Polpa, Flor Canosa
trad. Giovanni Barone, NEO 2025
Polpa, romanzo dell’argentina Flor Canosa e pubblicato il mese scorso dall’intraprendente casa editrice NEO Edizioni, si ambienta in un futuro che sembra acquattarsi dietro l’angolo dove, nella parte di mondo abitata dai protagonisti, un regime dittatoriale ha fatto in modo di “piallare” l’essere umano fino a deprivarlo della capacità di provare emozioni. Del resto è più facile sottomettere una massa di individui anestetizzati, sottoposti a uno stillicidio di pasticche affinché non siano più in grado di provare (né di riconoscere) sentimenti quali gioia, tristezza, depressione, ansia, dolore. Tra i vari sommovimenti interiori e idiosincrasie che rendono umano l’umano, è specialmente sul dolore che si abbatte il veto dello Stato, che minaccia di punire brutalmente qualunque trasgressione.
In più, in questo orizzonte deformato dalla distopia – dove pure non si irraggia mai un senso di irrealtà, ma si respira piuttosto un’inquietudine che ha qualcosa di profondamente imminente – il buon vecchio web è stato surclassato da un altro sistema, chiamato RACK: un calderone di contenuti accuratamente censiti e scremati dal potere che imbocca i suoi ‘sudditi’ rendendo disponibili solo le informazioni a cui concede loro accesso, in un perfetto programma di obnubilamento di coscienze che non sapranno mai su cos’è che stanno chiudendo gli occhi, o a cos’è che stanno rinunciando.
Alla fine del primo capitolo, perciò, è già cristallino in quale organismo sociale infetto la storia sta cominciando a muoversi: chi legge si prepara a incontrare membri di una società in cui «ciò che una decina di anni fa poteva considerarsi una piaga sociale, oggi è un vantaggio rispetto al resto del mondo. Non provare grandi emozioni, se non per la curiosità e l’istinto di sopravvivenza, è meraviglioso».
Il romanzo è suddiviso in tre parti, rispettivamente dedicate alle voci dei tre personaggi chiave della storia, i cui vissuti s’intersecano con conseguenze impetuose: ad affermare (e poi negare con la sua esperienza) quanto sia «meravigliosa una vita senza dolore», giacché così le è stato inculcato, è Irma. Nella prima parte si penetra nel suo passato di bambina, per poi assistere al suo diventare donna e ascoltare i bisogni arroganti del corpo che cambia. Nella seconda parte si ascoltano i pensieri arroganti di Lunes, uomo sadico, arrogante, con cui Irma intrattiene una relazione che è anche uno spregiudicato, virulento gioco di potere. Infine a prendere la parola è Enero, fratello di Lunes e agente del regime, che compare nell’ultimo atto dell’efferata storia d’amore tra i due.
Tre personaggi che, con posizioni e comportamenti diversi, resistono alle imposizioni del potere e in particolare all’immunizzazione alla sofferenza che il governo impone loro.
Irma s’inabissa in un atteggiamento masochista, facendo del suo corpo lo strumento di disobbedienza alle limitazioni dello Stato, che di fatto si dice padrone del corpo di ciascuno e ne governa i processi biologici. La donna, dapprima attraverso le punture di una sofferenza auto-inflitta e poi tramite il sesso, sperimenta tutte quelle sensazioni estreme (a base di libido, martirio e sangue) che dal potere sono state messe al bando.
Nelle sue intensissime cento pagine, Polpa racconta il precipitare degli eventi mano a mano che la relazione tra Irma e Lunes si fa più pericolosa nella sua sfrontata clandestinità. La comparsa di Enero sul finale è una sorpresa raggelante per il lettore che, ascoltandone la voce, scopre ulteriori scheletri nell’armadio di quello Stato di cui Enero è un funzionario.
Come si diceva all’inizio, la distopia dell’argentina Flor Canosa non procede per pindarici salti in avanti, per delineare un mondo del futuro prossimo in cui la tirannia dell’egemonia tecnologica sarà portata al massimo grado. È la stessa Irma a riconoscere che mentre la fantascienza ci ha fatto vagheggiare automobili volanti e chissà quale altra strabiliante conquista della tecnica, gli esseri umani che si vede intorno sono in sostanza «uguali a com’erano nel 1990, solo più tristi».
Con una scrittura voluttuosa, espressionistica, che si compiace della sua stessa furiosa energia, Polpa attinge a piene mani all’immaginario del post-porno: scavalca il repertorio stereotipato e ritrito della pornografia convenzionale e mettendo in scena un piacere che non sacrifica mai la sua natura istintuale, corporale, e che allo stesso tempo grida per reclamare la sua fiera connotazione politica.
A colpire il lettore, fin dalla prima parte del libro e con un crescendo progressivo tra le pagine, è soprattutto lo stile irrorato di vasi sanguigni pulsanti e pronti a esplodere di cui la giovane autrice si serve per raccontare una storia dove corpo e potere funzionano spesso allo stesso modo.
Pur nell’ampiezza della portata simbolica della sua rappresentazione di un’umanità sterilizzata da qualunque impulso, infatti, l’autrice argentina non si concede mai astrattismi o metafore: la Polpa del titolo coincide con la carne sanguinolenta e purulenta della scrittura, e dell’intera sua storia, adatta perciò a lettori e lettrici che si avventurano con temerarietà tra gli eccessi e che, dopo aver chiuso il libro, si dicono disposti a pensarci e ripensarci per i giorni a seguire.
Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: Hermann Nitsch’s 20th Painting Action (Venise), Wikimedia Commons)

