Gli occhi freddi di terra dei morti

Qualcuno ammazzi Dorothea, Gaia Giovagnoli
(nottetempo, 2026)

Qualcuno ammazzi Dorothea, l’ultimo romanzo di Gaia Giovagnoli edito da nottetempo, è un composito mosaico di tessere: trascrizioni di podcast, estratti di interviste, stralci di articoli di giornale sono alcuni dei materiali eterogenei e frammentari che l’autrice ha incollato insieme, creando attorno alla Dorothea del titolo un fosco, ammaliante universo narrativo.

Dopo la morte della madre, avvenuta a causa di un incidente nella fabbrica dove lavorava come operaia, Dora cresce con suo padre Doné D’Amico, ex carabiniere, cacciatore e tassidermista amatoriale nonché presidente dei P.U.R.I., associazione (o setta) il cui strenuo obiettivo è quello di rigenerare la morale delle nuove generazioni.

Paradossale e insopportabile allora per lui che proprio la sua Dora, da adolescente, sia additata dai compaesani come sporca, sguaiata, una poco di buono. La Santarcangelo in cui vive da ragazza è un angolo di mondo con tutti i difetti più risaputi della provincia, le dinamiche che la inseguono sono quelle di un paese dove la reputazione può farsi consumare dalle dicerie e dove chi tesse la trama dei pettegolezzi detiene la verità e il potere.

È proprio tramite l’esperienza sessuale con un compagno di scuola che Dora scopre qualcosa di sé e del proprio corpo: l’esperienza dell’orgasmo, che sempre tende la mano al dolore, scuce un varco nella ragazza attraverso il quale s’infilano visioni, spiriti, voci di morti.

I morti… la usavano come se lei fosse il loro… pulpito? No… non proprio. Era piuttosto come se lei fosse il loro… involucro. Ecco. Sì. I morti la indossavano. Immaginò la madre di Albi che si aggiustava la pelle delle mani di Dora attorno alle proprie – bitorzolute, gonfie e macchiate – tirandola per bene come si fa con dei guanti troppo grandi. (p. 50)

L’incedere dell’azione, nelle parti del libro che rimontano al passato di Dora, è costruito secondo un nervoso crescendo, un’escalation di tensione verso un momento cruciale per la vita della giovanissima protagonista che scoprirà cosa può fare con quello che è, in una scena che ha del panismo sfrenato e delle nuance da estasi mistica.

A parere di chi scrive, tra le parti più fascinose del romanzo ci sono proprio queste in cui si ripercorre il passato della donna: brani in cui la scrittura raggiunge delle vette quasi liriche, permette a chi legge di calarsi nella mente del personaggio tramite una focalizzazione interna che svela di Dora pensieri, dubbi, organi. È questo un modo per far sì che chi legge incontri e ascolti Dora prima di Dorothea, all’origine cioè di quando gli altri pretenderanno di appropriarsene del suo personaggio rimodellandolo a proprio piacimento e facendone una puttana o una strega, un’affabulatrice abilissima o un’amante sincera.

Nel presente del tempo del racconto, Dorothea è diventata adulta e la si incontra mentre è preda di una vorace visibilità mediatica: è nota a tutti come la prostituta medium che, durante l’amplesso con un facoltoso e conosciutissimo manager, è stata posseduta dallo spirito di un’altra sex worker che accusa l’uomo di averla assassinata. A smentire la veridicità della sua confessione interverrà poi suo padre, Doné D’Amico.

Le voci dei personaggi interpellati per esprimere il proprio parere su chi sia Dorothea – se un’inaffidabile ciarlatana, un’esaltata o una negromante dai poteri reali – sono catturate in un chiacchiericcio che mima la vacuità di certi salotti televisivi, dove si ricamano romanzi pure sulla cronaca più nera.
O ancora, quando sulla pagina sono riprodotti estratti di podcast, l’autrice replica la verve delle voci (quasi sempre di uomini) che affondano le mani nella storia di Dorothea e ritengono presuntuosamente di trarne l’attualissimo significato:

Dorothea vittima del mondo proprio non ci si sentiva.
E la domanda diventa inevitabile, sapendolo: come poteva proprio lei, ispirata da queste e mille altre entità, sopportare tutto quanto?
Come poteva non desiderare giustizia per sé e per la donna che aveva canalizzato, per tutte le donne che avevano detto no e che non erano state ascoltate? (p. 147)

La denuncia all’imprenditore però, che pure esplode come caso mediatico e trascina Dorothea a esporsi in pubblico e raccontare di sé e del proprio lavoro, non conquista mai davvero il cuore della scena: a interessare chi legge (e evidentemente chi scrive) è piuttosto la manipolazione dell’immagine di una donna di cui viene sbranata in diretta la carne, l’intimità, il passato, pur di convincersi di trovare la (una?) verità.

