La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.
L’esteta radicale, Fouad Laroui
(Del Vecchio, 2013 – trad. Cristina Vezzato)

Ne La società come verdetto, libro del sociologo francese Didier Eribon dedicato a indagare il peso schiacciante che la società esercita sulle identità individuali, si incontra a un certo punto una formula coniata da un altro sociologo francese (nonché mentore di Eribon), cioè Pierre Bourdieu: “odissea della riappropriazione”. L’idea è provare a definire quel movimento circolare di fuga e ritorno di individui che, emancipandosi da un contesto che li vede in qualche modo discriminati e subalterni, cercano di riconciliarsi rinnovati con la propria identità culturale.
Eribon fa riferimento alla propria esperienza autobiografica, in quanto omosessuale nato e cresciuto in un contesto sociale fortemente discriminatorio. Con un salto forse ingiustificato da un punto di vista di aderenza teorica, spiegabile forse solo con le onde cerebrali che la parola “odissea” agita attraverso la memoria, questo concetto è parso alla Nottola un’ottima chiave di lettura della raccolta di racconti L’esteta radicale, di Fouad Laroui, edita in italiano da Delvecchio editore nel 2013. In che altro modo tenere insieme un uomo marocchino che, in seguito alla notizia dell’impiccagione di Saddam Hussein, decide di lasciare Rotterdam e tornare in Marocco, un naufragio nel Mediterraneo e un gruppo di ragazzi seduti in un bar di Casablanca che rischiano la controversia teologica con un contadino solo perché li sente parlare francese?
“Assunse un tono doloroso, quasi piagnucoloso, per l’arringa che seguì e che diede alla questione una piega imprevista e regionale.
— Adesso capisco cosa sta succedendo. Ho capito […]. Voi mi disprezzate. State cercando di umiliarmi. Percé sono un Doukkali. Un contadino, insomma […].
Dove sei andato a pescare questa storia? Se solo avessi detto salam aleikum all’inizio, non saremmo a questo punto. E ti ripeto che siamo tutti, in fondo, contadini… Di veri casablanchesi non ce n’è: siamo tutti bifolchi, la gleba ancora incollata alle scarpe”.
In che altro modo, dunque, se non osservando delle persone che sentono il peso di identità multiple, tanto diverse da sembrare insolubili, mentre attorcigliano il riscatto e la vergogna con lo spago dell’ironia, nella speranza di stringerli abbastanza forte da farli stare entrambi in una vita sola? Con questo spirito, sarebbe stato forse più corretto conservare come titolo della raccolta di racconti il titolo del primo: Quella volta che Malika non si è sposata, e non L’esteta radicale, che è invece il sesto. Non per una questione cronologica; piuttosto, sembra che sia stato scelto perché il sesto parla soprattutto a «noi», al nostro razzismo becero e serpeggiante, invitando forse a una chiave di lettura troppo sbilanciata verso la nostra prospettiva. Detto altrimenti, pare che l’accento sull’aspetto del razzismo di cui la quotidianità è immersa risponda a una precisa scelta editoriale, di posizionamento: si rivolge a un pubblico consapevole di quei meccanismi, per farla breve.
Non c’è nulla di male e, ça va sans dire, è pur sempre una supposizione. È certo possibile che i motivi siano stati altri, non da ultimo estetici — L’esteta radicale è in effetti un titolo decisamente più accattivante. Tuttavia, considerato per amor di dialogo che sia così, che “l’odissea della riappropriazione” sia un buon grimaldello teorico, a fine lettura è difficile evitare di pensare come il punto sia invece proprio la messa a fuoco sul fatto che l’identità di chi si è distaccato dalle proprie origini culturali contiene sempre un’oscillazione tra due mondi, una lacerazione che ha consentito il passaggio dall’uno all’altro. Non «come noi vediamo loro», ma «come loro vedono loro stessi».
Non è forse un caso se i racconti, pur essendo scritti in francese, contengono una quantità enorme di termini arabi, tanto da rendersi necessario un piccolo glossario a fine testo. È la “maledizione” degli scrittori maghrebini, come la chiama Laroui stesso, che scegliendo il francese come lingua d’elezione della propria scrittura — per una serie di motivazioni, non da ultimo di bacino di potenziali lettori — finiscono per non sapere chi sono davvero.
