Dove il mondo smette di essere umano: tra creature di passaggio e realtà che si disfano

Canzone per il disfarsi del mondo, Brian Evenson
(Nottetempo, 2026 – Trad. di Luciano Funetta)

A volte basta che una cosa non torni perché il mondo intero perda la sua forma. Non serve che accada qualcosa di straordinario: è sufficiente una presenza fuori posto, un corpo che non coincide più con sé stesso, una persona che sembra umana ma forse non lo è. È da questa piccola frattura che Brian Evenson costruisce Canzone per il disfarsi del mondo, una raccolta che sembra fare di tutto per sottrarsi alla comprensione e in cui la realtà si incrina senza mai spiegare davvero perché. I racconti non offrono una strada sicura da seguire né ricompongono ciò che hanno spezzato: lasciano il lettore davanti a qualcosa che non sa nominare, con la sensazione che il mondo, proprio quello che credeva di conoscere, abbia cambiato forma senza avvertirlo. Infatti i racconti che compongono la raccolta non si lasciano attraversare come una strada che conduce da qualche parte: aprono una porta, ci fanno entrare e poi la richiudono alle nostre spalle. Quando usciamo, se usciamo, qualcosa è cambiato. Non sappiamo bene cosa sia successo, ma il mondo che conoscevamo non ci sembra più del tutto affidabile.

Evenson costruisce i suoi mondi narrativi partendo quasi sempre da qualcosa che riconosciamo. Una casa, un lavoro, una famiglia, una seduta dallo psicoterapeuta, un viaggio, un paio di occhiali, un film da girare, delle persone che si incontrano. Sono oggetti e situazioni della vita quotidiana, disposti in un ordine apparentemente normale. Poi, quasi senza avvertire il momento preciso in cui accade, qualcosa si sposta. Una presenza entra nel quadro. Una persona smette di essere ciò che sembrava. Una porta conduce altrove. Un corpo non coincide più con il corpo che dovrebbe essere. La realtà continua a funzionare, ma secondo una logica che non riconosciamo più.

È qui che comincia il perturbante di Evenson.

Non nel mostro, non nell’apparizione, non necessariamente nella violenza. Il perturbante nasce soprattutto dalla possibilità che ciò che consideriamo normale sia soltanto una convenzione alla quale abbiamo deciso di credere. I suoi personaggi vivono dentro questa crepa. Continuano a mangiare, lavorare, parlare, abitare le proprie case, incontrare altre persone, mentre qualcosa intorno a loro sembra perdere consistenza. E forse è proprio questa la cosa più inquietante: nessuno si accorge davvero che il mondo si sta disfacendo.

In uno dei racconti compare una frase che potrebbe essere presa come una piccola chiave dell’intera raccolta:

«C’era una volta un uomo che non era un uomo».

 È una frase da fiaba, quasi innocente, ma in Evenson la fiaba è già precipitata in un territorio che non sappiamo nominare.

«Agiva come un umano. Ma dopotutto, si chiederà, se non era umano, perché viveva con gli uomini, in mezzo a loro?»

La domanda sembra semplice. Non lo è.

Perché quell’uomo, se uomo non è, vuole stare tra gli uomini? Perché ne imita i comportamenti? Perché cerca di appartenere a una specie a cui forse non gli appartiene? In questa contraddizione c’è molto del modo in cui Evenson guarda all’umano. I suoi esseri deformi, le presenze senza nome, le creature che sembrano provenire da un altro luogo non sono soltanto minacce. Sono anche figure che osservano gli uomini e, in qualche modo, li desiderano. Vogliono avvicinarsi a loro. Vogliono assomigliare a loro. Oppure vogliono capire come si fa a essere umani.

È una cosa che mi ha colpito più dell’orrore. Perché nei racconti di Evenson l’umano non appare come un dato acquisito. È qualcosa che si impara, si imita ma si perde. Un modo di stare nel corpo, di riconoscere gli altri, di occupare uno spazio comune. E quando qualcosa che umano non è prova a fare tutto questo, l’effetto è straniante, ma anche malinconico. Quella creatura che cerca di comportarsi come noi sembra dirci che essere umani non è così naturale come pensiamo.

