Da Mosca al Mar Nero, il viaggio che diviene fuga

Nadezna Aleksandrovna Bucinskaja, in arte Teffi (nome tratto in ispirazione dal buffone Steffi), è l’autrice del romanzo che ho letto questa settimana: “Da Mosca al Mar Nero”.

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“Parola Russa” era la rivista per la quale la nostra autrice aveva scritto numerosi racconti che l’avevano portata ad una fama strabiliante; profumi portavano il suo nome, le persone la fermavano per strada riconoscendola, gente di spicco di qualsiasi colore politico mostravano apprezzamento nei suoi confronti. Ma adesso che la rivista ha chiuso, a Teffi si presenta il mare infinito dell’assenza di prospettive: dove andare, che fare, cosa dire e cosa scrivere? Il problema sembra risolversi, almeno temporaneamente, quando un impresario le propone di andare a Kiev a presentare qualche racconto, leggere qualcosa e poi andarsene. Seppur non ami queste forme di manifestazioni autoreferenziali, Teffi accetta e si prepara per quello che avrebbe dovuto essere un viaggio breve. La verità è che, nel 1918, non ci si può aspettare che un viaggio possa essere tranquillo.

Il viaggio durerà quattro anni, si tramuterà in qualcosa di molto più grande: una fuga vera e propria, fatta di abbandoni, morti, uccisioni, città saccheggiate e paura, soprattutto paura. Teffi sembra lasciare dietro di sé una scia di guerra, morte e spavento. Involontariamente, la nostra autrice e protagonista si trova sempre nei momenti peggiori nei luoghi peggiori. Non che durante una guerra ci possa essere un luogo o un tempo adatto, a meno che non si scappi. Alla fine, anche di Teffi sarà questo destino: guarderà per un’ultima volta la sua terra allontanarsi dal suo punto di vista, a bordo di una nave diretta altrove, verso un mondo che non è il suo, in una terra che non le apparterrà mai fino in fondo, anche se bella, accogliente, gentile e non distrutta dalla guerra.

Sebbene la trama, raccontata così, possa risultare di una tristezza disarmante, la sensazione che si ha leggendo il libro è assolutamente opposta: ci si diverte, Teffi ha una gran sarcasmo, sottile e spiritoso. Molti personaggi neanche si accorgono di essere presi bonariamente in giro, parlando con lei. Il libro è sicuramente cosparso di una vena tragicomica: in mezzo alla guerra, alle città saccheggiate, gli esodi delle persone verso altre terre, Teffi risulta quasi una bambina: innocente, incapace di molte decisioni semplici ed ovvie, lascia che i suoi amici decidano per lei e la aiutino anche nelle più piccole mansioni. Così possiamo leggere un racconto dipinto a pennellate schizofreniche, tra il tragico più cupo e un colore pastello dato dalle descrizioni di Teffi, che a volte pare vedere il mondo per la prima volta. In realtà, ci si accorge presto che Teffi tutto è meno che una sprovveduta: molte considerazioni personali, donateci alla lettura ma mai esplicitate nei dialoghi, ci fanno rendere conto che Teffi sa perfettamente di trovarsi in una situazione tragica che culminerà o in una fuga o in una morte. Ma è molto più “semplice”, nonché utile in queste circostanze, fingere una innocenza di cui non si è davvero provvisti: in primis perché solo il giullare di corte può permettersi il lusso di dire il vero e continuare a produrre le sue opere (Teffi lo sa bene, e il nome che si è scelta ne è la conferma), ed in secundis perché accettare l’idea di dover fuggire dalla propria terra non è piacevole mai. Teffi sembra utilizzare l’umorismo e una finta innocenza per poter giustificare, a sé stessa e ai lettori, tante scene tremende e terribili che si leggono nel romanzo. La sua penna è tagliente ma mai pesante, il suo umorismo è tipicamente russo, diametralmente diverso dal tipo di umorismo cui siamo abituati noi (il che non lo svilisce, anzi!). Teffi appare anche leggermente superstiziosa, il che non connota tanto lei come personaggio del suo romanzo, quanto piuttosto ci ricorda di quanto la Russia sia una terra di miti e magie, assolutamente stravagante e colorata, non buia e oscura come si è abituati a dipingerla. Si comprende come mai Teffi voglia restare a casa: incarna in pieno lo spirito tragicomico di questa terra e questo popolo, ne è un simbolo non ortodosso e non sorprende che sia considerata una delle migliori scrittrici russe del ventesimo secolo.

In effetti, l’intero romanzo sembra un unico, grande tentativo di restare in Russia. Teffi proprio non vuole lasciare la sua terra, anche quando la città di Odessa verrà presa d’assalto dai militari. Non vorrebbe partire, sembra quasi arresa alla prospettiva di essere presa dai militari, di esser catturata e uccisa. Quasi con inerzia, Teffi continua la sua epopea, per quattro anni ancora e fino all’ultimo giorno.

In realtà, questo romanzo è costellato di “ultime volte”: l’ultimo soggiorno nella città natale, l’ultimo viaggio su di un treno russo, l’ultima opportunità di mangiare cibi tanto amati, l’ultimo sguardo ai paesaggi della propria infanzia. Infine, l’ultimo inchino al proprio pubblico russo, struggente e intenso e sofferto quanto un addio ad un genitore. Quando Teffi si imbarca per l’ultima traversata che la porterà in Francia (dove trascorrerà il resto della sua vita), si ripromette di non girarsi verso la terra.

Così, come una novella Orfeo, Teffi si gira ugualmente a dare un ultimo saluto alla sua terra, sperando di tornare ancora, incapace di non dire addio a quei luoghi. Ma Euridice non poteva essere guardata, così Teffi ed Orfeo resteranno orfani per sempre del loro amore. Teffi morirà in Francia, la Russia non la vedrà più, e io non oso immaginare il dolore di chi viene strappato dalle proprie radici: guardare la propria terra allontanarsi dal proprio sguardo, fino a diventare un punto all’orizzonte.

Questo romanzo, tradotto adesso dalla Neri Pozza, non è un romanzo da leggere per il semplice piacere del divertimento che se ne può trarre; o meglio, anche per quel motivo, ma non solo. Leggetelo per ricordarvi dello strazio di un esodo, di ciò che non dovremmo mai dimenticare: chi arriva da lontano ha sempre una terra che è diventata un puntino all’orizzonte, scomparsa dietro ondate di mare e mai, mai, dimenticata. La guerra lascia dietro di sé solo questo: puntini di terra nei ricordi di chi se ne va, e un devastante senso di resa. Teffi rende perfettamente questa sensazione tragicomica, senza mai farci provare pesantezza o angoscia. Quella che angoscia, semmai, sono io adesso.

(Clelia Attanasio)

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