Zerocalcare è una garanzia e “Macerie prime” lo dimostra

Quando Zerocalcare pubblica, io compro: è una legge categorica. Come è una legge il fatto che quando finisco un suo libro inizio a pensare con un accento marcatamente romano, e la mia scrittura diventa improvvisamente più colloquiale e ironica. È una legge, stacce.

macerie prime_zerocalcareDue sono le mie reazioni quando mi arriva a casa un libro di Zerocalcare: contentezza e malinconia. Contentezza perché so che leggerò qualcosa di bello e divertente all’inverosimile, malinconia perché già mi aspetto la mazzata emotiva, la sorpresa malinconica che arriva appena dopo una battuta che mi ha fatto ridere tantissimo. Quando mi è arrivato il libro ho saltato di gioia, non vedevo l’ora di iniziare a leggerlo. L’occasione si è presentata nel mio viaggio verso Milano; un viaggio in treno lungo che mi ha dato modo di leggermi il libro per intero e senza interruzioni. Più che leggerlo, si può dire che l’ho divorato: quattro ore scarse di una lettura affamata, febbricitante, curiosa.

Non ne sono contenta: quando azzanno un libro mi succede spesso di voler leggere ininterrottamente ma poi, puntualmente, pentirmene. Vorrei rileggermelo subito, assaporare di nuovo le battute, le batoste, le immagini vorrei guardarle meglio, forse m’è sfuggito un particolare. Ma tant’è, l’ho divorato e non posso tornare indietro. Posso solo consigliare voi di leggerlo con la dovuta calma. Io tanto me lo rileggo, già so.

A differenza di altre recensioni, qui non vi parlerò molto della trama, perché qualsiasi indizio potrebbe farvi annusare spoiler, e io non voglio anticiparvi proprio nulla. Dirò semplicemente che l’opera inizia con un viaggio in treno, milleduecentocinquanta chiamate e messaggi, un matrimonio, e un gruppo di amici disastroso e disastrato, ma sempre lo stesso. E proprio perché sempre lo stesso, va benissimo così.

Ora, detto questo: di che parla il libro? Bella domanda. Il libro, in realtà, è solo una metà dell’opera completa (la seconda parte dovrebbe uscire a Maggio), per cui la sorpresa finale, quella bomba malinconica di cui vi parlavo all’inizio dell’articolo, ancora non è arrivata, ma qualche anticipazione io l’ho annusata. Per cui, potrei dire che il libro parla del senso di inadeguatezza, della responsabilità che preme sulle tempie non appena ci si affaccia alla soglia dei trent’anni (ma anche dei quaranta, dei cinquanta…), del peso dell’opinione altrui su di noi, degli amici che continuano a vivere nonostante te, di te che continui a vivere nonostante loro e dell’improvviso senso di vuoto che senti quando ti sembra di starti perdendo tante piccole cose delle persone che ami, ma non puoi fare niente di diverso per cambiare la situazione.

Però il libro parla ancora della questione dei curdi, è continuamente citata (a tal proposito, se non avete letto Kobane Calling siete in grave difetto, recuperate); ci sono un sacco di risate e tanto umorismo sincero, le parolacce e i pensieri stupidi che facciamo tutti ma nessuno dice mai. Zerocalcare è l’unico che riesce a farmi ridere davvero; il mio povero vicino in treno deve avermi maledetta terribilmente, perché in certi momenti non riuscivo a smettere di ridere. Da questo si vede quando uno è bravo: due minuti prima stai ridendo fino alle lacrime, poi improvvisamente stai ripensando a tutte le volte in cui hai sofferto come un cane nella vita. Così ti ritrovi a ridere con un buco nello stomaco; non capita spesso, ammettiamolo.

