Quattro chiacchiere con Marco Rossari su “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry

Marco Rossari, autore e traduttore, candidato allo Strega 2017 con Le cento vite di Nemesio (Edizioni e/o) e appena uscito in libreria con il suo nuovo romanzo Nel cuore della notte (Einaudi), ha recentemente ritradotto per Feltrinelli Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. A proposito della traduzione di questa “Divina commedia ubriaca” lo abbiamo intervistato al Salone del Libro di Torino.

Protagonista del romanzo è un ex console britannico di stanza a Quauhnahuac, città fittizia ispirata a Cuernavaca, straziato dall’amore e dall’alcol. A far compagnia al console troviamo la ex moglie, tornata a fargli visita dopo averlo tradito, il fratellastro che ha avuto una storia con la moglie e un amico regista. Un continuo gioco di specchi, deliri alcolici, echi letterari e cinematografici che danno voce a un capolavoro del novecento.

Come mai la scelta di ritradurre Sotto il vulcano? Cos’è cambiato rispetto alla traduzione di Monicelli?

sotto il vulcanoM.R. La traduzione di Monicelli era l’unica esistente, uscita tardi in Italia, perché prima che Feltrinelli ne acquistasse i diritti stava per essere comprata da altri due editori che poi non conclusero le trattative. Il libro uscì nel ‘47 in Inghilterra e nel ‘61 in Italia con la traduzione di Monicelli che fece in tempo a conoscere Lowry, a passare da casa sua e a ubriacarsi con lui. Era un’ottima traduzione pionieristica, ma le traduzioni non solo invecchiano, cambiano anche gli strumenti a disposizione del traduttore. Monicelli aveva meno mezzi e consapevolezze, si è ritrovato con molti aspetti del testo di difficile interpretazione e in cui si è dovuto avventurare, mentre io ho potuto avvalermi di una guida a Sotto il vulcano che spiega praticamente ogni virgola. Monicelli aveva tradotto bene, con qualche errore com’è normale che sia. È stata la casa editrice Feltrinelli a sentire l’esigenza di una nuova traduzione e in effetti era necessaria. La lingua di Malcolm Lowry è molto fresca, schiocca in bocca che è un piacere come un bicchiere di mezcal. È un paradosso della traduzione: le traduzioni invecchiano e l’originale no. Per esempio, Monicelli traduce the day after tomorrow con posdomani invece di dopodomani, usa un termine desueto, mentre the day after tomorrow in inglese è ancora nell’uso corrente.

Durante la traduzione hai consultato la traduzione precedente? 

M.R. La prima volta che ho letto Sotto il vulcano avevo 20 anni, era nella traduzione di Monicelli e per me era un libro di riferimento, poi però mi sono mosso in maniera indipendente, solo ogni tanto guardavo la sua vecchia traduzione oppure le traduzioni in francese e in spagnolo per vedere le soluzioni adottate. 

È un romanzo denso di riferimenti letterari, di simboli che rimandano ai classici della letteratura. Quanto è importante per chi traduce saper cogliere questi echi?

M.R. Sotto il vulcano  è un vero e proprio ipertesto, come i testi che troviamo in rete con cento link all’interno del paragrafo, perché quasi ogni parola rimanda a una simbologia. Esiste una guida online, un paratesto con spiegazioni, racconti, foto. Possiamo addirittura vedere il menu che ha ispirato una pagina di Sotto il vulcano; Lowry trovava guizzi letterari in ogni lettera scritta e oggi abbiamo la fortuna di poterli consultare. Ogni cosa riecheggia dentro di lui, rintocca, nasconde una storia, un doppio e porta a uno stile visionario. Lowry ha la paranoia tipicamente alcolica di percepire echi ovunque e tutto viene amplificato all’ennesima potenza. Per questo gli infiniti riferimenti letterari, in primis Melville e Joyce, ma anche riferimenti cinematografici, amava soprattutto Ejzenstejn e Griffith.

Il vulcano che incombe sulla cittadina messicana in cui vive il console e che ispira il titolo ha un significato metaforico?

