“Portami dove sei nata”, ricostruire un paese con i ricordi di una famiglia

Portami dove sei nata, Roberta Scorranese
(Bompiani, 2019)

coverRoberta è una giornalista – scrive per Il Corriere della Sera –, ma in questa occasione è anche protagonista, testimone, una figlia che torna a casa. Casa è l’Abruzzo dilaniato dai terremoti del 2009 e del 2017 e, in particolare, il piccolo borgo di Valle San Giovanni, nel teramano.

Portami dove sei nata è diario di un viaggio che procede su un doppio binario: da un lato un’esplorazione fisica, un reportage sugli abruzzesi e sulla loro volontà di reagire, di tornare a vivere tra le macerie; dall’altro un percorso a ritroso nella storia della propria famiglia.

La storia degli Scorranese comincia nel 1942, in piena guerra, con la malattia di Gino, capofamiglia e futuro nonno dell’autrice. Una meningite che sembra associata al peccat’ gross’ commesso dall’uomo – che pure, nonostante la gravità, non viene mai taciuto: un rapporto consumato fuori dal matrimonio, un figlio in arrivo.
S’introduce così la figura della bella Celestina, forse il vero amore di nonno Gino, e il suo ruolo destabilizzante per gli equilibri della famiglia. Nel tentativo di cancellare il suo ricordo e, di conseguenza, il ricordo del suo peccato, si combina in fretta e furia il matrimonio con la giovane Chiarina.

Pur senza monopolizzare la scena, il rapporto tra Celestina e nonna Chiarina, tra amante nascosta e moglie ufficiale, segna il fil rouge della storia. Sebbene si dedichi spazio anche agli altri membri della famiglia, e in generale agli abitanti di Valle che con essa interagiscono, sono le due donne a calamitare l’attenzione. Paradossalmente, l’unico di cui non si svelano i sentimenti, i pensieri reconditi, è proprio nonno Gino, l’uomo della discordia.

Ciò che rende atipica l’epopea degli Scorranese è l’assenza, o la sublimazione, di eventi negativi. Manca qui il gusto per il dramma e per lo scandalo che si riscontra in altre saghe familiari: la narrazione è condotta con dolcezza e senso dell’umorismo. Il passato, nonostante la guerra e la miseria, appare al lettore come un’oasi felice – una terra di profumi, colori, di frutti e verdure che l’autrice nomina e descrive con la perizia di chi ha toccato con mano.

Emerge il ritratto di una comunità non priva di gelosie e incomprensioni, ma fondamentalmente unita, compatta, solidale.
L’unico elemento a rendere meno piacevole la lettura è la presenza di nomi troppo simili – Chiarina e Celestina e Cesira e Cecchina –, che se per ovvie ragioni non possono essere modificati, potevano forse essere introdotti e distinti con maggior precisione.

Se il passato è il regno dell’unità, del gusto, del colore, il presente è il regno dei contrasti: pieno contro vuoto, vivo contro morto. L’autrice predilige la frammentazione, si allontana da Valle; in primo luogo per spiegare le peculiarità del popolo abruzzese, il suo rapporto con la religione, l’orgoglio, la terra. E poi storie di uomini e donne, cariche di speranza e dolore, di miseria e coraggio: da una ragazza che prova una gonna d’alta moda all’ambulanza che porta i giornali in un paese raso al suolo, dalla disperazione di chi ha perso tutto e non voluto affrontarlo all’ostinazione degli allevatori nel salvare i propri animali.

Portami dove sono nata non è soltanto un romanzo. È l’elaborazione di un lutto, il tentativo di riappropriarsi della vita dopo la paura. È la riscoperta delle proprie radici, della propria famiglia, un punto fermo quando è il mondo – le cose, gli edifici, tutto ciò che era solido – a collassare.

Sonia Aggio

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