Sorelle nel vuoto, “Non anima viva” di Magda Inari

Non anima viva, Magda Inari
(STC Edizioni, 2025)

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Lo scorso novembre la collana Atrio di STC Edizioni si è arricchita di un nuovo romanzo: Non anima viva di Magda Inari, un’autrice che ha scelto di scrivere sotto pseudonimo. È un libro che necessita di qualche giorno per essere digerito, tanto è ipnotico e perturbante. Si legge con il fiato sospeso e la curiosità di sapere che succederà dopo, anche se una cosa la si sa già: non sarà niente di bello. Rispecchia molto bene le premesse della collana a cui appartiene: «[…] c’è qualcosa, nel mondo, che resta fuori da schemi e algoritmi, ci sono dei libri indecisi, si vede, se restare a casa o venire e mettersi così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce […]». Non anima viva risucchia piano, per poi lasciare incapaci di trovare un punto d’appoggio.

«Credevo che i diciassette anni segnassero un confine più dei diciotto. Prima di quel trenta di agosto disegnavo ossessivamente il numero, l’uno e il sette, sul diario di scuola, lungo i bordi dei quaderni, in un’agenda vecchia che mi aveva dato mio padre, a volte anche sulla pelle, affrettandomi poi a lavarlo via. Mi convinsi che il confine che dovevano segnare era quello: la sparizione di Norma dalla mia vita»

Siamo nel trapanese agli albori degli anni Duemila. La collocazione geografica è solo accennata, ma la Sicilia è una presenza ingombrante con le sue tradizioni, le regole, le malelingue, la famiglia come primo luogo in cui le donne imparano il silenzio, il senso di colpa e la vergogna. A narrare è Claudia, che a diciassette anni assiste alla sparizione della madre Norma. E insieme a lei ne sono testimoni anche la sorella più piccola di un anno, Elvira, e il padre Giuseppe, detto Pe’.

La scomparsa di Norma funge da innesco letterario e da catalizzatore per gli eventi successivi, che forse non si sarebbero mai verificati se Norma il 30 agosto di un’estate non avesse deciso di abbandonare il tetto coniugale. La prima conseguenza è che Pe’, da sempre padre assente, se ne va accampando la scusa del lavoro. La seconda è che Claudia ed Elvira finiscono sotto l’egida della famiglia paterna, capitanata dalla nonna Aurora, matriarca solo di facciata, in realtà succube degli uomini, a cui è concesso ogni capriccio.

«Nonna Aurora l’aveva colpita forte. Uno schiaffo solo, le legnate erano appannaggio degli uomini, Aurora poteva tirare un colpo secco, ben assestato, e con quello ricordarci che in assenza di altri maschi in famiglia comandava lei»

Ecco che entrano in gioco gli altri personaggi maschili del romanzo, tutti ignoranti, prepotenti, avidi. Ed ecco che inizia la spirale discendente delle due sorelle, soprattutto di Elvira, che finisce nelle grinfie di Davide, per poi riuscire in qualche modo a tirarsene fuori grazie all’intervento di Claudia, Michele e Pe’.

A questo punto della storia gli uomini si prendono il palco, comandano nel bene e nel male, fanno e disfanno, distruggono e salvano, sono al centro dei pensieri e della scena, mettono stop e quando hanno voglia rimettono play.

Claudia ed Elvira ne escono a pezzi, svuotate in senso fisico ed emotivo, ed è da quella voragine che devono ripartire se vogliono sopravvivere. E lo fanno. Riempiono il vuoto con l’amore e la complicità che le lega, come usano fare da quando sono bambine. Possono contare l’una sull’altra, è questa la loro unica certezza. Che gli altri ci siano o meno è indifferente.

«Elvira mi stringeva forte, dondolava seguendo il ritmo del mio respiro, non avrei saputo dire dove finiva il mio corpo e dove cominciava il suo. Aveva smesso di parlare, piangeva come piangevo io, ed era impossibile distinguere il lamento dell’una da quello dell’altra. Ci stavamo di nuovo scontornando»

Non anima viva è un racconto di violenza e sottomissione, ma anche di rivoluzione, resistenza e sfida al patriarcato che schiaccia tutte le donne, compresa Norma, a cui l’unica soluzione possibile è sembrata la fuga. Claudia ed Elvira sono giovani, costrette a restare, almeno per ora, e combattono, si ribellano, scalciano. A tratti mi hanno ricordato Lila e Lenù de L’amica geniale di Elena Ferrante per le scoperte, i desideri, i contrasti, le incomprensioni, la voglia di cambiare il mondo ciascuna a modo suo, le battaglie.

La lingua di Magda Inari è poetica, dettagliata. La scrittura riflette la tensione che percorre il testo e alterna una precisione sensoriale estrema a passaggi più rarefatti, quasi sospesi. Ogni frase è misurata, trattenuta, come se la pagina fosse sempre sul punto di cedere sotto il peso di ciò che contiene.

L’ultima uscita di STC Edizioni è un romanzo che resta addosso, che continua a lavorare anche dopo l’ultima pagina. È una ferita che non si richiude e con la quale bisogna imparare a convivere. E Claudia ed Elvira lo sanno meglio di chiunque altro.

«Le risposi ch’ero morta, ch’ero come nostro padre, annegavo in me. E lo credevo davvero, non anima viva palpitava sotto la mia carne. Mi disse Elvira, fradicia dopo ch’era corsa in mezzo ai ruderi con Davide, ascoltami. Mise le sue mani attorno al mio viso, lo sollevò, vidi che aspetto aveva la notte, come tratteneva il respiro la campagna, quant’erano le stelle, presi fiato e per la prima volta sentii l’aria e la sua consistenza depositare nei polmoni, riportarmi a terra»

Marta Grima

(immagine in evidenza di Anna Avilova da Pexels)

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