Il dormitorio, Sergio La Chiusa
(Italo Svevo, 2026)
Il dormitorio che dà il titolo al nuovo romanzo di Sergio La Chiusa, appena pubblicato da Italo Svevo, è la caserma in cui il protagonista viene spedito, appena ventenne, per il proprio anno di leva obbligatoria nella deprimente Tauris: un anno tappato in «un cubo isolato, senza aperture, senza rapporti con il mondo, e in cima l’immancabile tricolore che in assenza degli agitati venti della Storia pendeva flaccido dal suo pennone.» (p. 104)
Quasi tutti gli episodi raccontati nel libro (fatta eccezione per pochi avvenimenti più “esotici”, ricordi di rocambolesche scorribande e libere uscite, come la fortunosa impresa sulla spiaggia – che il ricordo ha fatto mitica – di Lignano Sabbiadoro) hanno luogo qui, sullo sfondo di un paesaggio friulano brumoso e fuori fuoco.
Anche se sono trascorsi trent’anni da quei fatti, il tempo non ha reso il protagonista immune da un incubo infernale che periodicamente torna a dargli il tormento, con l’effetto di trascinarlo indietro, ad avvitarsi nelle sue memorie di ragazzo. Incubo che pare ambientarsi nelle stesse stanze di kafkiana memoria e intasate di aria viziata in cui pure avevano luogo le vicende del primo romanzo dell’autore, I Pellicani: l’uomo sogna se stesso settantenne mentre sprofonda placido nella lettura di un romanzo, finché il suo stato di quiete non viene squassato dall’irrompere sulla scena di una coppia di carabinieri dall’aspetto balordo, che intendono trascinarlo in caserma per la visita di leva. Sordi alle proteste dell’uomo, che sostiene di aver già adempiuto al suo anno di servizio militare, i due lo trascinano via, e l’onirica discesa agli inferi procede con «una caduta a piombo nel ridicolo» (p. 13) fino al più grottesco degli epiloghi.
L’assedio fantasma dei gendarmi diviene, per il protagonista, il pretesto per passare dall’incubo al setaccio della memoria: un’operazione di «ricostruzione del tempo perso» dove, al gusto paradisiaco delle madeleiene, si sostituisce il fetore dei calzini sporchi appallottolati sotto il letto nella caserma di Tauris.
[…] giacché i ricordi, come si sa, non seguono un filo cronologico, e nemmeno logico, e risalgono invece per vie misteriose spuntando caotici e indisciplinati dall’intricato sottobosco dell’esperienza, e tocca al narratore sedarli, riportarli all’ordine, piegarli al proprio progetto. A ogni modo, l’incubo rifluiva naturalmente nel ricordo: bastava levare il vecchio di domani e metterci il giovane dell’altro ieri e tutto tornava in regola. (p. 22)
È questo un periodo che il giovane ricorda di aver trascorso in bilico tra riluttante obbedienza e tacita, soffocata ribellione. Infatti, alla maniera di un quiescente Bartleby – vicino ad esplodere – non manifesta quasi mai all’esterno la sua insurrezione, se non attraverso intimi, sotterranei atti di trasgressione: «una mancata adesione, una mano abbassata tra le tante alzate, una bocca chiusa tra le tante che s’univano, conformiste e vocianti, al colore del potere» (p. 184).
A chi legge rimangono negli occhi soprattutto le scene di addestramento a una disciplina coatta a cui masse di giovani adulti vengono piegati: l’autore si rivela abilissimo nel ritrarre il procedere meccanico e idiota della violenza esercitata da un sistema che ripete se stesso per indottrinarli. Sul perché di quella violenza – orfana di qualunque senso e segno (politico, sociale, ontologico) – nessuno pare interrogarsi. Lo stesso narratore, che pur ci vorrebbe provare, finisce per cozzare contro la sua insensatezza e prenderne atto.
