La rivolta delle capre, Laura Chivite
(La nuova frontiera, 2026 – Trad. Elisa Tramontin)
“La tragedia non capita mai quando tutti i segnali indicano che sta per capitare”
“E quando capita?” chiesi io.
“Capita quando meno te lo aspetti. Perciò la tragedia sfiora spesso il ridicolo”
Un incontro può cambiare un’adolescenza, e a volte anche una vita. La protagonista di La rivolta delle capre – romanzo d’esordio della spagnola Laura Chivite – fa questa esperienza due volte. La prima, a sedici anni, quando zia Lidia – con cui fino a quel momento ha avuto solo una familiarità distante – la invita ad una gita in montagna. Durante la passeggiata le due assistono a una scena insolita e brutale: un enorme cane che assalta e uccide un candido cerbiatto. Quella visione violenta assume la forma di un presagio, e come molte scene raccontate in questo romanzo dà l’impressione che la morte – o una qualche forma di ineluttabilità – cammini sempre al lato dei personaggi che lo compongono. Quel pomeriggio zia e nipote stringono un’amicizia che – non a caso – si basa sul sangue, qualcosa che, come si sa, è più denso dell’acqua.
Il secondo incontro significativo avviene molti anni dopo, a Madrid. Dalla strada, la nipote vede Lidia seduta in un bar “in compagnia di un toast e di un bicchiere di vino”. Il primo impulso è quello di nascondersi: non si parlano da troppo tempo e quell’apparizione improvvisa le rende evidente la distanza che c’è tra il suo presente e il suo passato. Poi, quasi senza volere, entra nel bar.
Da lì, attraverso il punto di vista della protagonista, Chivite ci racconta i due anni durante i quali zia e nipote hanno vissuto insieme, a Pamplona, nella casa dove Lidia viveva da sola, con il gatto Baby. Quando la nipote si trasferisce da lei per studiare arte, Lidia ha poco più di trent’anni, ed ha appena divorziato da Jara, la donna che è stata l’amore della sua vita. In quel periodo, la protagonista impara la bellezza e l’intensità della vita quotidiana, ma anche l’appagamento che deriva dall’amicizia femminile. Casa di Lidia è sempre piena di donne interessanti, che discutono per ore di tutto, e che agli occhi di un’adolescente sembrano figure mitiche, eroine a cui ispirarsi ciecamente.
Nipote e zia convivono così per circa due anni, tra confidenze, scontri, e un gioco narrativo che ispira il titolo del romanzo: la storia di Juana, la capra insolente. Lidia la racconta per la prima volta una sera che in tv non c’è nulla di interessante, come semplice passatempo per scacciare la noia; è una storia archetipa, si potrebbe dire di formazione, che Lidia racconta in seconda persona, come a richiamare la nipote dentro la narrazione stessa.
“Ti chiami Juana. Sei una capra grigia e vivi ad Hackney, un quartiere nella zona est di Londra. […] Sei ancora una bambina e hai molti sogni. Passi le giornate immersa in fantasie che non racconti a nessuno”
Al termine di ogni puntata della storia, Lidia dà alla nipote tre possibili finali tra cui scegliere. Nel corso del romanzo, il gioco diventa un’abitudine per dire quello che non si riesce, o per capire meglio ciò che solo la finzione narrativa riesce a rivelare.
La rivolta delle capre è sì un romanzo di formazione, ma è anche la storia di un’intera famiglia. Se zia e nipote sono le figure principali a muoversi nello spazio narrativo, altri personaggi si impongono con altrettanta forza, pur avendo a disposizione poche pagine per raccontarsi.
Nonna Refugio, per esempio, è uno dei personaggi più a fuoco e complesso della storia. Nel capitolo “Morte e baldoria”, Chivite ci porta nel passato, quando Refugio, giovane madre di sei figli, è appena stata nominata “Manola”, ovvero la più bella del quartiere. Tale titolo richiedeva un festeggiamento speciale: la “Manola” veniva vestita con una mantiglia, un enorme pettinino e un abito ricamato, e così acconciata sfilava per le strade del quartiere.
Il racconto di quella giornata gioiosa è però macchiato da un evento che – al pari dell’aneddoto sul cerbiatto – riporta la morte sul palcoscenico. Quando Alfredo, marito di Refugio, sale al piano di sopra dal vicino Zacarías, per farsi prestare la macchina fotografica – una Leica, per l’esattezza – lo trova a terra, esanime. Di lì a poco arriva l’ambulanza, ma prima che tutto finisca Alfredo scatta una foto alla moglie, in piedi sotto al lampadario di Zacarías, con il vestito da Manola.
