La memoria materiale: Ninin e il rimosso di una famiglia

(Ninin, Martina Tiberti
8tto edizioni, 2026)

Durante la guerra di Resistenza il fronte friulano ha rappresentato un unicum, data la sua natura liminale e la vicinanza tra i partigiani italiani e quelli jugoslavi. Un po’ dimenticato dalla storiografia della Resistenza, sul fronte friulano si svolge gran parte della vicenda del romanzo d’esordio di Martina Tiberti, intitolato Ninin e uscito per la casa editrice milanese 8tto edizioni. Ninin è un romanzo in cui si intrecciano vicende reali e finzione in una ricostruzione del passato a partire dalle lacunose informazioni che Santina, la nonna dell’autrice, le ha consegnato nel corso degli anni e dalle ricerche della stessa Tiberti. L’arco temporale della linea principale del romanzo si muove dall’ottobre 1944 al 1954, dieci anni in tutto. L’altra linea del romanzo, che inframmezza i capitoli di ricostruzione storica, è composta da incursioni meta-narrative in cui l’autrice specifica i ricordi su cui ha costruito il racconto, descrive le attività di ricerca che l’hanno accompagnata nella scrittura, mostra il personale legame con una storia temporalmente molto lontana.

Tutto ruota intorno alla vicenda di Mattia e Vincenzo (in friulano soprannominato Ninin), i due fratelli di Santina, la nonna dell’autrice. Nata nel 1930 a Pinzano al Tagliamento, in Friuli appunto, Santa – nell’esperienza di ricostruzione di Tiberti – ha sempre inciampato su ricordi dolorosi, di guerra e di perdita, che l’hanno condizionata per tutta la vita. Erano però ricordi sfilacciati, cronologicamente sporchi, che Ninin tenta di mettere in sequenza, applicando un montaggio postumo a materiali di lavorazione.

Mattia e Vincenzo, dopo l’8 settembre 1943, vengono messi davanti alle loro responsabilità da Domenico, loro padre, socialista: da che parte stare? Mattia si lega immediatamente al battaglione Pisacane, garibaldini trasferitisi subito in montagna; Vincenzo, più lugubre, più piccolo e incerto, seguirà il fratello l’anno successivo, a 17 anni, unendosi a uno dei battaglioni del Fronte della Gioventù, garibaldini legati al PCI. La loro traiettoria è chiara fin dall’inizio e la loro scomparsa, avvenuta a tre anni di distanza (Mattia è morto il 18 marzo 1945, Vincenzo il 10 novembre 1948 a guerra terminata), non incide sul percorso narrativo che il romanzo gli (ri)costruisce intorno. Al contrario, la loro morte prematura definisce il carattere sfuggente e disilluso di Santa, che faceva fatica a raccontare perché, forse, non sapeva spiegare a se stessa il dolore provato. Se è vero, dunque, come scrive la stessa autrice, che «scrivere questo libro è cercare le parole per una conversazione che non potrà più avvenire» (p. 121) è altrettanto vero che questo scrivere si appoggia su fantasie verosimili e movimenti apparenti che rendono tutto godibile anche per il lettore, estraneo alla vicenda.

La storia è tutta narrata in prima persona singolare, ogni personaggio per sé. Anticipati da nome, luogo e data, ogni personaggio sembra disposto a divulgare un resoconto personale che riannoda i fili con tutti gli altri resoconti, in un intreccio che a volte si dilegua, a volte resta più vicino al lettore.

«MATTIA
Roveredo in Piano, tra il 17 e il 18 marzo 1945
Nelle carceri.

Clemente è il più anziano di tutti e ha una voglia sul collo che fuori di qui lo rendeva temibile. Ora è semplicemente marchiato, e col rosso sulla pelle lo è più di tutti, come se avessero preso un secchio di vernice e si fossero divertiti a mettergli quel segno, come a dire: sei ribelle, sei rosso, sei morto. Gli vado vicino con la scodella dell’acqua, inzuppo il polsino della camicia e provo a pulirgli gli occhi dal giallo che li appiccica. Un ragazzo biondo solleva la mano e mi dice: «È bello che ci sia ancora chi ha voglia di curare».
Mentre lo pulisco Clemente mi rimprovera: «Sprechi acqua per uno che è già morto». Gli dico che lo siamo tutti e non si parla fino a mezzogiorno.» (p. 162)

I dialoghi compongono buona parte delle sezioni, prendendosi una sezione ampia del testo, quasi a voler rappresentare una teatralità dell’azione e del ricordo. Ciononostante, non sono sempre convincenti fino in fondo e talvolta non rendono pienamente giustizia all’intreccio narrativo, appesantendolo un po’. Sono invece i momenti introspettivi di Vincenzo, di Ninin, appunto, le pagine più riuscite del romanzo: alla fine della guerra Vincenzo viene riassorbito nelle forze di Polizia del nuovo stato repubblicano e democratico e spedito prima ad Ancona, poi a Brindisi. In preda ad un malessere generale e a una condizione di fragilità strutturale, Vincenzo troverà la morte e, prima, ben poca comprensione dal mondo che lo circonda. Le sue vicende, il suo attraversarle con sofferenza, illuminano retrospettivamente tutta la storia e permettono all’autrice di rappresentarsi tutti gli ostacoli di Santina, tutti i dolori che si è portata dentro.

Ninin è un libro di riconciliazione: fili che si rintracciano ed emergono alla luce del sole. Ma è anche un libro di testimonianza su come le vite delle persone, più che costruirsi un pezzo dopo l’altro, quasi sommandosi, in realtà debbano essere pensate come delle spirali in cui la linea del tempo non va dritta da un punto A ad un punto B, bensì procede per avanti e indietro continui e giravolte su se stessa. La pratica del ricordo prevede proprio questo movimento continuo e senza fine: è l’idea di coltivare e mantenere vivo qualcosa che sembra aver attraversato il suo tempo.

Saverio Mariani

Foto di Giada Venturino su Unsplash
(montagne nella provincia di Pordenone)

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