“Cometa” di Magini: un manifesto grottesco per una generazione grottesca

Cometa, Gregorio Magini
(Neo Edizioni, 2018)

Cover_140x200+5mm
Raramente mi è capitato di concludere un libro e pensare: «Che cazzo ho letto?». Il fatto è che sono rimasta sconvolta, sulle prime. Cometa, di Gregorio Magini, è un libro che tende allo sconvolgimento: il linguaggio, la storia, le motivazioni dei personaggi, la psicologia dei protagonisti, tutto è teso ad un sempre ulteriore shock.

Ho lasciato decantare per un po’ le sensazioni che questa lettura mi aveva dato, e questo è quello che ne ho – più o meno definitivamente – ricavato. Cometa parla delle vite di due ragazzi – Riccardo e Fabio – partendo dall’infanzia sino ad arrivare all’età adulta: uno è ai limiti della sociopatia, l’altro ai limiti di una diagnosi di autismo. Non procedo col raccontare la storia, per il semplicissimo fatto che credo che questo sia uno di quei – rari – romanzi dove sia meglio evitare qualsiasi tipo di spoiler.

Basti dire che le loro vite, specialmente infanzia e adolescenza, sono il racconto – esagerato e grottesco – di una generazione intera: disadattata, fatta di ansie sociali, una certa iper-sessualizzazione della realtà circostante e un forte disagio verso il futuro. Forse, il dato più rilevante in assoluto, che accomuna entrambi i protagonisti, è questa assoluta e insana incapacità di conservare una relazione vera, stabile e autentica. Il che, azzarderei, è un altro dato rilevante della mia generazione.

Quello che Magini dipinge è un manifesto generazionale, che viene tratteggiato in modo poco glorioso ma veritiero, dietro tutte le esagerazioni e le iperboli che i due personaggi principali si trascinano dietro. Si potrebbe dire che sia un romanzo di formazione, ma io azzarderei che quello di Magini sia un romanzo di de-formazione; così come la storia procede ad un ritmo sincopato, veloce e lento a seconda del personaggio su cui Magini concentra la sua narrazione, l’affresco che ne esce è di una realtà deformata dagli occhi dei protagonisti, troppo occupati a non lavorare, non aspettare, non invecchiare.cometa foto

Qualcuno ha detto che questo è un romanzo ironico, che fa sorridere in più di un’occasione. Personalmente non vedo come questo romanzo riesca a far ridere. Mi spiego: ovviamente in alcune occasioni il romanzo strappa un sorriso, ma è sempre un sorriso malinconico, agrodolce. Credo che la vena ironica che pervade una certa parte della storia non sia voluta, o comunque sia la conseguenza estrema di un modo di vivere la vita tragicomico, ai limiti dell’autismo. Non mi ha fatto ridere questo romanzo, forse perché faccio parte di quella stessa generazione che Magini tratteggia.

Fabio e Riccardo sono due facce della stessa medaglia, fastidiosi e pungenti per motivi diversi: Fabio è un ragazzo sensibile, ma incapace di lasciar trapelare questa sensibilità con chiunque non sia sé stesso. Riccardo, invece, è forse fin troppo espansivo, ma governato dall’ansia di non esser considerato – in fondo – un bravo essere umano.

La conclusione cui si giunge alla fine della lettura è proprio questa: i personaggi sono antieroi, non sono brave persone. Ma d’altra parte nessuno è una brava persona, neanche i personaggi secondari. Questa consapevolezza mi ha spinto a leggere il romanzo con una tristezza di fondo, consapevole come ero che la storia fosse lo specchio di tante persone che ho conosciuto nel corso della vita. Ci sono fin troppe analogie per non pensare che questo romanzo sia, seppur in chiave caricaturale, una rappresentazione abbastanza fedele delle problematiche che la mia generazione, e quella precedente alla mia, si porta dietro dall’infanzia e si è trascinata appresso anche all’entrata nel millennio.

Il modo di narrare la storia a un primo sguardo appare quasi realista, senza particolari riferimenti al mondo del fantastico, ma ci si accorge presto che l’intento dell’autore è l’esatto opposto: se è vero che il mondo di riferimento è il nostro, e i tempi narrati ci sono familiari, allo stesso tempo c’è una vena di assurdità che pervade l’itera trama, soprattutto il finale (assolutamente inatteso).
Ho la sensazione che il genere del fantastico, che in Italia ultimamente si sta – fortunatamente – spandendo a grande velocità, qui abbia trovato la sua fortuna all’interno della psicologia dei personaggi e attraverso lo sguardo psichedelico dell’autore, che ha dato un colore allucinato all’intera storia.

In conclusione: questo libro non fa ridere, non è assolutamente ironico; in più, questo romanzo non è un romanzo realista, né tantomeno è un manifesto pedissequo e buonista di una generazione. Allo stesso tempo, però, questo libro lascia un sorriso amaro in bocca, ed è anche un romanzo generazionale. Potrei dire che questa storia è un ossimoro che lascia spesso con un buco nello stomaco, con la sensazione che ci sia qualcosa di tragico in quanto si sta leggendo.

Il libro è anche un asintoto: si avvicina sempre di più a un climax, tende ad esplodere e – quando sembra che questa cometa stia finalmente per entrare in collisione – infine implode. Questo romanzo è davvero una contraddizione in termini.

 

Clelia Attanasio

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