“Lo Smeraldo”: il futuro distopico di Mario Soldati

Lo smeraldo, Mario Soldati
(Prima edizione: Mondadori – 1974)

phpThumb_generated_thumbnailPersonalmente, da lettore, mi piace spesso andare alla ricerca di alcune opere remote, insolite, singolari e di cui si è persa traccia. Molti sono i grandi autori del nostro ‘900 che contano titoli con queste caratteristiche nella loro vasta produzione. Tra costoro c’è Mario Soldati, che fu in grado di essere un eccellente scrittore tanto quanto uno stimato regista (ha partecipato anche alla regia di Ben-Hur, colossal del ’59 vincitore di 11 Premi Oscar). Nella sua produzione c’è un’opera atipica, Lo Smeraldo: un romanzo visionario, onirico, surreale, distopico e post-apocalittico insieme; che indaga l’angoscia e l’incertezza per un futuro che appare di distruzione e desolazione (già nel 1974 come ancora oggi) attraverso una cornice affascinante di scienze occulte e divinazioni.

Secondo un espediente molto caro agli autori del realismo magico mitteleuropeo (penso soprattutto a Lernet-Holenia), si introduce da subito un uomo enigmatico, dall’incontro col quale il narratore trarrà la storia da raccontare e si innescherà tutta la vicenda del romanzo. Così accade a Mario (scrittore e regista, proiezione fintamente autobiografica dell’autore) quando incontra per le strade di New York un misterioso signore, Count Cagliani. Probabilmente non l’ha mai conosciuto prima, eppure gli ricorda qualcuno di familiare, come se ne avesse memoria da una vita precedente. I due iniziano a discutere, Cagliani sembra conoscere qualcosa di Mario, quasi avesse delle doti divinatorie: gli parla di un anello e lo invita a cena da sé perché ha una proposta da fargli.

Pur in preda di un infausto presagio, in una notte di pioggia e tempesta dalle tinte gotiche, Mario si reca a casa del Conte, che gli parla di telepatia e premonizioni. Fino a quando Cagliani arriva a citare la litomanzia:

«la predizione del futuro attraverso le pietre […]. Le pietre, certe pietre soprattutto, c’entrano col futuro. Col futuro e col passato. Perché tutto quanto esiste e non è corrotto dai vermi della vita, la materia insomma, è pietra: e la vita stessa, in principio, prima di essere vita, forse era pietra, e sicuramente, un giorno, sarà di nuovo pietra, pietra e polvere.» (p.34)

Secondo il Conte Cagliani, dunque, attraverso le pietre, in particolare le pietre preziose, è possibile sperimentare una comunicazione profetica, vale a dire avere conoscenza, visione, finanche esperienza di quel che accadrà in futuro. Se parla a Mario di questi argomenti è perché ha capito che nella sua vita c’è uno smeraldo. Mario conferma: effettivamente c’era stato uno smeraldo che suo padre aveva posseduto e che era andato smarrito. Attraverso una sorta di pratica divinatoria, Mario e Cagliani riescono a individuare su una cartina geografica il luogo in cui si troverebbe la pietra preziosa. Cagliani convince allora Mario a cercare lì lo smeraldo, che gli permetterebbe di avere la sua comunicazione profetica.

“Mi dica, c’è qualcosa che la preoccupa, nel futuro?”
“Sì, il futuro.”
“Qualche cosa che, se potesse, vorrebbe sapere prima?”
“Vorrei tanto sapere che cosa sarà dei miei figli, quando mia moglie e io non ci saremo più. La civiltà occidentale, il mondo che noi conosciamo, sta crollando. Le cose vanno male dappertutto. In Italia, sento, e molti miei amici sentono come me, andranno anche peggio” (p.52)

In questa risposta che Mario dà al Conte c’è tutto il senso del romanzo, tutta l’essenza delle vicende che seguiranno. Il futuro che nel 1974 si prospettava a Soldati era quanto mai infausto e terribile, non perché queste caratteristiche appartenessero effettivamente al futuro (che sarebbe poi, oggi, il nostro presente) ma perché erano caratteristiche precipue di quel presente, col mondo ancora minacciato da una possibile guerra nucleare e l’Italia che subiva gli anni di piombo, la lotta eversiva, il terrorismo. Non è un caso se gli anni ’70 rappresentano gli anni d’oro della distopia italiana novecentesca.