Zacarías si salverà, ma, una settimana dopo, la morte verrà a prendere proprio Alfredo, e la foto di Refugio vestita da Manola rimarrà l’ultima istantanea di una vita precedente.
“C’è qualcosa di magico in quella foto. Come se la morte passeggiasse nella stanza e mia nonna lo sapesse. Come se notasse che è lì che risparmierà Zacarías. Ma come se sapesse anche che comunque tra qualche giorno prenderà qualcuno, uno di loro”
L’intero episodio restituisce l’immagine di una donna complessa, con una vita interiore e un passato che probabilmente nel corso degli anni è stato scavalcato dalle incombenze della vita familiare. Mentre si prepara per vestirsi da Manola, nonna Refugio si trova a rievocare ricordi nitidi e frammentati.
“Allora, sul suo viso stanco, sul suo viso da star, ne vide riflesso un altro ben diverso. All’improvviso si sovrappose un viso innocente, il suo viso dell’infanzia, che, nel silenzio del bagno appartato dalla festa, alzava lo sguardo verso il pettinino e diceva: “Che bello, a che serve?”
Ed è già qui che Chivite introduce un tema che tornerà più tardi nel romanzo: la difficoltà di essere presenti, e la violenza di quei momenti in cui la realtà si manifesta tutta insieme. La protagonista, infatti, sembra essere sempre tesa a questa verità, come a cercare un ordine nelle cose, una causa che lega tutto. Comicamente, la verità del mondo le si manifesterà in maniera bizzarra, dentro un bagno chimico mal funzionante. Ed è proprio come la citazione di Pessoa, posta in esergo al romanzo: “più di una volta, mentre passeggiavo lentamente per le strade della sera, mi ha colpito nell’anima, con una violenza improvvisa e stordente, la stranissima presenza dell’organizzazione delle cose”.
Questa strana organizzazione assume talvolta la forma di un incantesimo. È così che l’elemento magico entra nella narrazione di Chivite. Zia Lidia è affetta da uno strano superpotere. Ogni volta che è triste, gli oggetti attorno a lei prendono a spostarsi all’improvviso, con una violenza variabile a seconda della situazione.
Se in gran parte del romanzo questo aspetto magico funziona, riuscendo a far visualizzare un’emozione difficile da descrivere a parole, in altri punti diventa elemento accessorio, quasi pleonastico o fuori luogo, soprattutto quando appare in un altro personaggio, lo Zio Fermín. Anche qui, la protagonista lo incontra casualmente in un bar, ma la scena è molto diversa da quella del reincontro con Zia Lidia. L’ambiente in questo caso è buio, oscuro, quasi come fosse un sogno.
La conversazione tra i due – pur essendo una scena perfettamente ben costruita internamente e di conseguenza funzionante se letta al di fuori dell’intero romanzo – risulta, nel contesto dell’intera narrazione, scarica di intensità. Anche Fermín ha un superpotere – che non rivelerò per non fare spoiler – ma in questo caso Chivite ci porta in mondi e immaginari piuttosto lontani da quelli raccontati fino a quel momento, tanto che questa svolta suona stonata rispetto a un testo fino a quel momento armonico e ben strutturato.
Al di là di questi aspetti, La rivolta delle capre è un libro che colpisce soprattutto per il modo in cui sono costruiti e descritti i personaggi. Ciò che effettivamente muove e anima la storia non sono infatti gli elementi magici o i racconti di scene surreali: sono i gesti, i dialoghi, e soprattutto i ricordi che prendono prepotentemente lo spazio narrativo. La rievocazione degli eventi del passato – che sia la storia della nonna Refugio o quella di come Jara e Lidia si sono conosciute – è il vero elemento magico, il modo in cui zia e nipote riescono a capirsi e a mischiare i loro mondi.
E poi la capra Juana, che di tanto in tanto appare, proprio quando le protagoniste non riescono a trovare altro modo per parlarsi. Non è un caso che l’ultima storia della capra Juana sia così lunga e complessa: è quella che Lidia racconta quando ormai il rapporto con la nipote si è deteriorato, e le due non sanno più come comunicare.
Perché alla fine, La rivolta delle capre parla anche di questo: narrare significa capire; così, quando non si capisce più nulla, l’unica cosa sensata da fare è, e sarà sempre, raccontare una storia.
Francesca Rossi
Immagine in evidenza: Io e il Villaggio, Marc Chagall.

