“Mia regina”, un inno alla purezza e all’innocenza

Mia regina, di Jean-Baptiste Andrea
(Einaudi Stile Libero 2018 –  trad. S. Mambrini) 

mia reginaMia regina è uno di quei libri che promettono tantissimo prima ancora di essere aperti: esordio narrativo dello sceneggiatore francese Jean-Baptiste Andrea, acclamato in patria in particolare dai giovani – ha vinto il Prix Femina des lycéens e il Prix du premier roman, fin dalla copertina evoca malinconia, dolcezza e voglia di libertà.

Le aspettative sono soddisfatte a partire dall’incipit, che cattura il lettore e lo trascina direttamente nel mondo di Shell, un ragazzino che è un po’ come una Giulietta con il motore di una 2Cv (p. 15) e vive con gli anziani genitori ad una stazione di servizio in una non meglio precisata valle francese, circondato dalle montagne e dalle pompe di benzina. È l’estate del 1965, Shell ha smesso di andare a scuola quando è diventato impossibile continuare a ignorare quanto fosse diverso dagli altri bambini e lavora con i suoi genitori alla stazione di servizio, un mondo piccolo e ordinato in cui la sua massima aspirazione è ottenere il permesso di lavare le pompe.
Un giorno, però, mentre i genitori discutono la possibilità di mandarlo in un istituto per ragazzini come lui, Shell concepisce il piano che darà inizio alla vicenda:

«A forza di sentirmi dire che ero solo un bambino, e che andava benissimo così, è successo l’inevitabile. Ho voluto provare loro che ero un uomo.» (p. 4)

Per  il ragazzino non ci sono dubbi su come mostrare di essere diventato adulto: deve andare in guerra. A questo preciso scopo lascia nottetempo la stazione di servizio, munito di nient’altro che il fucile da caccia di suo padre, e si avvia alla ricerca della gloria.
Le cose chiaramente non andranno secondo i piani: la guerra è – per fortuna – molto più lontana del previsto e sull’altopiano Shell incontra Viviane, una ragazzina così esile da dare la sensazione di poter sgusciare tra due folate di vento senza che nessuno se ne accorgesse (p. 22) che diventerà la sua custode, la sua compagna di giochi e la sua regina in grado di controllare la pioggia e scatenare i venti.

Il punto di forza del romanzo è la voce narrante di Shell, pura e decisa al punto da risultare disarmante. Il lettore entra nei panni del ragazzino con sorprendente facilità ed entro l’ultima riga si abitua a pensare con la sua testa, vede la realtà attraverso un filtro diverso ed egualmente sensato: nel mondo di Mia regina niente è più terribile di una sgridata della mamma, il Malocchio è un’entità reale da non sottovalutare e il tempo si misura in spanne sul calendario.
L’autore ha quindi costruito un personaggio che conquista senza cliché, credibile nel suo percorso di iniziazione all’età adulta.

«Ho pensato che forse essere un eroe voleva dire proprio questo: fare qualcosa che nessuno ti obbliga a fare.» (p. 42)

La purezza dell’amicizia tra Shell e Viviane ricorda vagamente a tratti le atmosfere tragicomiche della serie Netflix The end of the f***ing world, a tratti la dolcezza del Moonrise Kingdom di Wes Anderson. Il tema della storia d’amore/amicizia tra ragazzini viene tuttavia sviluppato in maniera del tutto autonoma, con inedita innocenza e delicatezza. 

«Mi sono riseduto e Viviane ha chiuso gli occhi. Era così bella che mi è venuta voglia di mettermi nei suoi panni per vedere come ci si sentiva a essere lei. Poi ho pensato che, se mi mettevo nei suoi panni, non avrei più potuto vederla, tranne allo specchio, e comunque sarebbe stato meglio se fosse stata lei a mettersi nei miei di panni. Non avrei più potuto vederla lo stesso, ma almeno avrei potuto portarla sempre con me.» (p. 61)

La natura selvaggia e inesplorata del Sud della Francia è protagonista dell’opera insieme ai due ragazzi: l’altopiano è un luogo mitico in cui vivere da soli a dodici anni sembra quasi facile e cercando con attenzione si possono trovare grotte nascoste, casolari abbandonati e pastori gentili. È interessante notare come Shell non senta effettivamente bisogno d’altro che di un tetto sulla testa, qualcosa da mangiare, del sapone e Viviane: ben presto la guerra scompare dai suoi pensieri e il suo unico obiettivo diventa restare a vivere con Viviane sull’altopiano, nell’ovile abbandonato che gli fa da riparo, dopo averlo opportunamente diviso in due camere.

La prospettiva esclusiva di Shell ha anche dei limiti: ad esempio, le vicende di Viviane nella seconda parte del romanzo risultano poco convincenti, è chiaro che c’è qualcosa che non va in lei e nella sua vita, ma Shell lo scopre troppo tardi e le circostanze restano irrisolte. Questo svantaggio fa parte del gioco e non basta a offuscare il candore di una storia che, pur nella sua durezza – non ci sono vie d’uscita e soluzioni facili per nessuno, qui, e questo è chiaro fin dalle prime pagine – riuscirà a far sorridere ed emozionare chi si abbandonerà tra le sue righe.

«Mi sa che è stato proprio lì, in mezzo agli sterpi secchi che mi pizzicavano le caviglie, che sono scivolato lentamente fuori dall’infanzia per diventare un uomo. Era molto semplice, a pensarci. Dovevo solo accettare la rabbia di Viviane insieme alla sua amicizia. Erano belle tutte e due perché venivano da lei. Bastava solo saper guardare.» (p. 117)

Loreta Minutilli

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