Biliardo sott’acqua: polifonia di anime in lutto

Biliardo sott’acqua, di Carol Bensimon
(Tunué, 2019 – trad. di D. Petruccioli)

biliardoAntônia non sarebbe dovuta morire. Era troppo giovane, troppo intelligente, troppo coscienziosa per finire fuoristrada in un modo così ridicolamente comune da rasentare l’ovvio. Una ragazza ubriaca, una strada pericolosa, una notte poco luminosa. I giovani d’oggi non sanno controllarsi. Eppure Antônia non era così.

Lo sanno bene Bernardo, Camilo, il Polacco e tutti gli altri personaggi che con la loro voce accompagnano il lettore tra le pagine di un potente romanzo corale. Parlano di Antônia e di loro stessi, riuniti metaforicamente intorno al vecchio biliardo di un bar in riva al lago. Cercano spiegazioni e si illudono di poterle trovare nelle riprese delle telecamere di sorveglianza, in quella macchina che ha assistito all’incidente e non si è fermata, nel locale dove Antônia ha trascorso la sua ultima notte. Sembra un giallo, ma non lo è. Non ci sono soluzioni all’enigma o spiegazioni dell’impensabile: è la vita che prende strade inaspettate e segue percorsi imprevedibili. Antônia non sarebbe dovuta morire, ma è morta lo stesso. Senza nessuna logica che tenga.

Biliardo sott’acqua mette in scena il trauma del lutto e lo declina secondo sensibilità e toni differenti. C’è la tristezza cosmica di Bernardo, l’amico innamorato, l’intellettuale ingenuo che cerca spiegazioni pur avendo paura di ciò che può scoprire. C’è la rabbia feroce di Camilo, il fratello allo sbando, quel ragazzo che tutti si aspettavano che un giorno sarebbe morto in un incidente stupido, ubriaco e incosciente, come ubriaca e incosciente è stata invece Antônia. C’è lo stupore incerto del Polacco, il proprietario del bar, che ha visto Antônia crescere bella e vivace in una famiglia disagiata, come un fiore tra le macerie, credendo che non sarebbe appassito mai. E poi ci sono tutti gli altri: la giornalista che sa più di quanto non voglia ammettere, il bambino che ha visto l’auto schiantarsi, il compagno dell’università che non si sarebbe mai aspettato di trovare la sua foto tra le vittime di incidenti stradali.

Ciascuno di loro racconta il suo punto di vista in prima persona, in un collage di personalità differenti che parlano con toni sempre diversi e personali. Bernardo è astratto e vago, ragiona per metafore e ricordi lontani, talvolta poco utili per comprendere il presente, ma frutto di un flusso di pensiero lasciato spesso a briglia sciolta. Camilo è concreto, duro e incattivito con il mondo, preferisce l’azione nuda e cruda al pensiero logico. Il Polacco ha un’anima nostalgica, pensa al passato perché il presente glielo ricorda costantemente, tant’è vero che il suo arco narrativo segue una strada diversa da quello degli altri personaggi, rimandando a un peccato d’amore giovanile.

L’unico comun denominatore tra i vari personaggi è la generica convinzione di valere meno rispetto ad Antônia. E lei, paradossalmente, è il personaggio di cui si sa di meno. Viene idealizzata e ammirata, come una creatura superiore capitata casualmente nelle vite sporche e insignificanti dei vari narratori. L’unica evidenza empirica – il fatto che Antônia non fosse perfetta – viene costantemente negata. Anche quando la realtà comincerà a fare capolino dalle ingenue investigazioni sull’incidente, Bernardo e Camilo preferiranno chiudere gli occhi e fingere di non aver visto niente, per non intaccare il ricordo di Antônia.

L’autrice gestisce con grande sapienza il coro di voci da cui prende forma una storia tutto sommato comune, quasi banale nella sua plausibilità. Un solo evento, diversi punti di vista: anziché giocare con un possibile relativismo delle prospettive, Bensimon ha preferito costruire una struttura unitaria in cui ogni voce aggiunge un tassello alla storia. Quel che varia è la sensibilità del singolo, la sua reazione a qualcosa di sconvolgente e l’interpretazione che vi attribuisce.

In Brasile, quest’esperimento narrativo è stato ripetutamente premiato dalla critica. Un giusto riconoscimento per un’autrice che è riuscita, nella sua semplicità, a trattare l’universale sentimento della perdita ancorandolo all’unicità di ogni singolo personaggio.

Anja Boato

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