M.R. I vulcani sono uno e due. Uno è quello del titolo, il Popocatepeti, ed è il vero grande vulcano, vulcano di bellezza e allo stesso tempo di minaccia. A un certo punto viene paragonato esplicitamente a una balena ed è la balena bianca di Malcolm Lowry. Ma sono anche due vulcani perché è la storia di un’anima magmatica, rovente, dannata, che ambisce a ritrovare l’anima gemella e in questo senso i vulcani replicano metaforicamente la storia di amore del console con la moglie Yvonne. Sono destinati a guardarsi e a non incontrarsi mai, per sempre separati, per sempre vicini.

Quanto hai impiegato a tradurlo? Deve essere stata una di quelle traduzioni con cui finisci per vivere in simbiosi…

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Rossari legge Lowry al Salone del Libro 2018

M.R. Non ho idea di quanto tempo ci ho messo, era come un cugino addormentato sul divano che non se ne andava più via. Si dice spesso che tradurre non è leggere al quadrato, è leggere al cubo. Stare dentro al testo, sprofondarci come un piccolo palombaro che si aggira nei fondali, tra le sfumature. Quando si tratta di un testo stratificato, altissimo, elaborato, toccante, struggente, un testo che ha divorato una vita intera perché Sotto il vulcano ha divorato la vita di Malcolm Lowry, allora come in uno stato di ebbrezza viene enfatizzata ogni sfumatura e ti senti parte di quello che è successo all’autore. A tradurre senti moltissimo, a volte senti le velleità di uno scrittore se lo scrittore è pretenzioso, a volte senti le sciatterie se lo scrittore è frettoloso. Recepisci tutti questi momenti. Quando arrivi dentro Malcolm Lowry, ecco, senti lo sforzo e allo stesso tempo la grazia che dominano Sotto il vulcano.

Oltre che traduttore sei anche scrittore. Sono due professioni che si conciliano bene tra di loro? Essere uno scrittore ti aiuta nella padronanza dell’italiano, nella fluidità della lingua quando traduci oppure il tuo stile personale rischia di contaminare la cosiddetta invisibilità del traduttore?

M.R. Direi che è una via di mezzo. Da una parte il tuo stile, il tuo bagaglio lessicale e culturale ti aiutano a migliorare la traduzione, dall’altra tradurre ti aiuta a scrivere meglio, perché ti insegna una grande umiltà verso il testo di partenza, che può essere altissimo, come in questo caso, o meno alto. E ti devi mettere a servizio, non devi portarlo verso di te, ma rimanere fedele all’originale. Mettersi a servizio di un testo significa imparare a mettersi a servizio di una scena, di un’idea, di uno stile che hai scelto e quindi tenere all’umiltà della scrittura, al mestiere, alla rifinitura, e questo ti aiuta molto.

Sotto il vulcano è uno di quei romanzi che si possono leggere all’infinito per scoprire sempre dei significati nuovi, un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire per usare un’espressione cara a Calvino. Perché continuare a leggerlo ora a 70 anni dalla prima edizione? Cosa ha ancora da dirci Lowry?

M.R. È un capolavoro che racconta quel riflesso impalpabile che è l’animo umano. In un effimero numero di pagine riesce a catturare le nostre ambizioni, i nostri desideri, le nostre infelicità ed è un’impresa che va ancora seguita, sostenuta. Lowry riesce a dominare l’amore, la morte, l’ubriachezza, il nichilismo, il Messico, la guerra, il fascismo; riesce a tenere tutto insieme e lo fa con una grazia commovente, toccante. Forse proprio per la sua personalità fragilissima, ma anche titanica perché davvero è riuscito a divorare un secolo con un libro.
Lowry narra l’epopea di un ometto, del resto gli antieroi sono il simbolo del ‘900, basta pensare a Bloom dell’Ulisse, a Ulrich dell’Uomo senza qualità, e così al Console di Sotto il vulcano. Sono uomini fragili che attraverso la propria fragilità ci mostrano la fragilità generale dell’essere umano e la vulnerabilità del nostro mondo; ecco perché Lowry ha sicuramente ancora qualcosa da raccontare. Al di là di come narra l’indipendenza, al di là di come narra l’amore, ha qualcosa da dirci proprio sul nostro modo di pensare all’essere umano, all’umanesimo. E poi è una grandissima, fighissima avventura da lettore e da scrittore. Bello anche sul piano fonico, per il suono delle parole, per come sono accostate le une alle altre. E quindi ne vale la pena.

Caterina Marchioro

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