Intervista a Francesca Manfredi, Premio Campiello Opera Prima con “Un buon posto dove stare”

cover_ManfrediI racconti in Italia non vendono”, sostengono agenti letterari, editori, responsabili del mercato del libro. Sta di fatto, però, che quando sono scritti bene vincono almeno un buon premio letterario.

È il caso di Francesca Manfredi, ex allieva presso la Scuola Holden e ora insegnante di Narrazione nella stessa struttura a soli 29 anni, che quest’anno ha pubblicato con La Nave di Teseo il suo primo libro: Un buon posto dove stare. Ha partecipato al Premio Campiello 2017 con i suoi 11 racconti ed è stata la vincitrice della sezione Opera Prima, ottenendo peraltro l’immediato apprezzamento della critica.

Oggi scambiamo quattro chiacchiere con lei a proposito della sua opera e della sua professione di scrittrice e insegnante.

Su Un buon posto dove stare

Di solito sono terze persone a presentare al pubblico i libri di chi li ha scritti. Se, invece, lei potesse presentare brevemente Un buon posto dove stare, come lo descriverebbe?

Storie che arrivano dal mio personale modo di assistere alla realtà, di percepire i luoghi abitati – da me, da altri. Racconti che ruotano attorno al concetto di famiglia, come condivisione di uno spazio, innanzitutto: uno spazio ambivalente, che talvolta rappresenta un rifugio, talvolta una gabbia. Sono situazioni comuni, ordinarie, attraversate però da una dimensione parallela, sottile, fatta di mistero e ricordo, di rivelazioni, simboli, che agisce in controluce su quei personaggi che riescono ad accorgersene.

cache_30332838Una raccolta di racconti, rispetto a un romanzo, si presta più facilmente a pareri contrastanti da parte dello stesso lettore: una storia può piacere di più, un’altra di meno. Una storia può sembrare sviluppata meglio, un’altra peggio. Lei, da autrice, che rapporto ha con questi undici episodi?

Sono tutte storie che sentivo di voler raccontare, a pari merito e senza particolari differenze. Quest’aspetto dei pareri contrastanti, in realtà, non differisce di molto rispetto all’attitudine che si può avere nei confronti di qualsiasi altra opera di narrazione. Anche in un romanzo, o in una serie, possono esserci capitoli ed episodi, a parere del lettore o dello spettatore, meno interessanti, che si leggono con più difficoltà, momenti che si ricordano di più o di meno. Ma sono tutti funzionali a portare avanti la vicenda: così come i racconti di Un buon posto dove stare sono utili, secondo me, a tracciare il quadro di ciò di cui volevo parlare, a dare vita al quartiere che mi ero immaginata.

Quanto al suo rapporto con così tanti personaggi protagonisti, invece, cosa può dirci?

Credo sia uno degli aspetti più liberatori dello scrivere racconti, quello di non dover rimanere per più di dieci, venti pagine con lo stesso personaggio, ma di avere la possibilità di incontrarne e conoscerne altri. È un rapporto poligamo, non ci si annoia facilmente.

Secondo lei è più facile scrivere un buon racconto o un buon romanzo? Che ruolo ha la loro diversa lunghezza, nella sua valutazione?

La difficoltà è soggettiva: ci sono autori che faticano a collocare le loro storie entro spazi ridotti, che scrivono per straripamento. Per me è il contrario: quando scrivo soffro di agorafobia, e procedo per ritenzione. La pagina vuota, lo spazio aperto e smisurato mi spaventano sempre, mi mettono in soggezione, mentre mi sento molto più a mio agio entro confini ristretti.
È l’ostacolo maggiore che sto incontrando ora che sono alle prese con un romanzo: ostacolo che, proprio in questo modo, mi sto imponendo di superare. Credo di avere capacità di sintesi più che di articolazione. Per natura sono portata a parlare poco, a rivelare solo lo stretto necessario: questa caratteristica si fa viva più che mai quando scrivo, e trova un ambiente favorevole nella dimensione raccolta e sfuggente del racconto.
L’idea di avere poco tempo a disposizione, poi, ti fa riflettere sempre sulla scelta, sull’importanza di ogni singola parola, come un condannato davanti al plotone di esecuzione. È l’aspetto fondamentale del racconto, la sfida maggiore: ma è anche un fattore estremamente stimolante, eccitante. È una sensazione bellissima, di costrizione e poi di rilascio, quando si riesce a dire ciò che si voleva entro uno spazio minimo, magari prestabilito.

Sull’editoria italiana

Per via della sua genesi, La Nave di Teseo rappresenta un’eccezione nel panorama italiano: nata da pochissimi anni, eppure già autorevolissima a livello nazionale. Qual è stata la sua esperienza con questa nuova realtà editoriale?

