Kristen Roupenian, la signora delle mosche

Cat person, Kristen Roupenian
(Einaudi, 2019 – Trad. C. Mennella, G. Pannofino, M. Balmelli)

cat-person-kristen-roupenianNei giorni in cui leggevo il libro di cui parla questo articolo mi è capitato di passare dalla Fondazione Prada, a Milano: una persona della mia vita voleva vedere una certa opera d’arte che consiste in dieci enormi funghi rotanti che pendono a testa in giù dal soffitto. L’opera in questione si trova al nono piano di una torre, e prima di arrivarci abbiamo visitato altri otto piani in cui c’erano tulipani giganteschi in acciaio inossidabile, sedie e tavoli carbonizzati che mantenevano la forma originaria grazie a delle gabbie di metallo, un grosso oggetto di pelo (chiamato, naturalmente, Il pelo) e altre cose del genere.

All’ottavo piano c’era una serie di installazioni di Damien Hirst. La prima parete che si incontrava sulla sinistra, entrando, era quasi interamente occupata da un quadro molto grande. Da lontano sembrava una specie di tappeto nero. Avvicinandomi, mi sono accorto che si trattava di mosche. Una valanga di mosche morte incollate alla tela con precisione, in modo da non lasciare neanche uno spazio bianco. C’è stato un momento in cui sono arrivato abbastanza vicino al quadro da sentirmi assorbire, come se avessi immerso la testa nelle mosche morte – ne vedevo le alette opache e venose, i corpi accavallati uno sull’altro, lunghi mezzo dito – ed è stato allora che è arrivato l’odore. Indescrivibile.

Pur non essendo un critico d’arte – o forse proprio a ragione della mia ignoranza – mi è sembrato che tutta quella esposizione di morte potesse suggerire, a contrario, qualcosa che invece c’entrava con la vita. Più precisamente, con la corporalità: quella cosa da cui ci teniamo al riparo ricorrendo a svariati tipi di sovrastrutture, ma che tuttavia rimane la trama principale del nostro stare al mondo.

Cercando di essere meno vago, arrivo a Cat Person. Come è noto, si tratta di un racconto uscito per la prima volta sul New Yorker, e che è stato oggetto di grande attenzione per il fatto di essere diventato il più condiviso della storia del giornale. In Italia ha dato il nome alla raccolta che lo contiene insieme ad altre undici short stories, molto diverse tra loro, alcune più riuscite e altre meno, ma tutte attraversate dal filo rosso di una certa inquietudine. In Non avere paura la protagonista, seguendo le istruzioni di un vecchio libro di incantesimi, evoca un uomo bellissimo, nudo, tremante e pieno di sangue, nella cantina di casa sua. In La prova nel portafiammiferi marito e moglie si trovano a combattere con delle presunte creature che si aggirano sotto la pelle di lei. In Voglia di morire un uomo incontra una ragazza conosciuta su Tinder che gli chiede, prima di fare sesso, di prenderla a pugni.

Ma il punto di congiunzione di queste storie non è la sfumatura vagamente horror, che pure caratterizza l’atmosfera dei racconti come una crema al siero di vipera in una torta della nonna. Roupenian usa l’orrore come un microscopio, per circoscrivere l’attenzione intorno a quello che maggiormente le interessa, e cioè la disposizione del potere nei legami sentimentali e sessuali: come sottomettiamo gli altri, come gli altri ci sottomettono.

Ora, Damien Hirst e Kristen Roupenian hanno in comune il fatto di essere diventati delle specie di rockstar. Entrambi sono strapagati e sono stati discussi anche al di fuori del loro settore – con le dovute proporzioni, va da sé. Questo però non è l’unico collegamento che mi si è acceso nella testa. Mentre me ne stavo seduto davanti al quadro con le mosche, ho ripensato ai racconti di Cat Person, e mi sono reso conto che a modo loro sono entrambi – quadro e racconti – dei modi disgustosi e poetici al tempo stesso per mettere in scena una incapacità: quella di noi, donne e uomini del nostro tempo, in grado di gestire tutto tranne i contatti più spiccioli. Con le mosche, che sono probabilmente gli animali che incontriamo più spesso nel corso della giornata: ma ci mettono a disagio appena ne troviamo più di una, morte. E con le persone.

Così Margot, la protagonista di Cat Person, rimane affascinata da Robert finché possono parlarsi in chat, con una distanza di sicurezza che li separa. Ma appena si trova nella camera da letto di lui, appena si trova a tu per tu con il suo corpo, non può fare a meno di sentirsi delusa e anche un po’ schifata, come se il Robert delle chat che le provocava tutta quella eccitazione fino al giorno prima non fosse lo stesso Robert di cui adesso vede la pancia pelosa, di cui sente il peso su di sé, di cui intuisce l’insicurezza dai movimenti e da un certo modo di ansimare. Davanti al quadro con le mosche morte anche Margot farebbe un passo indietro, che schifo, direbbe, sono delle mosche.

Pierpaolo Moscatello

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...