Forse è anche per questo che i racconti sembrano non avere una spiegazione. Non perché siano privi di senso, ma perché Evenson rifiuta di ricondurre l’inspiegabile a una soluzione. Non ci consegna il significato insieme alla storia. Ci lascia dentro l’enigma. E l’enigma, una volta aperto, non si chiude con l’ultima pagina.

«In fondo era solo di passaggio.»: la frase potrebbe appartenere a uno dei tanti esseri che attraversano questi racconti senza mai spiegare davvero da dove vengano. Ma potrebbe anche riguardare tutti noi. Siamo di passaggio, anche quando facciamo di tutto per costruire l’illusione della permanenza. Abitiamo case, accumuliamo oggetti, costruiamo relazioni, lavoriamo, programmiamo il futuro, come se il mondo fosse qualcosa di stabile. Eppure basta poco perché la continuità si interrompa. Una persona scompare. Un volto cambia. Un luogo diventa estraneo. Una certezza si incrina.
Evenson porta questa precarietà fino al limite.

In Canzone per il disfarsi del mondo non c’è un’apocalisse nel senso più comune del termine. Non vediamo necessariamente il mondo esplodere. È qualcosa di più piccolo e, per questo, più vicino a noi: il mondo perde progressivamente la sua capacità di essere spiegato. Le cose restano al loro posto, ma non significano più quello che significavano prima.
È una sensazione che appartiene anche al nostro presente.

Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente circondati da immagini, informazioni, spiegazioni, interpretazioni. Abbiamo strumenti per giudicare quasi tutto e per vedere ciò che accade dall’altra parte del mondo nel momento stesso in cui accade. Eppure questa sovrabbondanza non ci ha reso necessariamente più capaci di comprendere. Al contrario, può lasciare una sensazione di estraneità. Sappiamo moltissimo e, nello stesso tempo, non sappiamo più bene a cosa credere. Il reale ci arriva già filtrato, commentato, montato, corretto. La realtà stessa sembra talvolta una superficie sulla quale è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che soltanto gli somiglia. Evenson lavora esattamente su questa instabilità.

Uno dei racconti contiene un’immagine che rende bene il modo in cui la realtà può trasformarsi senza scomparire del tutto:

«Laddove la prima apparizione somigliava a una nuvola amorfa, la seconda sembrava più simile a un’ombra, lunga e scura, così scura che era quasi come tenere gli occhi puntati in un buco, fatta eccezione per le due aperture sproporzionate che si aprivano nel punto in cui avrebbero dovuto essere gli occhi».

Qui l’apparizione non viene davvero descritta. O meglio, viene descritta attraverso ciò che non riusciamo a vedere. È una presenza che si definisce per sottrazione. Non sappiamo che cosa sia, ma sappiamo che non dovrebbe essere lì. E soprattutto non sappiamo se appartenga a un altro mondo o se sia qualcosa che il nostro mondo contiene da sempre e che, per qualche ragione, abbiamo smesso di vedere.

Questo è uno dei punti in cui la dimensione surreale dei racconti diventa più interessante. Evenson non costruisce semplicemente mondi paralleli nei quali accadono cose impossibili, piuttosto costruisce mondi che assomigliano terribilmente al nostro e nei quali l’impossibile riesce a convivere con il quotidiano. È proprio questa convivenza a generare inquietudine.

La scelta è radicale e, a tratti, può persino irritare. Ci sono racconti nei quali viene spontaneo aspettarsi una risposta, un chiarimento, una causa. Evenson invece si ferma prima. Non ci dice se quello che abbiamo visto sia realmente accaduto. Non stabilisce sempre se la minaccia sia esterna o appartenga alla mente di chi la percepisce. Non ricompone la frattura.
Ma forse è proprio questo il punto.
La spiegazione avrebbe il compito di rassicurarci. Dire: era un sogno, era una malattia, era un’allucinazione, era un’altra dimensione, significherebbe riportare l’ignoto dentro una categoria. Evenson preferisce lasciarlo fuori. E ciò che resta fuori continua a seguirci.