Doné D’Amico, altro abilissimo falsario delle sue proprie verità, condivide con Dorothea la stoffa di personaggio complesso, frastagliato, divorato dalle sue ombre: pur se si vorrebbe arroccare nel ruolo di guardiano della morale infatti il padre della protagonista appare tiranneggiato dai suoi stessi istinti. La forza animalesca con cui questi si preparano a erompere verso la fine contribuisce a elettrificare di tensione la seconda metà del libro, e il ritmo su cui il racconto a quell’altezza si sintonizza.

Per tutto il romanzo, quindi, Dorothea rappresenta l’occhio del ciclone, il perno appuntito e magnetico attorno al quale i personaggi si muovono, in una fluttuante sfasatura di piani temporali che è certamente tra i punti di forza del libro.
Laddove infatti una certa tendenza della narrativa italiana oggi prescrive la semplificazione, la potatura, la linearità e le “frasi dirette”, che non costino nessuna fatica a chi legge, la giovane autrice azzarda, rimescola le carte, fa coesistere diversi livelli temporali, costella il racconto di lacune che distribuisce studiatamente e con criterio, fa collidere dicotomie inesplose che non risana (verità e menzogna, cronaca e affabulazione, o ancora il più manicheo conflitto tra bene e male, il braccio di ferro che si gioca tra razionalità integerrima e malattia mentale).

Il tutto con una scrittura appassionata in cui ogni termine sembra frutto di una ricerca mirata a ottenere un certo luccichio tra le parole, effetto – prezioso senza farsi esuberante o barocco – che si intensifica soprattutto in corrispondenza delle descrizioni di ciò che Dora giovanissima prova, quando sente tuoni e cataclismi nella sua stessa carne.
O ancora, vale la pena segnalare l’interessantissima scelta stilistica di attribuire all’immaginazione deformante di Doné uno sguardo che storpia il corpo femminile associandolo spesso a quello animale, non attraverso parallelismi didascalici ma mediante scelte più puntuali ed eleganti, sciolte nella narrazione: penso per esempio al modo penoso in cui, nel ricordare sua moglie, non la chiama che «povera bestia», o al passaggio splendido in cui ripensa con orrore ai peli che hanno iniziato ad assediare il corpo della figlia contrassegnando l’inizio della fine, ossia la sua pubertà:

Tutto era ricominciato con i peli (neri neri sotto le ascelle, lucidi come quelli delle altre cagnette); il suo odore si era ir­rancidito diventando asprigno – e ancora lì ci si poteva salvare, volendo. Ma poi ecco che quei peli spugnosi sembrava si fos­sero spinti in profondità dentro di lei, tra le vene e i nervetti, e lì avevano messo radici che le avevano avvoltolato lo stomaco, l’intestino, le ossa e che le avevano bucato infine di nuovo la pelle, risbucando là sotto. (p. 171)

Questa sorta di mimetizzata zoopoetica, per cui spesso l’immaginario animale s’intrude nella narrazione sottoforma di metafora o termine di una similitudine, si lega tanto all’inquietante passione di Doné per i corpi imbalsamati delle bestie fucilate a caccia quanto all’evidente suo disturbato rapporto col corpo femminile e col suo desiderio castrato.

Nel complesso, la voce di Giovagnoli si riconferma suadente e vibrante, pur se con effetti e obiettivi diversi dalla sua precedente prova narrativa, Chiedi se vive o se muore (nottetempo, 2023). La sua ricerca linguistica qui continua e si approfondisce, mentre cambia completamente il modo di tenere insieme il racconto, che abbandona il tono lì più confessionale e intimista per interpellare una comunità intera e, macroscopicamente, una società – qual è la nostra – abituata a inventar mostri da mandare alla gogna.

Viviana Veneruso

(immagine in evidenza: Medea di Frederick Sandys)

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