Ciò che rende Zerocalcare qualcuno con un grandissimo talento è il fatto che esprime dolori e gioie di tutti, e lo fa con parole molto semplici e dirette, senza scorciatoie. Con Zerocalcare non ci si può aspettare di trovare metafore ardite o paroloni roboanti; la sua scrittura è diretta ed è uno schiocco di dita proprio vicino alle orecchie: ti sveglia, ti stupisce e poi ti infastidisce, ti crea quel leggerissimo dolore all’orecchio, un fischio di fondo che però tarda ad andarsene. Ecco, Zerocalcare è così: ti schiocca le dita vicino all’orecchio, ti dà l’input, poi tu fai il resto.

Nonostante il linguaggio di Zerocalcare sia estremamente diretto e colloquiale, i disegni invece trasportano verso una dimensione semi-reale; una vita quotidiana ed autobiografica contornata di creature fantastiche ed immaginarie, compagni di viaggio e di coscienza che convivono in tutti noi, ma che solo in Zerocalcare trovano questa forma così nitida. Basta un sfumatura più scura per dare l’idea della tensione che si respira nella tavola disegnata: se è un momento allegro, rilassato, o se è teso, triste, carico di ricordi. Il linguaggio di Zerocalcare è assolutamente binario: le sue parole sono talmente semplici quanto è carico di metafore il suo disegno.

Ogni suo libro ti regala un pensiero sul quale rimuginare. Questo qui mi ha regalato l’idea che arriva per tutti, prima o poi, il momento in cui si scenderà a compromessi con sé stessi, cambiando inevitabilmente la fisionomia di quello che si era. Un compromesso sul lavoro, un compromesso con gli amici, un cambiamento radicale di vita, ed ecco fatto: dopo dieci anni ti guardi allo specchio e riconosci solo le rughe e i capelli bianchi. Ma forse rimanere fermi è peggio: magari sarebbe il momento di avanzare nella vita, anche scendendo a compromessi, forse la tua fidanzata vuole un bambino ma tu hai paura. E allora resti te stesso, ma non cambia niente. Quindi la domanda, che è quella che emerge prepotente dalla lettura di questo libro, è: cosa è meglio? Cambiare ma avanzare e attraversare nuove fasi nella vita, oppure rimanere fermi ma sempre fedeli al proprio io? E poi, quale io? Lo stesso io di quando si aveva diciannove anni, vent’anni? A quel punto, quale delle due cose vale la pena affrontare?

Forse questa è la domanda della nostra generazione: quale delle due scelte è meno dolorosa? Cosa è che può far andare avanti la vita senza troppo dolore e troppe preoccupazioni? Le pressioni, le paure, le mancate prospettive, sono tutte sensazioni universali, ed è per questo che Zerocalcare è così diretto e “fastidioso”: parla di cose che tutti capiamo, tutti sentiamo tutti i giorni, anche se veniamo da posti diversi, famiglie diverse, background diversi. Gli amici di Zerocalcare sono tutti in difficoltà: il lavoro fa schifo, non è quello per cui avevano studiato; c’è chi è stato licenziato, chi lavora otto ore al giorno per poter pagare un monolocale fetente, chi non vuole dire di essere incinta per paura d’esser licenziata. Ma Zerocalcare non lo fa pesare, lo racconta con naturalezza, con normalità, senza pietismi; lo fa con cognizione di causa, il che forse è anche peggio.

A questo punto mi è venuta in mente una cosa: Zerocalcare viene dalla periferia, Rebibbia, e lui è uno che ha sempre parlato della periferia, dei suoi amici, della vita che si ha in una periferia di una grande città. Io invece vengo dalla provincia, Napoli per me è la città che sento mia ma alla quale so che non potrò appartenere mai del tutto. Eppure, tantissimi meccanismi letti nei libri di Zerocalcare (non solo quest’ultimo) li comprendo talmente bene che sembra quasi che certi ingranaggi sociali si ripetano un po’ ovunque. La mia riflessione, insomma, è: non è che la provincia italiana sta diventando tutta una grandissima periferia delle grandi città? Non stiamo tutti diventando una grande periferia di noi stessi?

Non lo so, nel frattempo aspetto la seconda parte di Macerie Prime, ché voglio sapere come va a finire.

(Clelia Attanasio)

2 risposte a "Zerocalcare è una garanzia e “Macerie prime” lo dimostra"

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