21F221AF-08D1-4044-B455-9C10D40906AANon posso che parlarne in maniera positiva. Ho ammirato la scelta di Elisabetta Sgarbi di lasciare Bompiani e procedere su un binario totalmente nuovo, ho ammirato la forza e la passione con cui hanno dato vita a questa realtà, e ho deciso di proporre loro la mia raccolta. Credo che la passione sia proprio il tratto fondamentale di questa casa editrice: si percepisce l’attenzione, la cura con cui trattano ogni nuova opera e ogni nuovo autore, facendolo sentire parte di un tutto.

Qual è a suo avviso il più grande ostacolo nella pubblicazione di una raccolta di racconti nel nostro Paese?

Una serie di pregiudizi e reticenze da parte di alcune case editrici, che si lasciano condizionare da convinzioni ristrette o addirittura errate, e la resa incondizionata degli autori, che spesso, a causa di questa sfiducia generale, non provano nemmeno a proporre racconti.

Che consiglio darebbe a chi volesse scrivere e pubblicare una raccolta di racconti?

Di dare retta al proprio istinto e alle proprie volontà, di non fermarsi davanti alle possibili dissuasioni dovute unicamente ai pregiudizi “di forma”. Bisogna coltivare un po’ di sana disubbidienza e caparbietà.

E a chi d’istinto non volesse comprarne una che secondo lei meriterebbe di essere letta?

Lo stesso che darei per un romanzo, se lo ritenessi meritevole di lettura. Forse l’errore sta anche nel fossilizzarsi troppo sull’idea di forma. Alla fine ciò che conta è la voce del narratore, le parole utilizzate, la storia: che sia una storia di dieci pagine, oppure di duecento, dovrebbe essere fattore secondario per un lettore.

Su Francesca Manfredi

Un forte scetticismo in Italia riguarda anche il ruolo e l’utilità delle scuole di scrittura. Da “addetta ai lavori” cosa ne pensa? Da cosa potrebbe derivare questo pregiudizio?

Come ogni pregiudizio, credo derivi prima di tutto dalla scarsa informazione. L’Italia, sotto questo punto di vista, è in ritardo rispetto ad altri paesi: le scuole di narrazione, qui da noi, hanno iniziato a svilupparsi verso la fine degli anni ’80, e solo ultimamente anche alcune università e istituti superiori hanno introdotto lezioni di scrittura creativa. In altri paesi, invece – Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, ma anche altri stati europei come Francia e Germania – questo avviene da quasi un secolo. È naturale, d’altronde: come ogni altra disciplina artistica, la scrittura non vive di solo talento, ma ha bisogno di esercizio, di confronto.

Francesca ManfrediChe opinione ha delle riviste letterarie online? Ha mai pubblicato qualcosa attraverso questo canale?

Credo facciano un gran bene ai racconti: contribuiscono a formare e allenare una sensibilità nei confronti di questa forma, permettono di tenere viva l’attenzione. È un altro contenuto che nei paesi anglosassoni esiste con fortuna da molto tempo. E poi, il racconto in questo senso – breve, libero, fruibile via web – è una forma che sia avvicina bene al nostro tempo, alla velocità, alla frammentarietà. Seguo il lavoro di alcune riviste, e ho partecipato, e parteciperò, a due progetti, nati da poco da giovanissimi autori, che ruotano attorno a idee e concept ben definiti: Tuffi, che pubblica storie brevissime (dalle sei parole alle trecento), e Narrandom, che ogni settimana “pesca” una parola diversa su cui costruire i racconti, corredandoli di illustrazioni, allo stesso modo di altre ottime riviste come Carie.

Se dovesse scegliere, quali nominerebbe fra i suoi racconti preferiti in assoluto (tre, quattro, cinque… tutti quelli essenziali, a sua discrezione)?

Scegliere non è affatto facile, infatti lo farò solo parzialmente e ne elencherò troppi.
In ordine casuale:
Casa d’altri, Silvio D’Arzo
Un giorno ideale per i pescibanana, J. D. Salinger
Una pallottola nel cervello e Leviatano, Tobias Wolff
Penne, Raymond Carver
La morte dell’impiegato, Anton Čechov
La casa dell’agonia, Luigi Pirandello
Gatto sotto la pioggia, Ernest Hemingway
La casa dei desideri, Rudyard Kipling
Rock Springs, Richard Ford
Ne avrei molti altri, ma credo che così possa bastare…

Un buon posto dove stare: lei lo ha trovato?

Anche qui, ne ho più di uno.

(A cura di Eva Luna Mascolino)

2 risposte a "Intervista a Francesca Manfredi, Premio Campiello Opera Prima con “Un buon posto dove stare”"

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