“Platone è meglio del Prozac” non rende onore alla Filosofia

Capita, qualche volta, di leggere un libro che ti cambia la vita. Ma non è questo il giorno. Si può dire, invece, che leggere “Platone è meglio del Prozac” mi abbia rovinato la settimana.

Io ho una laurea triennale in Filosofia, e adesso sono all’ultimo anno del mio percorso magistrale, sempre in Filosofia. Questo libro l’ho visto per la prima volta alla festa di laurea di un mio collega; troneggiava sul mucchio di regali fatti dai parenti. Ho pensato: “Ma magari me lo leggo, forse è interessante”.

Dopo qualche giorno mi arriva questo libro: Lou Marinoff, “Platone è meglio del Prozac”. Onde evitare pregiudizi non avevo assolutamente letto nulla al riguardo, né dell’autore né del libro; sapevo solo che Lou Marinoff è considerato ad oggi il fondatore della cosiddetta “terapia filosofica”. Già su questo termine, lo ammetto, avevo storto leggermente il naso: che vuol dire? Che è ‘sta roba? Ma io sono laureata in Filosofia, se partissi con dei pregiudizi non renderei onore alla mia laurea, e non ho voluto pensare a niente prima di iniziare a leggere.

Infine ho aperto il libro, ma prima vorrei fare una precisazione. In questa recensione non ho assolutamente intenzione di parlare dello stile scrittorio né dei registri narrativi, della scorrevolezza della prosa et similia. In primis, non è interessante sapere come sia scritto un libro che non ha la primaria intenzione di essere bello da leggere, ma che vuole informare su una “pratica” filosofica; in secundis, leggendo i ringraziamenti ho notato che Lou Marinoff ringrazia una certa Colleen Kapklein, che lo ha evidentemente aiutato nell’editing del libro e lo ha reso più ordinato e leggibile. Non ha molto senso quindi parlare di uno stile e di una prosa che non sono interamente pensati dall’autore il quale, giustamente o meno, aveva altre priorità da trasmettere attraverso la stesura del testo. Con queste dovute premesse, vorrei arrivare ai punti nodali.

Il libro parla di come, secondo Marinoff, sia possibile risolvere i propri problemi attraverso la consulenza/terapia filosofica. Il libro, in sostanza, è un ibrido terrificante tra un libro motivazionale e un libro descrittivo del metodo PEACE (Problema, Espressione delle Emozioni, Analisi, Contemplazione, Equilibro), che secondo l’autore servirebbe a gestire i problemi della vita quotidiana senza dover necessariamente ricorrere alla psicoanalisi ma, anzi, ricorrendo a una propria e personale filosofia. Questo è grossomodo il “manifesto” dell’ideologia di Marinoff, che viene tracciato nelle primissime pagine del libro; ritengo che questa sia la parte più interessante, visto e considerato che le restanti duecento e passa pagine sono una sequela (divisa per ambiti) di “casi clinici” studiati da Marinoff & friends, che dimostrano quanto sia utile la pratica da loro proposta. Uno strazio infinito, insomma, che qui non ho intenzione di riproporre.

Quello che è davvero interessante, e che credo meriti un’analisi, è l’introduzione, la prima cinquantina di pagine di testo attraverso le quali possiamo capire davvero tante cose. Anzitutto, l’autore si pone al di sopra di tutti i libri di “self-help” che circolano ultimamente, dicendo che questo non è assolutamente un libro di tal fatta, ma che serve a evitarli in un certo senso, perché questo libro permetterà proprio di crearsi un modo personale di risolvere i problemi. Non so voi, ma a me pare esattamente un modo come un altro di scrivere un libro di self-help.

In più, leggendo il libro si nota una insistenza non indifferente nel voler screditare, in modo evidente o meno, la psicologia classica e la psichiatria. Marinoff sostiene, infatti, che la società odierna sia letteralmente pervasa dall’idea che ogni problema vada risolto col “Prozac” (dove per Prozac non si intende solo lo psicofarmaco specifico, ovviamente, ma si fa rifermento a tutta la gamma di psicofarmaci esistente: si fa riferimento alla cultura del Prozac, quella cultura tipicamente americana che vede in tutto un problema psichiatrico). Marinoff vive la cultura americana, e in effetti lì c’è un problema del genere, ma è anche vero che la psicologia non assegna farmaci ai propri pazienti, ad esempio, ed è altrettanto verso che uno psichiatra che riscontra una malattia ha tutto il dovere di prescrivere farmaci, se ritiene che questi possono essere utili. In più, uno psichiatra non prescrive mai solo gli psicofarmaci, ma li accompagna sempre ad una terapia frontale molto approfondita. Ma questo Marinoff forse se lo è scordato.