Impossibile non riconoscere ne Il dormitorio anche i lineamenti di una tragicommedia che ha qualcosa di pirandelliano: il sardonico occhio sul mondo di Serafino Gubbio Operatore, l’irrequieto in-adattamento alla vita di Mattia Pascal. D’altra parte, l’ombra di Pirandello s’era allungata pure sul romanzo d’esordio di La Chiusa, il già citato I Pellicani: a paragone di quella prova narrativa la cui struttura somigliava a un labirinto di dispercezioni, qui l’autore scioglie piuttosto che annodare. Ne risulta una lettura più “ospitale”, meno destabilizzante o allucinatoria perché più ancorata a un piano di realtà che ne I Pellicani veniva continuamente sabotato.
D’altro canto, anche nel mondo narrativo che ha come baricentro la caserma di Tauris la realtà si riconferma luogo dell’alienazione, ma si concede al lettore di vagheggiare almeno qualche scappatoia.
Oltre che un dormitorio, la caserma pare l’anticamera di un tritacarne, un luogo che dovrebbe temprare la gioventù e invece le raschia via l’argento vivo che indossa. Senza precipitare mai nel racconto di una disillusione senza scampo ma mantenendo sempre un tono beffardo, il resoconto del protagonista pare installarsi proprio in quello snodo cruciale tra la spensieratezza adolescente e la ruvidezza della vita “da grandi” che, una volta congedati dalla caserma e dismesse le proprie tute, li aspetterà.
[…] D’altra parte (il capitano) ce l’aveva messa tutta per prepararci alla vita adulta. Non lo si poteva negare. In nulla s’era risparmiato: maltrattamenti, ingiurie, interdizioni, intimidazioni, punizioni. Tutti gli strumenti del suo armamentario pedagogico aveva adoperato pur di strapparci di dosso quell’aria di adolescenti rammolliti, svagati, indolenti, e trasformarci in perfetti esecutori d’ordini, ciechi e reattivi, e dunque, almeno in potenza, perfetti comandanti. E se ora eravamo più maturi e pronti per un mondo di servi e padroni era anche merito suo. (p. 182)
In un capitolo dedicato all’osservazione dei volti immortalati in una foto di gruppo, con qualche balzo prolettico in avanti, il protagonista si concede d’interrogarsi sul destino di quei suoi scalcagnati compagni (schiere di Lomartire, Lamanna, Lasagna, Zamboni dalle disparate provenienze geografiche e inflessioni dialettali) immaginando ciò che forse, nel proprio futuro adulto, saranno diventati: criceti in trappola su una ruota, bulloni di una catena di montaggio, oppure bulimici telespettatori, «padri imbolsiti e lamentosi, moralisti senza morale», nostalgici che si tengono in contatto sui social e ogni tre anni organizzano una rimpatriata del 3° 88’ – raduni a cui il protagonista rifiuta di prender parte.
D’altra parte, sul suo conto non sappiamo null’altro se non chi è stato a vent’anni, ricollocandosi in una sequela di diapositive che lasciano fuori sogni paure e pensieri dei personaggi ritratti per raccontarne perlopiù prossemica, gesti, reazioni. La perspicace esuberanza di dettagli con cui il narratore connota i colleghi – fattisi, attraverso le parole, personaggi del proprio racconto – somiglia a quella utilizzata dal suo artista preferito per i suoi ritratti, il celebre pittore olandese Bruegel Il Vecchio, se è vero che entrambi popolano i propri scenari di figuranti dai lineamenti plastici e le smorfie dolenti. Espressioni e visi che lo stesso protagonista tenterà di riprodurre con le sue parodianti velleità artistiche.
E così, selezionando e sezionando i ricordi da raccontare – e non abbandonandosi in modo indifferenziato al loro flusso – chi dice ‘io’ nel romanzo non fa che allestire «una coreografia di parole in maschera» (p. 102), dietro cui lui stesso ammette di nascondersi.
Viviana Veneruso
(foto in evidenza: Grande Torre di Babele, Pieter Bruegel Il Vecchio)