In questo senso il primo racconto sembra rendere in maniera più icastica questa tensione, che a diversi livelli li percorre però tutti. Quella volta che Malika non si è sposata disegna infatti con alcuni rapidi tratti — approssimativi ma davvero evocativi — una madre che cerca di evitare alla figlia un matrimonio combinato: racconta nello specifico di una missiva d’amore che Si Mahmoud, il vicino di casa di Zaynab, consegna alla donna da parte di un maestro molto stimato. La destinataria della lettera è proprio la figlia di Zaynab, Malika, divenuta da qualche tempo oggetto delle attenzioni dell’uomo.
Marocchine a cavallo tra due mondi, Zaynab e Malika personificano una progressione lineare del distacco: mentre Zaynab, che il matrimonio combinato l’ha subito senza potersi opporre, cerca di destreggiarsi tra le ostinate insistenze del proprio vicino di casa — della cui considerazione bisogna pur tener conto, nella vita quotidiana — e la (mal)ferma volontà di risparmiarlo alla prole, Malika è già una figlia del terzo millennio; capace di liquidare l’affare come se avesse dato un calcio a un sassolino per strada, e anzi di deridere senza ritegno l’ustad Abbas e la sua lettera d’amore. Davanti a loro c’è Si Mahmoud, e la sua incapacità di fare i conti con tali tradimenti nei confronti dell’unico mondo che è capace di abitare. La scrittura di Laroui pare perfetta per attorcigliarsi attorno ai pensieri rapidi e ai gesti invisibili dei personaggi, che certificano il distacco senza mai interrompere la dinamica degli eventi. Quasi come un ruscello di montagna: impetuosa ma in un senso indiretto, di rimando, nel suo sbattere e scorrere lungo tutte le piccole rocce che ne costituiscono il letto.
“Ora, mi permetta di dirle questo: io e lei apparteniamo a una generazione e mia figlia a un’altra.
L’anziano uomo aprì la bocca e guardo la vedova di Si Baddou [Zaynab] senza capire. Sì, la rispettabile Malika era una bambina e lui un venerabile patriarca. E allora? Qual era il problema?
Zaynab continuò.
— Questa nuova generazione vuole altro da quello che volevamo noi alla stessa età. Tanto per iniziare, mia figlia, che, glielo ricordo, ha solo sedici anni, vuole continuare gli studi…
Mahmoud l’interruppe con un gesto di stizza.
— Gli studi? L’ustad Abbas è maestro, rispetterà ceramente questo desiderio. Non ha lui stesso fatto studi lunghi e prestigiosi?
— Certo, certo, Ma non è questo il punto. Ci ritroviamo già a parlare, noi due, di ciò che autorizzerà o non autorizzerà. Non vede qual è il problema? Non si sono ancora mai rivolti la parola!”.
Malika non si sposerà, naturalmente — come avvisa già il titolo del racconto — l’ustad Abbas troverà un’altra moglie e a Si Mahmoud rimarrà solo l’amaro in bocca: quale grande occasione si è lasciata sfuggire Malika! Di nuovo l’ironia come chiave del racconto, che consente di leggere una relazione fra due mondi che è in qualche modo crittografata, che necessita di un sforzo ulteriore rispetto alla semplice condanna di un matrimonio combinato. Questo perché, alla prova dei fatti, nel racconto non c’è nessun cattivo: si potrebbe dire anzi che, se c’è una persona che si comporta male, è proprio Malika, che non esita a prendersi gioco della lettera un po’ strana, ma sincera e innamorata, di Abbas. Sia quest’ultimo che Mahmoud sono mossi dai migliori intenti, nelle loro azioni. Abitano certo un mondo diverso da quello di Zaynab e Malika, ma i due mondi pur scontrandosi non si eliminano. Forse è questo ciò che chi ha un piede in due mondi si augura, proprio come Zaynab, e come Laroui stesso.
Stefano Vernamonti
