la non obbligatorietà di srotolare una linea del tempo diritta, lungo cui gli eventi andrebbero impilati seguendo una ferrea cronologia: il filo del racconto anzi si torce continuamente su se stesso, tracciando un tormentoso andirivieni tra le pagine.

Qui l’io narrante riversa rimuginii e riflessioni, recupera barlumi di ricordi d’infanzia, riferisce della sua accidentata vita sentimentale, dei pianti fluviali che le hanno accartocciato la faccia di fronte all’analista. Ad accomunare ognuno di questi racconti, il fatto che li sfrutta per porsi sotto processo, con accanito fare autocritico.

La protagonista, indossando il fardello insopportabile di essere se stessa, è una giovane donna che racconta delle sue esperienze di vita – amicizie, amori, fallimenti, traumi tra Venezia, York, Milano, San Francisco, Parigi.
Per lei è difficile, quasi acuminato, l’utilizzo della parola ‘donna’, perché contenitore di aspettative e standard sociali che le sono state imposte fin da bambina e che adesso, da grande, dovrebbe rispettare. Si tratta di fatto dell’unica parola nel romanzo che meriti un’iniziale maiuscola:

«Donna, sii Donna. Che poi cos’è Donna?
A sette anni pensavo che arrivata a questo punto della storia lo avrei capito, che sarei stata anche io come una di quelle figure tutte braccia e gambe che disegnavo nei quaderni di scuola. Ballerine con il tutù e la corona in testa, archeologhe con il cappello da esploratore. Esseri giganti che occupavano spazio e si prendevano spazio per uscire dai bordi e fuori dalla carta, lì nel mondo. Maiuscole.»
(p. 105)

Sono minuscole, di contro, le iniziali dei nomi propri, ‘esse’, ‘emme’, ‘elle’: dentro quei gruppi esigui di lettere, miniaturizzati e apparentemente insignificanti, la narratrice condensa le persone che ha amato e che, per ragioni diverse, l’hanno fatta soffrire.
La scelta di omologare tutte le lettere nella loro versione minuscola è poi contenuta in alcune delle belle pagine del libro che ospitano testimonianze metaletterarie: chi scrive pare avvitarsi nell’esercizio continuo di guardarsi dall’esterno e motivare le sue decisioni, quasi a legittimare l’urgenza che ha causato tra le parole smottamenti e dissesti.

«Scrivo e mi ripeto che sono solo lettere minuscole e troppo rumore non possono fare. […] lettere minuscole che neonate stanno lì su un seggiolone e mi guardano con gli occhi sgranati e battono forte le mani, ché la bocca ha bisogno di aiuto per parlare, ché la bocca ha bisogno di aiuto per raccontare. […] È notte e davanti a un piatto vuoto assembro granelli di lettere minuscole e prego che si perdano tra le righe di storie più lunghe e che si sporchino del sapore di storie più belle.» (pp. 53-54).

In virtù dell’andamento desultorio del libro, è difficile sintetizzarne la trama, termine che qui non deve far pensare a uno svolgersi della storia come una parabola, un’evoluzione, una strada che voglia andare da qualche parte.
Affiancati e senza soluzione di continuità si leggono i frammenti in cui la narratrice racconta del corpo, del suo rifiuto a nutrirlo, del desiderio avventato di cancellarsi sotto ghirigori di scritte da tatuarsi ovunque, e ancora del suo sentirsi difettosa nel vivere il sesso e la sessualità, quasi un effetto collaterale degli amori prevaricanti da cui negli anni si è lasciata sopraffare.

Procedendo per schegge e frammenti della memoria che più spesso s’installano in quelle parti che l’autrice ha definito di BUIO (al punto tale che tutto il libro pare ambientarsi nella penombra, e crogiolarsi con masochismo dentro questa cortina scura), la protagonista tenta la ricomposizione di un ‘io’ a brandelli senza mai crederci fino in fondo, ma affidandosi comunque con inveterata tenacia – alle potenzialità curative della scrittura.

In coda al testo, una nota dell’autrice svela quanto fortemente condizionato dall’autobiografia sia questo dolorisissimo suo romanzo d’esordio. Vengono in mente allora le parole di Duccio Demetrio, filosofo italiano esperto di autobiografia, che ha approfondito soprattutto le sue facoltà terapeutiche: «Si scrive la propria storia di vita per mostrare che essa è vuoto e nulla. Se mi sento estraneo a tutto e mi posso osservare in questo, dimostrando a me stesso che non sono affatto vacuità ma, almeno, un’identità narrativa, io sono qualche cosa. Se io non esisto, esiste la parola che racconta e descrive1

E tra le pagine di Ilaria Grando la parola esiste eccome, e persegue il tentativo caparbio di far prendere corpo a tutto il resto, persino a quello che a stento in terapia si riesce a verbalizzare e che, comunque, alle volte non ci si riesce a perdonare.

Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-anelli-interni-tatuaggio-5883621/)

  1. Duccio Demetrio, La scrittura clinica. Consulenze autobiografiche e fragilità esistenziali, p. 124 ↩︎

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