Se è vero che non tutti vanno curati col Prozac, non vedo comunque come un laureato in filosofia possa mettersi al pari di uno psicologo o di uno psichiatra. Marinoff però è furbo, e in più di un passaggio mette le mani avanti, dicendo che la terapia filosofica è una terapia per “persone sane”. E fin qui ci sto, voglio ammettere che è vero: la Filosofia aiuta l’esistenza, ha aiutato la mia e non lo nego. Ma non ha aiutato la mia esistenza nel modo in cui sostiene lui; la Filosofia, come l’arte, la letteratura, la musica e qualsiasi altra forma di sapere, salva l’esistenza di una persona nobilitando la sua anima, ampliando la sua mente verso orizzonti più ampi. Rinchiudere la filosofia ad una pratica tecnica, in cui viene consigliato (anche) di leggersi Platone o Boezio per imparare a capire come litigare di meno con il proprio partner, è riduttivo e anche abbastanza imbarazzante.

Nel libro si leggono frasi come “Tutti possiamo crearci una nostra filosofia”, e a me questo non piace, mi fa quasi arrabbiare. Per costruire una vera filosofia, una filosofia che abbia un contenuto chiaro e rigoroso, che sia coerente con sé stessa e che non crolli come un castello di carte alla prima obiezione che le viene posta, non basta una vita e molti laureati in filosofia non riusciranno mai a concepirne una, semplicemente per il fatto che la Filosofia (quella vera) non è uno sforzo intellettuale che può riuscire a tutti, me compresa. Con questo non voglio far diventare la filosofia una materia elitaria, lungi da me; ma da qui a dire che tutti sono in grado di crearsi una filosofia di vita il passo è molto lungo. Un conto è crearsi un sistema di valori e codici attraverso la lettura, la cultura e anche la filosofia (nel libro una delle terapie proposte era la biblioterapia, cioè la lettura di testi… come se ci fosse il bisogno di pagare una persona per sentirsi dire che leggere è importante), e questo è sacrosanto, ma non è equivalente al costruire un proprio sistema filosofico. Marinoff gioca sul fatto che la gente ha paura della parola “psicologo” e propone a coloro i quali non si sentono ancora abbastanza forti da parlare dei propri problemi di andare da lui, pagarlo tanto quanto avrebbero pagato un analista vero, e risolvere il problema che li affligge in quel momento.

Credo si sia compreso che questo libro non l’ho minimamente apprezzato. Non rende giustizia ai filosofi, ai laureati in filosofia che non si mettono al pari di psicologi e psichiatri, che conducono il loro lavoro con serietà e professionalità; non rende giustizia neanche agli psicologi e agli psichiatri, portando disinformazione su come funzioni la terapia e su cosa sia davvero un’analisi psicologica. Infine, provo tenerezza per i suoi “pazienti”, andati da lui per un motivo qualsiasi, trovatisi a pagare fior fior di quattrini per non ricevere un consiglio, una domanda specifica, un tentativo di analisi un po’ più introspettiva. Qualcuno potrà dirmi: “Ma era quello che queste persone volevano: non avere consigli e non dover fare analisi”. Sì, ma allora ditemi due cose: primo, perché dover pagare uno che non fa altro che ascoltare? A questo punto sarebbe stato meglio chiedere consiglio a un amico fidato. E secondo: magari queste persone erano convinte di non avere problemi pregressi e di necessitare solo di un aiuto a comprendere come agire in quel momento; ma chi ve lo dice che, in realtà, quei problemi non fossero indice di qualcosa di più serio? Non lo sapremo mai, perché queste persone si sono fidate di un uomo che non aveva questa risposta, e millantava invece di averla.

Non tutti sono pazienti psichiatrici o psicologici, ma se una persona arriva al punto di chiedere aiuto esterno per risolvere i propri problemi, allora forse sarebbe compito di un professionista decidere se hanno bisogno o meno di un’analisi approfondita. Questo non è il compito di Lou Marinoff, filosofo che ha fallito la sua missione di filosofo e sedicente analista.

