“Il peso del legno” di Andrea Tarabbia: la nuova uscita della serie CroceVia di NN

Il peso del legno, Andrea Tarabbia
(NN editore, 2018)

 

Tempo fa avevo letto alcune pagine del blog di Andrea Tarabbia in cui l’autore si cimentava in interessantissime interpretazioni letterarie di episodi evangelici, confrontando i maggiori scrittori che nella storia della letteratura ne avevano parlato, tra cui Andreev, Lagerkvist, Berto. Avevo sperato, ma non mi sarei aspettato, che Tarabbia ne facesse un libro. Se oggi effettivamente esiste Il peso del legno, suppongo che il merito si debba in particolare ad Alessandro Zaccuri, curatore della innovativa serie CroceVia[1] per NN Editore, che ha riconosciuto l’interesse letterario di quelle riflessioni e attribuito proprio a Tarabbia la parola croce.

Ma prima che il lettore, confuso oppure fraintendendo, abbandoni l’articolo, è bene specificare cosa questo – gran bel – libro sia e cosa non sia, qual è il suo senso e quale no. Ma cos’è allora Il peso del legno?schermata-2018-05-02-alle-11-32-562L’opera sfugge da una classificazione netta e, come le migliori, assume al suo interno diverse identità: è prosa saggistica e narrazione pura, è un’esegesi brillante e una rilettura (o reinvezione) apocrifa, è un’indagine intellettuale e una riflessione intima, è un viaggio nella storia dell’arte e della letteratura da Rembrandt a Mantegna, da Borges a Canetti, da Bulgakov a Dostoevskij, da France a Camus, passando per molti altri romanzieri o filosofi.

Gli episodi evangelici sono analizzati come si analizzerebbe l’Odissea o qualsiasi classico della letteratura che ha ancora tanto da raccontare: con la cura di un filologo della verità, Tarabbia cerca una nuova interpretazione nella parola in apparenza più banale, non per elargire certezze, ma per sollevare nuove domande, attraverso cui rileggere le vicende bibliche e interpretare la simbologia attualissima della croce, e con esse fare luce sulla condizione odierna di ciascuno di noi.

Infatti se è vero che con croce intendiamo quella di Cristo, alla cui iconografia siamo assuefatti, ognuno di noi ha le sue croci, e il senso di questa parola ha un significato universale e ancora impellente. “La linea orizzontale è la pena, che ogni essere umano conosce. In verticale corre invece il segno della colpa: affonda nell’abisso e chiede ragione al cielo. Noi siamo lì in mezzo, nel punto in cui si forma la croce”, illustra Zaccuri.

Il filo rosso dell’opera sono le vicende non di Cristo o dei suoi discepoli, ma degli antieroi dei vangeli, che hanno dovuto sostenere, ciascuno a suo modo, una croce, senza riuscire a sostenerne il peso.
In principio c’è Simone di Cirene, che, al ritorno da una dura giornata di lavoro nei campi, viene costretto a portare la croce di Cristo sul Golgota, senza forse mai sapere che stava affiancando il figlio di Dio.
Troviamo Lazzaro, che è condannato a “contemplare Dio, ma solo per tre giorni, e poi essere richiamato in vita, dove non si può che esistere nella solitudine e nel dolore”.
Segue Giuda, che non può salvarsi dalla maledizione di dover inevitabilmente tradire Cristo, forse non per sua volontà, ma perché si possa compiere la volontà di Dio.
E lo stesso Pilato si ritrova costretto a non poter salvare Gesù dalla morte, ed anche lui è condannato ad essere maledetto dai posteri per i secoli a venire.

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Deposizione dalla croce, Rogier Van der Weyden, citata dall’autore

Ognuno di essi “porta una croce che non vuole e forse non merita. E gli cade addosso come un macigno, e lo maledice per l’eternità”. Ognuno di essi è un tassello del disegno celeste, un pedina d’anima e carne, scelta suo malgrado, perché “si compia la beata speranza”, perché siano maledetti loro al fine che tutto il resto dell’umanità possa essere salvato. Tarabbia ci porta a conoscere la pena e la condanna di questi uomini comuni e forse incolpevoli, ci fa quasi riconoscere in loro, come in loro si riconosce lui, che si confessa a proposito della malattia del padre, del loro rapporto, e di quelle colpe percepite di cui non si riesce a liberare.

Il grande merito di Tarabbia, in tutto questo, è l’essere capace – e non è facile –  di equilibrare fede e laicismo in una bilanciata, lucida impostazione agnostica e imparziale, di chi solleva dubbi anziché pretendere di offrire risposte, di chi non nega la possibile verità né la possibile falsità del mistero cristiano. Lui stesso ammette di non riuscire ad avere la fede che servirebbe per definirsi un vero cristiano, ma non per questo si fa fazioso né lascia trasparire un’inevitabile parzialità. Se Cristo è uomo e/o dio insieme, allo stesso modo l’autore riesce a interpretare i vangeli in una equa impostazione di umanità e miracolosità, perché l’una non nega l’altra, perché la consapevolezza di non poter conoscere l’esistenza o meno di Dio non significa non credere a entrambe, ma riconoscere entrambe come possibili.

In definitiva Tarabbia, collocandosi a sua volta nel filone letterario che ben illustra, scrive un libro di caparbio spessore culturale e intellettuale, che forse parte in sordina con la storia di Simone, ma che subito si riprende e dimostra tutto il suo valore, e, malgrado la sua tematica non lasci presagirlo, si rivela un libro vivace e mai pesante, di scorrevole, ritmata lettura. Un’opera che, dal suo principio sino alla conclusione, bombarda il lettore di stimoli e riflessioni.

Giuseppe Rizzi

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[1] Spiega Zaccuri: “CroceVia è una collana di libri attorno al senso e al significato di alcune parole fondamentali nella nostra cultura e nella nostra storia. Sono parola antiche, che usiamo tutti i giorni, e che cerchiamo di addomesticare disabilitandole di una parte del loro significato, che continua a riverberare come un’eco sommessa.”

2 risposte a "“Il peso del legno” di Andrea Tarabbia: la nuova uscita della serie CroceVia di NN"

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