Gli Orchi-Dei – Piccolo

Gli Orchi-Dei – Piccolo, Hubert e Bertrand Gatignol
(BAO Publishing, 2018 – Trad. Laura Paoletti) 

piccolo1Un oscuro e immenso castello, costruito in cima a una montagna, oscura e immerge in un’ombra tetra la valle sottostante. All’interno del mastodontico edificio si sta consumando un pantagruelico banchetto, che, a prima vista, non appare tanto diverso da un qualsiasi pasto nobiliare seicentesco; tuttavia, osservando attentamente la tavola imbandita, si scopre una realtà ripugnante: le pietanze sono a base di carne umana, e le ciotole sono ricolme di arti mutilati, che vengono fagocitati con sommo piacere, come se fossero semplici stuzzichini.

CRUNCH! CRANCH! MUNCH! CRUNCH!

Sono questi i rumori prodotti dalla masticazione delle membra e dalle ossa frantumate sotto le enormi fauci dei ghiotti commensali, esseri umani dalle dimensioni gigantesche, alti decine di metri e facenti parte di una dinastia di tiranni (gli Orchi-Dei) che da secoli affama il popolo, e con esso si sfama. I piccoli sudditi – formiche se paragonate ai loro sovrani – sono schiavi di questi abnormi abomini, e sono costretti a cucinare e servire a tavola la carne dei propri simili, con la consapevolezza che quella sarà anche la loro fine.

Ciononostante, il regno dei giganti si trova in un periodo di decadenza, perché a causa dell’accoppiamento tra soli parenti all’interno della corte si verifica una progressiva diminuzione dell’altezza degli individui più giovani, i quali mancano anche della stoffa e del carisma propri di un sovrano. Questa situazione di crisi (familiare) viene infine esasperata dalla nascita di un bambino dalle dimensioni umane, soprannominato Piccolo (Petit il nome originale in francese). L’avvenimento getta scompiglio nella corte e si richiede l’uccisione dell’infante, perché ritenuto un’aberrazione. Tuttavia, così come Rea riuscì a salvare Zeus dai denti famelici di Crono, allo stesso modo la madre di Piccolo, Emione, evita che questi venga divorato dal furibondo padre, il re Gabaal. Il volume racconta così le avventure di questo topolino che vive in una famiglia di elefanti, una piccola goccia d’acqua che farà traboccare un intero mare di crudeltà e follia.

L’ambientazione che gli autori compongono è molto suggestiva e ricca di particolari. Questa cura (veramente apprezzabile) si nota fin da subito nel character design, ma anche nell’architettura del ciclopico palazzo reale, dallo stile gotico, con archi a sesto acuto e sottili colonne che sorreggono altissime volte e imprimono un forte senso di verticalità, esasperando agli estremi le prospettive e le proporzioni. Di fondamentale importanza per la comprensione della storia dell’universo narrativo sono gli intermezzi di testo tra un capitolo e l’altro, in cui sono racchiuse le vite dei giganteschi antenati raccontate come se fossero delle fiabe. Ed è proprio questo albero genealogico che rappresenta la forza del fumetto: i racconti e le tavole ricche di vignette permettono di conoscere le origini di questi immensi esseri, che si muovono attraverso gli immensi saloni di un immenso castello nero sfidando anche la morte stessa tale è la loro hybris.

in questo senso, è forse opportuno mostrare un certo parallelismo: i giganti trascorrono salvo rarissimi casi  la loro intera esistenza all’interno delle mura del palazzo, un contesto che sembra quasi una allegoria della reggia di Versailles (visto anche lo stile del vestiario). La corte è un luogo chiuso (pregno di determinismo sociale e familiare) e abitato da una classe dirigente decadente, resa cieca dalla cupidigia, dall’opulenza e dalla vanagloria: “Odio, amore, fame… nulla sfugge al loro eccesso in termini di desideri e bisogni. Sono come enormi bambini!”, così lo sceneggiatore Hubert descrive gli Orchi-Dei[1]. Si tratta dunque di un assolutismo i cui sovrani consumano letteralmente la carne dei sudditi, una simbologia storica (e dura critica) di forte richiamo agli eventi che hanno riguardato la gloria e il tracrollo dell’ancien régime (onde evitare spoiler sgraditi è meglio terminare qui il discorso, ma l’analogia è presente nel fumetto anche sotto altre vesti ben più evidenti).

Cionondimeno, se da un lato la ricostruzione scenica è veramente di impatto, lo stesso non si può dire per la narrazione. Il ritmo delle pagine è talvolta singhiozzante e certe sequenze risultano come mutilate e totalmente prive del pathos necessario per una completa immersione: si ha l’impressione che l’autore non abbia sfruttato a pieno il potenziale dell’opera. Per quanto riguarda i personaggi (forse gli elementi più critici dell’intero libro) il discorso si snoda in maniera diversa: se da una parte i giganti sono visivamente ben caratterizzati (complice anche il contributo grafico del disegnatore Gatignol) e efficaci nella loro estremizzazione, dall’altra, gli umani sono praticamente assenti e molto deboli. Piccolo, in particolare, è si un personaggio incerto, pregno di chiaroscuri e sempre in bilico tra la sua natura bestiale e umana, ma non fa sentire il suo peso nella storia, non suscita interesse (nonostante il suddetto conflitto interiore) e i momenti in cui svela i suoi sentimenti sono poveri e mancano di consistenza: anche in questo caso, giunti all’ultima pagina, sembra che su carta sia stato riportato solo una piccola parte dell’effettivo potenziale assaporato all’inizio.

Come detto in precedenza, i disegni di Gatignol sono di una potenza visiva e di un dinamismo veramente apprezzabile. Le sue linee sottili e precise descrivono forme sinuose, ma i corpi sono scultorei e le sequenze di grande azione ed energia. I volti dei giganti sono stravaganti, mostruosi, espressivi, e i vestiti che indossano sono voluminosi e dai morbidi panneggi. L’unica pecca nel lavoro del disegnatore francese sono le proporzioni dei personaggi, non sempre rispettate (e questo crea una certa estraneazione, data l’importanza di questa caratteristica anatomica, anche per quanto riguarda l’equilibrio della storia).

Hubert e Gatignol descrivono così una universo grottesco, ricolmo di critiche (e satire) sociali e politiche, ma deludente a causa di una scrittura priva di empatia e che non trasmette alcuna tensione. Per quanto il concetto alla base sia interessante, la storia in sé risulta essere – purtroppo – dimenticabile. Nonostante sia autoconclusivo (e completamente fruibile da solo, come da iniziale concepimento), Piccolo rappresenta il primo episodio di una serie di cinque volumi (Gli Orchi-Dei, appunto), per mezzo dei quali gli autori intendono raccontare l’intero sistema orbitante attorno ai giganteschi sovrani (e ben venga anche un maggiore approfondimento dei personaggi).  Il secondo libro, Les Ogres-Dieux – Demi-Sang (pubblicato in Francia nel 2016 da Soleil Productions, per la Collection Métamorphose), dovrebbe trattare la vita dei ciambellani e dell’aristocrazia di corte, e non resta che sperare che sia più interessante di quella del piccolo Petit.

Francesco Biagioli

 _________________________

[1] https://www.bandedessinee.info/Hubert-Petit-Les-Ogres-Dieux-J-ai-commence-a-ecrire-cette-histoire-suite-a-une-prise-de-conscience-des-determinismes-familiaux

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