Fantasia e tradizione in Il Levante di Cărtărescu

Il Levante, di Mircea Cărtărescu
(Voland, 2019 – a cura di Bruno Mazzoni)

il levante copertinaIn un mondo senza confini e in un XIX secolo che vive nell’atemporalità dei racconti epici, il giovane Manoil sogna la rivolta. Il popolo della Valacchia è, infatti, da troppo tempo piegato dai soprusi dei crudeli fanarioti: occorre un giovane coraggioso e dai forti ideali di libertà e giustizia che possa guidare la sua gente verso la riconquista contro i despoti. Manoil dovrà trovare aiutanti e compagni, viaggiando in lungo e in largo per tutto l’Oriente, unendo le sue forze al pirata greco Iogurta, alla sua ammaliante sorella Zendaia, a un furfante francese e a un erudito soprannominato “l’Antropofago”, in un’avventura ai limiti del realistico, nonché della fantasia.

Il Levante è un libro complesso; non perché tratta di temi complicati, né perché risulta ostico alla lettura, ma, piuttosto, perché questo libro di Mircea Cărtărescu presenta una tensione/dimensione che val di là del letterario, dell’epos di cui è impregnato. Innanzitutto, è necessario specificare che è un poema, e che la forma in prosa è un adattamento dell’opera tradotta.
L’avventura di Manoil è solo lo strato superficiale (e che superficialità, dato che vibra in maniera impressionante di attualità) di quest’opera; Il Levante mette in gioco (e nel gioco, quello narrativo) questioni metaletterarie, di tradizione culturale, di confronto con i grandi del passato, del ruolo del narratore e della capacità propria della fantasia.

Partiamo proprio da quest’ultimo elemento. Fino a dove può spingersi la fantasia, e che rapporto deve rispettare non solo con il lettore, ma con l’autore stesso? In Il Levante ogni cosa, anche il più piccolo dettaglio vestiario, è riportato al testo con uno sforzo immaginativo, e l’avventura stessa di Manoil porterà il protagonista verso scenari, luoghi e situazioni altamente fantasiosi e inediti. La storia dei personaggi è una storia di rivalsa, di riscossione del positivo sul negativo, del debole sull’oppressore, e quindi è un racconto dal forte valore civile; eppure, a fianco (o, meglio, sopra) di questo, Cărtărescu innesta una seconda connotazione, quella dell’artificio dell’opera, della letterarietà autosufficiente – nonostante, generalmente, si pensa che questi due aspetti si escludano a vicenda. La pittoresca epopea dei personaggi del libro cela una seconda fatica, che è quella del narratore di forgiare un poema dal massimo valore poetico e artistico, con cui possa raggiungere le vette dell’Olimpo o del Parnaso. La fantasia, che per il lettore è spesso gioco ed evasione dalla realtà, per l’autore è impegno che va oltre l’umano, in quanto si tratta di inventare (o re-inventare) l’inesistente nel già esistito, farsi dio della propria creatura/creazione, intrecciando narrazioni e destini, perennemente in bilico tra il controllo e lo sfondamento verso l’inconscio. «Non so perché lotto per terminare questo poema, la mia epopea di halva […], quando esso non è forse che un’illusione: non mi porta né gloria né danaro e nemmeno soddisfazione, e non so, credimi, non so se abbia un qualche scopo. Mi do pena per scavare un tempio in una roccia di halva, metterci sopra dei piccoli bonbon e gherigli di noce come su una colivă, il cibo rituale per i nostri defunti, sognando sempre che sia una reggia».

Lo sforzo di attingere a tutta la propria creatività si traduce, in Il Levante, in uno stile massimamente rigoglioso e ricercato, dove ogni immagine è particolareggiata fin nei minimi dettagli, in una dimensione tendente al barocchismo: in questo senso, Cărtărescu mette a dura prova non solo le sue cultura e immaginazione, ma anche il traduttore del libro. A questo aspetto, va aggiunto l’elemento più importante del libro, ovvero l’intertestualità, il confronto con i modelli presenti e passati, il rapporto con la tradizione, gli elementi di citazione e rivisitazione.

Secondo i rètori classici, la composizione letteraria attraversava le modalità di aemulatio, imitatio e interpretatio – per cui, la poesia conteneva un’imprescindibile dimensione dialogica con altre opere, sistemi immaginativi altrui e linguaggi già perlustrati. Il Levante è soprattutto un poema che si cimenta in questa definizione di letteratura, e la sua interpretazione – nonché lettura – non può prescindere da essa. Lo si può notare, immediatamente, dal fatto che contiene la commistione tra prosa e poesia, con componimenti in versi che affiorano dalla voce dei personaggi a quasi ogni pagina. Al di là di questo, non solo è il narratore che, più che occasionalmente, getta ponti tra la sua opera e grandi modelli della tradizione occidentale, richiamando a sé Dante, Omero o Shakespeare; ma, al di là del “semplice” pastiche citazionistico tipico della natura post-moderna di questo poema, se quello di Manoil è un viaggio attraverso i mari, le terre e i cieli del Levante (mondo di svelamenti fantastici e di fabulae, guardandolo con gli stessi occhi de Le mille e una notte), quello del narratore è un viaggio attraverso la tradizione poetica romena. A un certo punto della propria avventura, Manoil si ritrova a dover passare attraverso un percorso scandito da alcuni eremiti, tanti quanto i maggiori poeti (romeni, in questo caso) del XX secolo: ogni volta che qualsiasi autore poggia la penna sulla carta, implicitamente è costretto a fare lo stesso.

Il Levante (come una grande creazione letteraria) è un’opera sopraffina che scaturisce nel punto di equilibrio tra lo slancio della fantasia sfrenata e la forza di gravità esercitata dalla tradizione non solo romena, ma occidentale e mondiale. Questi appena trattati sono solo alcune delle possibili discussioni che questo libro di Mircea Cărtărescu, risalente agli anni Novanta ma (per fortuna) arrivato a noi solo oggi grazie a Voland, può suscitare a diversi gradi di attenzione e preparazione nei confronti del testo. Di conseguenza, Il Levante sembra confermare quel luogo comune secondo il quale le opere letterarie altissime sono in grado di dire e comunicare anche molto al di là della loro semplice dimensione testuale.

Michele Maestroni

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