60 anni dopo, il romanzo inedito di Georges Perec

L’attentato di Sarajevo, Georges Perec
(Nottetempo, 2019 – Trad. A. Molica Franco)

 

copertina perec 3La casa editrice Nottetempo ha colto un’occasione importante per la diffusione in Italia, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di un grande autore francese. Si tratta del dattiloscritto del primissimo romanzo di Georges Perec, mai pubblicato in vita e a lungo rimasto inedito anche dopo la sua morte: L’attentat de Sarajevo è uscito in Francia solo nel 2016, a più di trent’anni dalla scomparsa di Perec.

Nella Francia degli anni Sessanta, Georges Perec è stato uno dei membri di spicco di un gruppo di intellettuali riuniti sotto il nome di OuLiPo (Ouvroir de Litérature Potentielle). Un laboratorio di letteratura potenziale, fondato da Raymond Queneau e frequentato attivamente anche dal nostro Italo Calvino. I libri che uscirono da questa fucina si contraddistinsero per l’altissima elaborazione formale e strutturale, molto spesso determinata da scelte compositive “bizzarre”; è il caso degli Esercizi di stile di Queneau (in cui la stessa storia viene raccontata 99 volte, con stili sempre diversi), Il castello dei destini incrociati di Calvino (la cui trama si svolge in base alle combinazioni delle carte dei tarocchi), o La scomparsa di Perec (un romanzo in cui non compare mai la lettera “e”).

Perec fu molto affascinato dai giochi linguistici, anagrammi, palindromi, limitazioni matematiche alla lingua e alla narrazione; la sua opera più nota, La vita, istruzioni per l’uso, racconta le molte storie (il sottotitolo del libro è Romanzi, al plurale) di un condominio di 100 appartamenti: il narratore si sposta da uno all’altro secondo la mossa del cavallo degli scacchi, ovvero con un movimento a “L”.

Come si inserisce L’attentato di Sarajevo, scritto di getto da un Perec ventenne appena di ritorno da un viaggio in Jugoslavia, in un simile panorama di funambolismi retorici e fuochi d’artificio narrativi? Il proposito del libro, stando a quanto dichiara il narratore (ma c’è poco da fidarsi), è quello di «insorgere contro alcune interpretazioni illegittime ed erronee che sono state date dell’attentato perpetrato il 28 giugno 1914 a Sarajevo contro l’arciduca ereditario Francesco Ferdinando»[*]. Malgrado ciò, quest’opera giovanile non ha nulla del romanzo storico: poco dopo queste dichiarazioni, il narratore prende a raccontare di un certo Branko, jugoslavo, che lui ha conosciuto nelle nottate parigine «al Dome, credo, oppure al Select, o comunque in uno dei caffè di Montparnasse che agli stranieri, non so perché, piacciono tanto»[**]. In una geografia dei locali notturni che ricorda moltissimo l’Hemingway di Fiesta, il narratore viene a sapere della fidanzata di Branko, Mila, di cui subito si invaghisce al punto da seguire i due a Belgrado pur di conquistarla.

L’azione si sposta dunque in Serbia, che  ha a che fare con gli eventi di Sarajevo più di Parigi, ma i fatti tuttavia rimangono ambientati una quarantina di anni dopo quell’attentato. Che cosa c’entra questo triangolo amoroso con il casus belli della prima guerra mondiale? Non è facile dirlo, ed è qui che emerge, pur in nuce, il Perec dell’OuLiPo; L’attentato di Sarajevo è una sorta di romanzo a chiave, perdipiù a finale aperto: un enigma.

L’intreccio dei fatti subisce una fatale attrazione verso Sarajevo, un luogo in cui le conseguenze delle proprie azioni possono diventare impensabili: un delitto risolverà la complessa situazione sentimentale che si è creata fra i tre personaggi. Ma è proprio sul finire del libro che il narratore inizia ad inserire, un poco per volta, una cronaca dei fatti del giugno 1914: un capitolo è ambientato nel 1957, quello dopo nel 1914 e così via. Da una parte i nazionalisti bosniaci, dall’altra i tre innamorati: le due storie dunque proseguono in parallelo, e il comun denominatore è una sorta di influenza tragica che Sarajevo sembra possedere.

In questo romanzo,  un Georges Perec alle sue prime prove letterarie e alle prese con una macchina narrativa complessa che, occorre dirlo, non è sempre padroneggiata appieno: la disposizione dei nuclei Sarajevo 1914-Sarajevo 1957 non è del tutto convincente, e la struttura del romanzo ha un equilibrio piuttosto precario. Ciò detto, chi ha una qualche confidenza o interesse per l’area OuLiPo troverà, in questo romanzo d’esordio, occasioni di riflessione sull’opera di Perec e, attraverso di essa, su quella narrativa sperimentale che per alcuni anni è stata la punta di diamante della letteratura europea.

Adriano Cecconi

[1] G. Perec, L’attentato di Sarajevo, Milano, Nottetempo, p. 13.

[2] Ivi, p. 15

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