Il tabù dell’amore senile e la poetica dell’invecchiamento in “Doppio vetro”

Doppio vetro, Halldóra Thoroddsen
(Iperborea, 2019 – Trad. Silvia Cosimini)

20190402113954_cover-doppiovetro“Una sottile tensione in questa donna di città, un brivido di benessere dietro il doppio vetro”. (pag. 9)

La primissima pagina di questo romanzo sembra condensare in due righe (quasi) tutto quello che ci serve sapere della sua protagonista. Doppio vetro racconta la vecchiaia di una donna islandese, vedova, nostalgica e pensierosa. E lo fa con una impressionante delicatezza, che non mira a nascondere i conflitti di questa età dell’uomo, bensì a mostrarli in una luce differente. Si tratta del primo romanzo della Thoroddsen tradotto in Italia, vincitore del Premio della letteratura femminile islandese (2016) e del Premio letterario dell’Unione Europea (2017).

La focalizzazione è interna, in una prosa che volentieri si fa poetica, in modo ora disinvolto ora più esplicito. Lungo i quattro macro-capitoli, i brani narrativi sono scanditi da brevi frasi di natura diversa, scritte in corsivo, che sembrano quasi delle didascalie. Ora si tratta di piccoli gesti (Si lima le unghie, prima alla mano destra, poi alla sinistra), ora di pensieri estemporanei (Con questa bufera è un bene sentirci poco), ora di sprazzi lirici, talvolta addirittura di abbozzi di metanarrazione (Aspetta, ma ciò che pensa e che fa viene messo per iscritto?). Non mancano passaggi ellittici, non sempre del tutto chiari e autoevidenti al lettore, che paiono rispecchiare i discorsi che la protagonista rimugina fra sé e sé.

L’età senile e i suoi attributi sono descritti con dovizia di particolari. Gli acciacchi elencati con precisione chirurgica. I coetanei che vengono a mancare, i circoli che si svuotano, le liste d’attesa per le case di riposo. Le cose su cui ci si fissa per tenersi occupati, per non passare il tempo a rimpiangere il passato. I nipoti che crescono, gli ideali condivisi dalle nuove e dalle vecchie generazioni, e i piani ormai del tutto inconciliabili. Sentirsi come “un settantotto giri rotto – e i dischi da grammofono sono estinti. Un dinosauro, un dinosauro in una navicella spaziale” (pag. 94).

Oltre ad offrire una sensibilissima rappresentazione della vecchiaia, Doppio vetro è un romanzo sull’amore. Sulla tabuizzazione dell’amore senile, considerato una follia antiestetica e sterile, senza dubbio; ma anche sulla paura di abbandonarsi ai sentimenti, di perdere il controllo totale sulla propria vita, di sconvolgere la propria routine organizzata, il proprio mondo protetto e tranquillo. E quest’ultima è una paura che si può provare a settant’anni come a quaranta, o a venti.

“- No, non posso proprio, ho smesso di viaggiare. E poi ho certi impegni a casa a cui non posso sottrarmi.
Nell’istante in cui abbassa la cornetta cambia idea e lo richiama subito. Forse potrebbe anche partire con lui, per pochi giorni, solo come amica. Deve rimangiarsi tutto quello che ha detto sugli impegni e i viaggi.
– Sai com’è, cercavo di tirarmi indietro, è così che si dice, no? Non posso. Non è che puoi dire in faccia: Non ne ho voglia, oppure: Non sopporto i cambiamenti nella mia vita.”
(pag. 53)

La scrittura, a volte, va avanti affaticata, ma questo non significa che risulti lenta o sgradevole; piuttosto, ricorda la voce flebile di chi ormai ha appreso il valore della sintesi e trasmette i dati significativi senza cercare di appesantirli con fronzoli inutili. Verso il termine del romanzo, ci si imbatte in un flusso incontrollato di pensieri che non hanno più davvero referenti reali se non nel ricordo. La conclusione forse arriva un po’ troppo attesa, affrettata, benché non certo priva di un suo quid; sullo sfondo, il sole primaverile di Reykjavík. Doppio vetro è un romanzo assai meritevole e ben scritto, consigliato a qualsiasi età, e in particolare ai lettori che non disdegnano panoramiche di vita contemplativa.

Alessia Angelini

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