La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.
Radiazione, Stefano Jorio
(Minimum Fax, 2010)
Un ragazzo di trent’anni, vincitore di un concorso per un posto al Ministero degli Esteri, finisce a lavorare per il SOpA, il Servizio Opere d’Arte interno allo stesso dicastero. Suo malgrado, si troverà coinvolto nella sparizione di un’importante opera d’arte. Tuttavia, quasi come in una comunione di prospettive diverse – degne di una litografia di Escher – la sparizione sarà nello stesso tempo trama centrale e sfondo del rapporto precario del protagonista con Wibke, una donna sposata, e Carl, un giovane teologo omosessuale, sotto la canicola di una Roma di fine estate.
Radiazione, di Stefano Jorio, edito per Minimum Fax, è un romanzo complesso, che fra i tanti meriti ne ha uno in particolare: prendersi il tempo – e le pagine – per dire tutto quello che vuole dire, anche a costo di cedere alla prolissità, in un istruito gioco di rimandi all’interno del romanzo. A partire dal titolo: la radiazione del titolo del romanzo è infatti prima di tutto quella solare, presenza fisica, costante lungo le pagine, di un sole settembrino innaturalmente afoso che chiude perpetuamente Roma in una morsa di calore:
“Quando mi affaccio sulla strada il sole è forte, su via Carlo Alberto il giorno rallenta e si distende. Il fuoco assiduo di quella radiazione raccoglie la mia presenza e quella degli altri in una borsa luminosa nella quale mi sembra che nulla di male mai potrebbe accadere. Naturalmente è falso. Mi appoggio al portone di casa e chiudo gli occhi, immerso nel calore del pomeriggio”.
In questo meriggiare pallido e assorto, la sparizione di un quadro molto importante – evento che si svolge a distanza di centinaia di chilometri da Roma – smuove dall’interno la torre d’avorio del Ministero degli Esteri. Ma la radiazione solare è protagonista anche in modo più figurato: la scomparsa del quadro apre infatti uno spiraglio privilegiato sulle dinamiche della politica, della cultura e dei loro interpreti, tutti soggetti del romanzo che condividono la spasmodica ricerca di un “posto al sole”, di una porzione di luce che non punti a metterli al riparo dalle meschinità – alle quali loro stessi scelgono di sottoporsi – ma piuttosto dia loro un senso, le giustifichi. È lungo i bordi di questa luce, e delle ombre che avvolgono la sparizione del quadro, che si configura così una dialettica fra la macchina del potere e individui senza potere, che disperatamente cercano di aggrapparsi ai meccanismi che sottendono al suo esercizio; dialettica di cui il protagonista sarà prima spettatore e poi sconfitto contendente, perché il potere è benevolente solo al prezzo di esercitare un dominio totale.
Assistiamo così ai colleghi del protagonista che cedono alla dinamica aberrante di truccare appalti senza neanche un ritorno economico, ma solo per guadagnare spazi di microautorità interna; oppure emettere giudizi sulla politica internazionale e sull’arte sforzandosi di suonare simili ai mille discorsi, sempre uguali a loro stessi, ascoltati per i corridoi del Ministero – con la M grande, come Segretario Generale, come Cultura, tombe ammantate di luce eterna ed artificiale. Luce della quale tutti coloro che vi ruotano intorno elemosinano qualche raggio:
“L’ultimo di questi atti è stato un preventivo artatamente ribassato da Nicola e Toto per vincere una gara contro le altre ditte che qualche volta ci fanno gli allestimenti […] non credo che Nicola tragga vantaggi economici né prospettive di miglioramento sul lavoro […] deve guadagnarsi, in qualche modo anche lui, il suo putrefatto posto al sole”.
Gli effetti della radiazione solare sembrano propagarsi perfino alla prosa che li racconta, una prosa lenta, a tratti esasperante, proprio come una giornata di settembre in cui si aspetta la frescura che sembra non arrivare mai; o proprio come la vita fiacca e stagnante nel Ministero, persa a rincorrere minuzie e quisquilie come se fossero questioni di vita o di morte. Seguire le innumerevoli descrizioni e digressioni del romanzo è a volte difficoltoso, ma è proprio in quei punti di densa sospensione della trama che Jorio partorisce i passaggi migliori della sua prosa. Ed è proprio in uno di questi passaggi – somiglianti quasi ad apoftegmi – che Jorio riesce a renderci partecipi in un solo colpo della relazione di rimandi che continuamente vengono istituiti tra il romanzo e la sua prosa, tra il protagonista e i personaggi che vorticano intorno, tra il Ministero e il furto del quadro:
“«La verità non è nelle cose, ma nella lingua stessa che ne formula l’esigenza. Come nella celebre domanda di Pilato a Gesù, Quid est veritas?». Il Teologo si gonfia, fa la faccia solenne delle grandi occasioni e mi guarda severo: «Est vir qui adest» […] la risposta di Cristo è un anagramma perfetto della domanda. Cos’è la verità? È l’uomo che sta qui davanti a te […] la verità è la sfera di esperienza nella quale già da sempre ci muoviamo”.
La verità è stata enunciata e nella sua enunciazione è stata nascosta. Non si parla di Ministero, né del furto, eppure sono in qualche modo tutti racchiusi in questo dialogo, che avviene tra il protagonista e Carl, il teologo, che nel romanzo sarà il crocevia di tutti questi elementi: uno e trino, come certo ben si addice a un messaggero di Cristo.
In questo infinito gioco di rimandi nel testo, lo stesso titolo – Radiazione – enuncia e nasconde qualcosa a proposito di ciò che contiene, nel suo doppio significato di emissione di energia ma anche esclusione, cancellazione; analogia di una metafisica del potere violenta e invisibile, che conduce chi vuole lasciarsi guidare ed elimina chi si rifiuta di farlo, lasciando a chi sta nel mezzo l’unico privilegio di prenderne atto,
“e ascoltarla quando ti dice che questo è il mondo, che così nel bene e nel male funziona la volontà di potenza, e che schierarsi dalla sua parte è non soltanto saggio ma probabilmente inevitabile”.
Stefano Vernamonti

