Un breve elogio sentimentale
Con Milan Kundera ho un debito. L’ho scoperto nei primi anni di liceo, quando mi interessavo alla letteratura in maniera ancora acerba e vaga. Le mie letture erano casuali, a volte anche indecenti, per ragioni che non dipendevano proprio dalla mia volontà. In casa mia non c’erano libri, nel mio paese non c’era una biblioteca, i libri si vendevano al massimo in piccoli settori di qualche cartoleria, che offriva tutt’al più l’ultimo di Bruno Vespa o le ricette di Antonella Clerici. Non ero ancora capace di distinguere la produzione mainstream dalla letteratura vera. Volevo costruirmi un percorso di autori e romanzi che mi insegnassero a leggere prima ancora che a scrivere, ma – ad eccezione di qualche Calvino, Pirandello, Hesse che ci avevano assegnato al ginnasio – il massimo che la gente intorno a me riusciva a consigliarmi e prestarmi era Paulo Coelho, Ken Follett e persino, una disgraziata volta, l’autobiografia di Magdi Cristiano Allam.
Se non avessi incontrato L’insostenibile leggerezza dell’essere, non so cosa sarebbe stato di me. Senza quell’Adelphi pastello dal colore verdekundera che m’ha permesso di compiere il passaggio dalla lettura alla letteratura, che ha reciso la mia coscienza letteraria in un prima e in un dopo. Si può dire che la mia carriera di lettore sia seriamente incominciata con un libro di Kundera, quando avevo forse 16 o 17 anni. In pochissimo tempo, negli stessi anni del liceo, ho divorato altri suoi libri: i romanzi L‘identità, L’ignoranza, Il libro del riso e dell’oblio (che portai anche come tesina alla maturità); il saggio meraviglioso I testamenti traditi; l’opera teatrale Jacques e il suo padrone. E negli anni successivi sono seguiti altri.

L’opera di Kundera non mi ha soltanto rivelato cosa fosse la letteratura e fin dove potesse arrivare, non mi ha soltanto insegnato a riconoscere un capolavoro letterario da un’opera di mercato: mi ha anche mostrato quanto la parola possa incantare, insomma quello che con la lingua si può fare. Ciò che subito mi aveva sorpreso del suo stile era il fatto che risultava raffinato ma senza virtuosismi, elegante eppure formato da un lessico in verità semplice e mai aulico o complesso. Ogni frase aveva ha una decisa, naturale musicalità (ha studiato musica, suo padre era pianista), e le rileggevo, le sezionavo per riuscire a capire cosa, nel concreto, desse quell’effetto: quale termine, quale ordine dei periodi. Non ne venivo a capo, ma mi restava la consapevolezza che così avrei voluto scrivere anch’io. Non a caso Italo Calvino diceva de L’insostenibile leggerezza dell’essere che le qualità con cui era scritto “appartengono a un altro universo da quello del vivere”.
Come nello stile, Kundera è capace di nobilitare il quotidiano, il banale, l’ordinario anche nelle storie che racconta. Le trame dei suoi libri non contengono colpi di scena, intrecci elaborati, espedienti insoliti, spettacolarizzazioni. Penso a L’idendità, a Il valzer degli adiii, ai racconti Gli amori ridicoli, tanto per citarne alcuni. In tutto questo naturale, normale quotidiano, il suo sguardo è capace di cogliere l’eccezionale, svelandone il mistero pagina dopo pagina. Parallelamente, attraverso brillanti digressioni, riflette intorno a temi caldi e ricorrenti: la musica e la filosofia, la memoria e l’oblio, l’amore e l’erotismo, la fedeltà e l’adulterio, l’umorismo e la menzogna, l’obbedienza e il dissenso. È come se egli invitasse il lettore in un Caffè di Praga (o Parigi) e disquisisse con lui dei vizi e delle virtù dell’uomo, così come di poesia, di filosofia, di musica e dello scibile umano in generale.
Allo stesso modo, i personaggi sono uomini e donne comuni, colti nelle proprie debolezze, nei propri vizi, che sono poi gli stessi di tutti. Attraverso la loro osservazione, ogni dimensione dell’essere e dell’agire umani è sezionata, studiata e interpretata, fino a fornirci, come in una diagnosi, una visione inedita, incredibile della realtà, a cui non avremmo mai pensato, eppure così unicamente corretta, così vera. Infatti Kundera non è semplicemente romanziere: si fa etologo, antropologo, filosofo, psicanalista, perché la vicenda che narra non è altro che un pretesto per indagare la realtà stessa, nelle sue bellissime contraddizioni, nella sua disordinatissima coerenza.
Poi c’è il Kundera più d’avanguardia, sperimentatore, umoristico, geniale, che possiede come pochi, come solo i più grandi, un divertimento, un gusto gioioso e giocoso nel raccontare. E mi viene in mente un passaggio incredibile de Il libro del Riso e dell’Oblio (forse la sua opera migliore), una delle pagine più belle che abbia letto, quando Lo Studente si ritrova a tavola con i più grandi poeti dell’umanità: Goethe, Voltaire, Lermontov, Boccaccio, Petrarca, Esenin e altri, tutti intenti in un simposio, che si conclude con il Trasporto del poeta, ovvero Goethe, che per la vecchiaia e l’alcol non riesce più a muoversi, e i poeti tutti tentano di sollevarlo ma non reggono il suo peso, e goffamente lo trascinano e i piedi di Goethe “ora ciondolavano come i piedi di un bambino che i genitori fanno giocare a volavola” (trad. di A. Mura), fino ad ammassarsi tutti quanti in un prosaico taxi.
Tanto, e tanto più, si potrebbe scrivere: non ho menzionato il Kundera saggista, ad esempio. Eppure I testamenti traditi è un’opera grandiosa. Ma la faccio breve e chiudo qui questo articolo, che non ha niente di critica letteraria, ma è soltanto un elogio: breve, sgangherato, sentimentale.
E dunque, caro Maestro, in occasione dei tuoi 90 anni, il mio unico augurio non può che assumere la forma di un grazie.
Giuseppe Rizzi


sottoscrivo ogni tua parola, anche per me Kundera è stato il passaggio “dalla lettura alla letteratura”.
mi stordisce solo il fatto che abbia 90 anni, lui per me è sempre stato senza età.
ml
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Hai ragione. Anche se ha 90 anni, apparterrà sempre alla dimensione dell’eternità propria degli artisti più grandi.
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