Lou_Marinoff_at_Taplow_Court,_UK

9 pensieri su ““Platone è meglio del Prozac” non rende onore alla Filosofia

    1. Non sono filosofo, quindi mi astengo da giudizi di tale materia. Ho dato una letta al libro di Marinoff giusto perché era in saldo, noto però che in qualsiasi campo (matematica, filosofia come in questo campo, fisica, etc..) se una persona affronta la tematica ‘fuori dagli schemi’ inculcati della società, è subito scetticismo (passami il termine) e si parte a suon di screditate, un po’ come quando eravamo abituati durante il periodo infantile. Non difendo Marinoff, anzi ho una posizione neutrale perché non lo conosco, un po’ di presunzione la ha avuta, ma a scrivere che non ‘rende onore alla filosofia’ è un Azzardo, soprattutto scritto da una persona studiosa della materia.

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  1. Premetto che non ho letto il libro e di mestiere faccio l’operaio metalmeccanico, quindi la mia cosiddetta cassetta degli attrezzi in materia è molto diversa, ma trovo, per quello che mi è consentito di capire, molto interessante e ben articolata la tua disamina. Siccome tento di affrontare lo studio della filosofia da autodidatta, raccolgo in pieno il messaggio da te comunicato e proseguo le mie letture affrontando direttamente le opere dei grandi pensatori che hanno fatto crescere la nostra civiltà. Saluti. David Medici

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    1. Grazie mille per il tuo commento, David! Sono contenta di vedere che la mia analisi ti abbia convinto, spero tu possa continuare ad apprezzare sempre i grandi filosofi attraverso le loro parole e insegnamenti diretti. Buon divertimento e goditi il viaggio. Clelia

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  2. Ho letto “Platone è meglio del Prozac” quasi fino alla fine, tanti anni fa. Non lo posso considerare un libro illuminante.Tuttavia non lo considero un lavoro che generi disinformazione. Ridimensiona (se non ricordo male) il lavoro di psicologi e psichiatri e questo mi pare una buona cosa.
    Non credo che psicologi, psicanalisti e psichiatri siano un’unica categoria, così come non credo che siano buoni o cattivi, giusti o sbagliati, corretti o scorretti. C’è questo e quello. C’è lo psicoterapeuta (o psicologo, o psichiatra, ecc.) che aiuta in determinati casi e non aiuta in altri. C’è l’incapace e c’è il maestro. Come accade ovunque nel sapere umano.
    Il libro tu l’hai trovato un “ibrido terrificante” e vorrei che ti rendessi conto che questa è una tua posizione. Posizione che mi pare vagamente dogmatica. Mi sono laureato in filosofia da più di 30 anni e più procedo nell’indagine filosofica, più vedo che i dogmi si incrinano. Il terzo assioma della comunicazione (v. “La pragmatica della comunicazione”) ci dice che i nostri pensieri sono condizionati dal nostro punto di osservazione. Un punto di osservazione oggettivo probabilmente non c’è e comunque non sarebbe umano.
    La verità assoluta, se c’è, probabilmente non è per noi umani. L’evoluzione del pensiero filosofico è una confutazione ininterrotta delle teorie e dei sistemi filosofici che stanno a monte. Nietzsche è un ottimo paradigma di questo percorso.
    Paragoni “Platone è meglio…” a un libro di self-help. Penso che tutti i libri siano bene o male dei libri di self-help. Perché leggi, se no? La conoscenza è crescita, cioè self-help.
    Per quanto riguarda lo screditare i professionisti della psiche, è forse un errore da parte di Marinoff (ma non ricordo più se sia esattamente questa la sua posizione). Però mi sembra che tu avvilisca la pratica dell’ascolto attivo trasformandola in una semplice tecnica per spennare il pollo.
    Chi va da uno “strizzacervelli” non va per ricevere consigli e lo strizzacervelli che elargisce consigli o suggerimenti è pericoloso. Così come è pericoloso dialogare con un’amica per averne un parere. Una terapia di aiuto non ti apre la porta per farti entrare: ti mostra che ci sono più porte e che le devi scoprire tu. Un bravo counselor (nonché un bravo strizzacervelli) non ti dice cosa fare. Ti ascolta senza pregiudizi (e liberarsi dei pregiudizi è un lavoro enorme), ti aiuta a fare luce nella tua confusione. Non credo di avere amici capaci di ascoltarmi senza pregiudizi: dialogare con loro è indubbiamente un piacere, ma non è terapia.
    Da quanto scrivi mi pare di capire che per te solo uno strizzacervelli possa aiutare. Un aborto è un problema psicologico o etico? Cambiare lavoro, nazione, fede, sono questioni psicologiche, o sono questioni morali, sociali, economiche? E quanti sono gli strizzacervelli che intervengono su questi argomenti in maniera impropria? Cosa ne sa di etica, di metafisica, di logica, uno psicoterapeuta?
    Platone non è meglio del Prozac, ma nemmeno Freud è meglio di Platone (senza contare che anche Freud è stato spessissime volte confutato).
    Il tuo scritto inizia affermando di rifiutare i pregiudizi, ma si conclude con queste parole: “Questo non è il compito di Lou Marinoff, filosofo che ha fallito la sua missione di filosofo e sedicente analista.” Forse dovresti limitarti a dire che quel libro non ti ha convinta, perché queste parole mi suonano giudicanti e dogmatiche, non credi?
    Buona lettura

