Come Kundera mi ha cambiato la vita

Elogio di Milan Kundera in occasione dei suoi 90 anni

Con Milan Kundera ho un debito che neanche in dieci vite riuscirei a estinguere. Anzi, più che debito, un mutuo con ipoteca. L’ho scoperto nei verdi, primaverili anni del liceo, quando mi interessavo alla letteratura in maniera ancora acerba e nebulosa. Sguazzavo in un putrido mare di letture prosaiche – a volte anche indecenti – per ragioni che non dipendevano necessariamente dalla mia volontà. Restavo imbrigliato – confuso – nel tentativo di discernere la produzione mainstream dai capolavori: volevo costruirmi un percorso di autori e romanzi che mi insegnassero a leggere prima ancora che a scrivere, ma – ad eccezione di qualche Calvino, Pirandello, Hesse che ci avevano assegnato al ginnasio – il massimo che la gente intorno a me riusciva a consigliarmi e prestarmi era Paulo Coelho, Ken Follett e persino, una disgraziata volta, l’autobiografia di Magdi Cristiano Allam.

In casa mia non c’erano libri, nel mio paese non c’era una biblioteca, le poche librerie erano piccoli settori di qualche cartoleria, che vendevano tutt’al più i libri di Bruno Vespa e Antonella Clerici. Se non avessi incontrato L’insostenibile leggerezza dell’esserenon so cosa sarebbe stato di me. Senza quell’Adelphi pastello dal colore verdekundera (le precedenti edizioni Adelphi di Kundera erano quasi tutte di uno strano verde acqua, con l’eccezione di un paio infelicemente marroni) non avrei saputo compiere il passaggio dalla lettura alla letteratura. Milan ha fatto un favore inestimabile, a me che sono interista: mi ha aperto le porte di un Olimpo altissimo, edenico, nel quale – ebbi modo di scoprire – non c’era spazio per i vari Baricco, Hosseini, Zafon, Dan Brown, che fino ad allora avevo blasfemamente assunto come tara.

Si può dire che la mia carriera di lettore sia seriamente incominciata con un libro di Kundera: l’autore che ha reciso la mia coscienza letteraria in un prima e in un dopo. In pochissimo tempo, negli stessi anni del liceo, ho divorato altri suoi cinque libri, a partire da tre romanzi: L‘identità, L’ignoranza, Il libro del riso e dell’oblio (quest’ultimo, un divertissement letterario geniale, lo reputo anche superiore a L’insostenibile leggerezza dell’essere); il saggio meraviglioso I testamenti traditi; l’opera teatrale Jacques e il suo padrone. Ai quali, negli anni successivi, sono seguiti altri.

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L’opera di Kundera non ha soltanto rivelato al mio sguardo ingenuo e acerbo quali sommità la letteratura potesse realmente raggiungere, non mi ha soltanto insegnato a riconoscere un capolavoro letterario da un’opera di effimera qualità: mi ha anche mostrato quanto la parola possa incantare, quanto la lingua possa abbagliare per la sua bellezza al pari dei riflessi di luce in un quadro di Monet, o per la sua sontuosità al pari di una scultura di Canova. Kundera è un maestro di stile, che sa scrivere prodigiosamente senza virtuosismi, che sa rendere raffinato uno stile adoperando un lessico in verità semplice e mai aulico. La sua prosa ha la musicalità elegante e decisa di un valzer, è meravigliosa in modo totalmente naturale. Ed io, che già allora nutrivo velleità da scrittore, con i suoi romanzi ho imparato la vera importanza della lingua, l’autentica bellezza del saper scrivere.

Come nello stile, Kundera è capace di glorificare e nobilitare il quotidiano, il banale, l’ordinario anche nel plot. Le trame dei suoi libri non contengono colpi di scena, intrecci elaborati, espedienti insoliti, spettacolarizzazioni. In tutto questo naturale, normale quotidiano, il suo sguardo è capace di cogliere l’eccezionale, svelandone il mistero pagina dopo pagina. Parallelamente, attraverso brillanti digressioni, riflette intorno a temi caldi e ricorrenti: la musica e la filosofia, la memoria e l’oblio, l’amore e l’erotismo, la fedeltà e l’adulterio, l’umorismo e la menzogna, l’obbedienza e l’opposizione. Queste riflessioni non cadono mai nel facile errore di risultare vaniloqui monodirezionali: Kundera sa coinvolgere il lettore, come se si sedesse con lui in un Caffè praghese o parigino e si conversasse insieme, amabilmente, dello scibile universale.

Analogamente, i personaggi sono uomini e donne comuni, colti nelle proprie debolezze, nei propri vizi, che sono poi gli stessi di tutti. Essi rappresentano quasi delle cavie: attraverso la loro osservazione, ogni dimensione dell’essere e dell’agire umani è sezionata, studiata e interpretata, fino a fornirci, quale diagnosi, una visione inedita, incredibile della realtà, a cui non avremmo mai pensato, eppure così unicamente corretta, così vera. Infatti Kundera non è semplicemente romanziere: si fa etologo, antropologo, filosofo, psicanalista, perché la vicenda che narra non è altro che un pretesto per indagare la realtà stessa, nelle sue bellissime contraddizioni, nella sua disordinatissima coerenza.

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Milan Kundera nel 1980 (foto di E. Cabot – CC BY-SA 2.0)

E dunque, caro Maestro, in occasione dei tuoi 90 anni, il mio unico augurio non può che assumere la forma di un grazie. Un ringraziamento che oggi si eleva in tutto il mondo, ma che resterà eterno e imperituro nei confronti di uno degli ultimi, grandi uomini della letteratura universale.

Giuseppe Rizzi

2 risposte a "Come Kundera mi ha cambiato la vita"

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