Mi è sembrato interessante leggere questa raccolta dopo Il padre della menzogna. In quel romanzo, Evenson è quasi spietato nella sua chiarezza. Il male, la violenza, la colpa, la manipolazione religiosa prendono una forma precisa. La storia procede attraverso una trama che, per quanto inquietante, permette al lettore di riconoscere un mondo e i suoi meccanismi. Qui, invece, tutto è più sfuggente. Se Il padre della menzogna mette il lettore davanti a qualcosa che non vorrebbe vedere, Canzone per disfarsi del mondo lo costringe a domandarsi se quello che vede sia ancora il mondo. È una differenza importante.

Qui, il confine tra realtà e immaginazione non è una linea che si può attraversare: è una materia che si deforma. E forse proprio per questo la raccolta ha qualcosa di profondamente contemporaneo. Non perché racconti direttamente il nostro tempo, ma perché intercetta una sensazione che il nostro tempo conosce bene: quella di non riuscire più a distinguere con sicurezza il dentro dal fuori, il vero dal falso, l’umano da ciò che umano non è.

Il titolo, Canzone per il disfarsi del mondo, mi sembra allora tutt’altro che ornamentale. Una canzone è qualcosa che si ripete. Ha un ritmo. Può essere una nenia, una filastrocca, una forma di accompagnamento. Ma qui la canzone non serve a costruire il mondo: sembra accompagnarne lo sfaldamento. Non è una canzone per salvare ciò che resta, ma per assistere alla sua dissoluzione. Eppure «disfarsi» è diverso da «distruggere».

Distruggere significa esercitare una forza contro qualcosa. Disfarsi suggerisce invece un cedimento lento, quasi naturale. Un nodo che si scioglie. Un tessuto che perde i fili. Un’identità che non tiene più insieme tutte le sue parti. Il mondo di Evenson sembra proprio questo: non viene necessariamente distrutto, si disfa. E mentre si disfa continua a essere popolato.

Forse è questo che rende i racconti così malinconici, almeno per me. Dietro la paura c’è sempre la perdita di qualcosa che prima sembrava stabile. Un volto, una casa, una famiglia, un corpo, una percezione, un modo di riconoscere sé stessi. Persino le creature più estranee sembrano, in qualche modo, cercare un posto. E il loro tentativo di avvicinarsi all’umano finisce per mettere in discussione proprio ciò che gli esseri umani danno per scontato.

Che cosa significa essere umani?
Avere un corpo riconoscibile? Avere una memoria? Vivere con gli altri? Avere paura? Desiderare di appartenere a qualcuno? Cercare una spiegazione quando qualcosa ci spaventa? Evenson non risponde. E fa bene.

In fondo, anche noi viviamo senza possedere una spiegazione definitiva. Continuiamo a comportarci come se il mondo fosse coerente perché abbiamo bisogno che lo sia. Diamo un nome alle cose, organizziamo gli eventi, costruiamo storie. Ma la letteratura, a volte, fa il contrario: toglie i nomi, rompe l’ordine, lascia entrare ciò che non sappiamo comprendere. E Canzone per il disfarsi del mondo fa questo.

Non è una raccolta che chiede necessariamente di essere amata. È una raccolta che chiede di essere attraversata. Alcuni racconti rimangono più a lungo di altri, alcuni inquietano, altri lasciano soltanto una sensazione difficile da mettere a fuoco. Ma forse è proprio questo il modo in cui il libro continua a esistere dopo la lettura: non attraverso le risposte, ma attraverso le domande che ha lasciato aperte.

E quando torniamo al nostro mondo, quello fatto di case, strade, telefoni, lavoro, immagini, notizie, persone che incontriamo ogni giorno, per un momento possiamo avere la sensazione che sia soltanto uno dei mondi possibili. Poi tutto ricomincia. O almeno così crediamo. Perché, dopo aver letto Evenson, resta il dubbio che qualcuno o qualcosa abbia attraversato la nostra realtà senza lasciare traccia. Che sia stato qui per un momento. Che abbia osservato gli uomini, cercato di imitarli, forse persino desiderato di diventare uno di loro.E che poi sia andato via… In fondo era solo di passaggio.

«E a dire il vero niente indica che siano mai stati qui».

Antonella De Cicco

In copertina: Foto di Valentin Ivantsov via Pexels

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