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    1. Caro Andrea,
      Scusami nel ritardo alla risposta – che forse non leggerai, essendo passato davvero tanto tempo – ma non leggo le notifiche di WordPress quasi mai. Mi scuso tanto per questo e se la recensione non ti è piaciuta.
      L’articolo che hai commentato l’ho scritto qualche anno fa. Ho dovuto rileggerlo per rispondere al tuo commento, del quale ti ringrazio perchè senz’altro è stato stimolante per riportarmi a riconsiderare alcune posizioni, o semplicemente a farmici soffermare ancora una volta dopo tanto tempo.
      Ovviamente il mio giudizio è influenzato dal mio punto di vista, ma questo non mi esime dall’esprimere giudizi. Certo è che il libro non mi ha convinta, questo credo si sia compreso anche se non l’ho detto a chiare lettere. In più, non trovo nulla di male nel “giudicare” (male o bene) un libro\opera d’arte\film\canzone o tutto ciò che si espone, inevitabilmente, al giudizio estetico e critico da parte di un soggetto. Se io leggo un libro che, sempre secondo il mio punto di vista (ma questo è lapalissiano, così come anche tu leggi e critichi dal tuo punto di vista) ho il diritto di esprimere un giudizio, anche dogmatico (per usare un tuo termine, sul quale comunque nutro qualche dubbio, perdonami), in quanto quel libro vi si espone, è nella natura dell’oggetto e degli oggetti estetici (nel senso più ampio del termine). Tutto ciò che si produce si prostra, in qualche misura, all’occhio di chi contempla: non c’è nulla di oggettivo, nemmeno Dio lo è. Quindi, da questo punto di vista, mi spiace ma siamo in disaccordo: la filosofia non si basa sul fatto che io debba sempre e comunque fare un passo indietro rispetto alla mia coscienza e al mio punto di vista. Si tratta, invece, di fare filosofia motivando i punti di vista, rendendo ragione dei propri giudizi critici. Bisogna prendere una parte, volente o nolente. Non sono mai stata una vera fautrice della sospensione di giudizio, per me è importante prendere posizione, quando si hanno le informazioni e i titoli per farlo (banalmente, non si parla di ciò che non si conosce). Io ho scelto la parte di chi non ha trovato meritorio questo libro. Dopotutto, scrivere recensioni richiede anche di esprimere giudizi, seppur taglienti o comunque con condivisibili dalla totalità della comunità. In realtà, fa piacere sapere di avere opinioni contrastanti, così da poter migliorare la discussione.
      Per quanto riguarda la “semplificazione” attuata dal libro in merito ai temi filosofici: a me non piace la semplificazione che arriva a non far cogliere il senso profondo delle cose. Se si parla di divulgazione (e qui non si parla di divulgazione, perchè il libro ha tutto un altro scopo), bisogna essere seri. Perchè si riesce a fare divulgazione scientifica (parlo di scienza dura), e invece quando si arriva a parlare di filosofia, letteratura et similia si finisce sempre per sminuire massicciamente la portata di queste scienze? Non lo so, ma Marinoff mi sembra non abbia migliorato lo stato di cose attuali, e sono convinta di questo ancora oggi – a tre anni dalla recensione di questo libro. Spero che tu saprai consigliarmi libri di divulgazione in materia che abbiano un approccio serio (mi viene in mente De Crescenzo, giusto per citarne uno).
      Infine: credo di essermi espressa male nello scrivere una recensione, dal momento che traspare che io volessi intendere che l’unica “soluzione” a un malessere personale è lo “strizzacervelli”. Assolutamente non era la mia intenzione, e mi dispiace di averti dato questa impressione. In realtà, volevo battere l’accento sul fatto che, per me, ci sono professionisti del mestiere che hanno grandissime capacità di risolvere “piccole tristezze quotidiane” senza dover per forza consultare lo psichiatra o lo psicoterapeuta_ vedi la figura del counselor. Solo, non credo che il metodo proposto da Marinoff sia valido (per questo motivo ha “fallito” come filosofo: quale altro è il compito del filosofo se non quello di ideare un metodo teoretico valido?).
      Perchè lo credo? Perchè la filosofia non serve (solo) a salvarsi. La filosofia serve a contemplare, a pensare, a livellare il proprio pensiero critico, a migliorare la finezza di un ragionamento, serve addirittura ad assomigliare a Dio (deficiatio). Tutto questo è bellissimo e nobilissimo, altrimenti io stessa non starei facendo un dottorato in filosofia, ma non basta: purtroppo, non basta essere bravi pensatori e cibarsi di bei pensieri per poter educare la nostra emotività a essere felice. Non voglio dire che leggere Platone non sia di aiuto, ma non basta. E secondo me il metodo proposto da Marinoff, col tempo, farà più danni che altro.
      In più, per quanto riguarda quello che dici quando parli dei terapeuti che non danno consigli, temo di essere d’accordo con te solo in parte: dipende sempre da chi vai. Ci sono terapeuti che si limitano ad ascoltare, altri invece prediligono un approccio più attivo col paziente, nei limiti ovviamente del rapporto che ci si aspetta da un professionista. Ma questo dipende sempre: come hai detto benissimo tu, non esiste il giusto o sbagliato in assoluto. Io posso prediligere terapie che vadano più a impattare nella vita del paziente, con consigli attivi e partecipazione assertiva, tu potrai prediligere un semplice ascolto che sia volto all’indirizzo del paziente in modo passivo.
      Mi dispiace se ti sono sembrata netta nei giudizi, ma è esattamente questo quello che volevo dire, e credo che il pensiero sia ben motivato. Questo non mi impedirà di cambiare idea in futuro, ma è pur vero che, quando le cose si motivano, è giusto esprimere le proprie prese di posizione nei confronti degli oggetti che ci vengono posti innanzi. Un mondo senza giudizio, semplicemente, non esiste.
      spero troverai il tempo per leggere questa risposta.
      Cordialmente,
      Clelia