Mario, allora, raggiunge il paese francese dove si presume celarsi il suo smeraldo e viene immediatamente proiettato, attraverso il sogno, nel futuro che lo attende. Qui inizia il romanzo vero e proprio, rispetto alla cornice finora raccontata. Mario si ritrova reincarnato in Andrea Tellarini, un pittore che abita in Liguria, al confine con la Francia. Mario/Andrea si addormenta/risveglia in un futuro imprecisato, senza cognizione del tempo di mezzo, di quel che è accaduto del mondo dopo il 1974. È confuso, smarrito, incapace di comprendere una realtà incerta che non riesce a decifrare (fa pensare alla situazione che vive il protagonista di Dissipatio H.G. di Morselli, post-apocalisse degli stessi anni).

Soldati crea una società futura delineata in ogni dettaglio, conturbante, originalissima.
L’Italia è divisa in due da una Linea, proprio come durante la seconda guerra mondiale. La stessa linea attraversa il mondo intero, separando due aree che non sono più l’Est e l’Ovest della Guerra Fredda contemporanea al romanzo, ma un Nord e un Sud. I russi e gli americani, addirittura, coesistono nello stesso emisfero settentrionale, e contribuiscono a comporre la Federazione del Nord insieme a tutti gli altri paesi industrializzati: il dominio dei russi è superiore a quello di tutti gli altri, nel Nord non esiste più la proprietà privata, e con essa è stata abolita l’istituzione familiare attraverso un serrato controllo delle nascite e un incentivo all’omosessualità. Proibito è anche il consumismo, l’unica industria è quella militare. Il cinema è dimenticato, disprezzato, cancellato.

Il Sud invece è composto da quei paesi cosiddetti di Terzo Mondo che compongono la Confederazione degli Stati Uniti Socialisti di America Latina, Europa, Asia e Africa. Se il Nord Italia è controllato dai russi, il Sud Italia è sotto la dominazione araba.
Al centro, Roma è distrutta. Rientra in quel cuscinetto di territori che compongono il confine tra i due mondi e rappresenta una linea inquinata e invalicabile. La Città Eterna è annientata, abbandonata in rovine, deserta, inaccessibile. Il Papa è ormai altrove. Anzi, due sono i pontefici: uno ad Aquileia per la Federazione del Nord e uno a Malta per la Federazione del Sud.

Quello in cui Mario si risveglia è il mondo che deriva dalla terza guerra mondiale, combattuta con armi nucleari, tecnologiche e satelliti atomici, e piegato sotto la forza di due governi mondiali, entrambi i quali hanno instaurato nella loro porzione di pianeta una propria dittatura militare.
I due mondi non possono comunicare tra loro, sono isolati, ed è severamente proibito attraversare la linea e passare da un polo all’altro. Mario/Andrea, però, deve farlo. Dopo aver recuperato il suo smeraldo, intende raggiungere Napoli, dove si trova Mariolina, la donna amata in giovane età e mai dimenticata.

Inizia così il viaggio di Mario – nel corpo e nell’identità di Andrea – insieme al figlio di costui e quindi anche proprio, per un’Italia desolata e distrutta, cercando l’amore nella catastrofe. Attraversano scenari selvaggi, agresti; si nutrono di rane sulla spiaggia, si abbeverano a corsi d’acqua naturali, incontrano zingari, militari, sospettabili traghettatori. Costante e asfissiante è l’atmosfera di  sospetto perenne e di diffidenza da tutto e da tutti, che mi ha fatto ricordare – pur con le dovute differenze e senza altre analogie – Il Castello di Kafka. Inoltre, a qualcuno, questo viaggio di un padre e di un figlio in un mondo post-apocalittico ricorderà forse un romanzo di molto successivo e di molto più famoso: La strada di Cormac McCarthy.

Lo smeraldo è dunque un romanzo probabilmente non perfetto, ma senza dubbio perturbante, anomalo, particolarissimo, affascinante. Indagando con sguardo critico i temi del progresso tecnologico, dell’inquinamento ambientale, del controllo sociale, della degradazione dei valori e degli affetti, dei rischi autoritari di certa politica, ecc., l’opera mette in scena la più tradizionale delle situazioni – un rapporto padre-figlio, la ricerca di un amore – in un contesto di genere e di ambientazione inedito e, per certi versi, pionieristico. Soprattutto se lo si inquadra negli anni in cui è stato scritto e se si pensa a quanto assomigli a certa, anche fortunata, distopia dei nostri anni.

Giuseppe Rizzi

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