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      1. Gentile Clelia,
        la tua replica è educata e motivata.
        Mi basta questo. Un confronto pacato ed educato è già un raggio di sole.
        Alcuni passaggi della tua risposta mi suonano bene, altri continuano a vedermi su posizioni diverse dalle tue. Non ha importanza. Vista la discarica che è diventato il web, qualsiasi rapporto che non finisca in insulti e scontri manichei è una piccola resistenza all’abbrutimento.
        Nonostante la nostra divergenza di idee in merito a questo libro specifico, ho continuato a leggere saltuariamente il tuo blog, che apprezzo.
        Grazie, per la tua risposta e per le tue recensioni.
        Andrea

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      2. Caro Andrea,
        Sono felicissima di leggere queste parole, davvero.
        Altrettanto felice, poi, che il blog ti piaccia: blog sul quale non sono stata solo io a scrivere, ma tantissimi altri eccezionali ragazzi ed aspiranti scrittori.
        Un abbraccio,
        Clelia

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      3. Clelia,
        ho realizzato che all’Ircovervo siete un gruppo solo dopo aver messo a fuoco i vostri numerosi nomi d’arte.
        Inizialmente non ci avevo fatto caso: ero concentrato più sulle recensioni che sulle firme.
        Questo non sposta l’opinione che ho del vostro lavoro collettivo e ti rende più umana: prima mi domandavo come facessi a leggere così tanto e a scriverne, mi sembrava un lavoro molto impegnativo da tenere in piedi.
        Vi auguro tanta fortuna e soddisfazioni.
        Ti lascio alcune parole di Borges (parole che forse già conosci) sulla lettura: “…che gli altri si vantino dei libri che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelli che ho letto”.
        Ricambio l’abbraccio

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