Sigrid Nunez: la morte e l’alano arlecchino

L’amico fedele – Sigrid Nunez
(Garzanti, 2019 – trad. di S. Beretta)

81W7i9bxzLLUn giorno, quando avevo diciannove anni, mi hanno telefonato per dirmi che mia nonna era morta. Aveva l’Alzheimer e già da un anno e mezzo non ricordava più i nomi delle persone, neanche il mio. Poco dopo, neanche due settimane, era diventato evidente che la grande casa in cui avevamo vissuto – due piani e una miriade di stanze che agli ospiti non era concesso vedere – era diventata troppo grande: gli anziani erano morti, i giovani erano quasi tutti partiti. Chi era rimasto mangiava in silenzio, furtivamente, a quello stesso tavolo che aveva ospitato, fino a non molto tempo prima, pranzi infiniti, litigate furiose, pianti, risate e tutto il naturale corredo della vita famigliare.

Sono stati loro, quelli che erano rimasti, a portare in casa la gatta. All’inizio era piccola come un palmo e inciampava sui suoi passi. Mangiava tutto quello che trovava, vomitava sui tappeti, si attaccava alle caviglie, mordeva. Ogni volta che tornavo da Torino la trovavo un po’ cresciuta, notavo le abitudini e i ritmi della famiglia che cambiavano, si adattavano alle sue esigenze: quella porta che rimaneva sempre chiusa se no la gatta entrava, quel divano su cui non ti ci potevi sedere perché era della gatta. All’inizio ho avuto il sospetto di una invasione di campo: come se quella creatura sgraziata e un po’ ottusa stesse rompendo il silenzio, mancando di rispetto a chi in quella casa aveva vissuto per novant’anni e adesso non c’era più.

E tuttavia – non so spiegare precisamente come e quando – il mio odio è diventato presto una specie di affetto. Dal dolore della perdita sono passato a una fase nuova, che non so ancora definire, senza dubbio più luminosa, che non credo avesse a che fare né con il perdono né con il dimenticare. Tornavo a casa e la trovavo lì, una gatta inconsapevole e un po’ in sovrappeso, sdraiata sulla sedia che era stata di mia nonna, e curiosamente la cosa non mi dava più fastidio, mi sembrava naturale, quasi doverosa. E in modo totalmente contraddittorio rispetto a quello che avevo sempre considerato il mio approccio razionale al mondo, ho cominciato a parlarle.

Chi non ha mai avuto un animale un minimo ingombrante, come un gatto o un cane, non può capire questo fatto che ti viene da parlargli. Che ti aspetti che un minimo capisca cosa gli vuoi dire: e probabilmente capisce davvero. È uno dei motivi per cui queste creature entrano nelle case in lutto; sono in grado di sostituire chi c’era, ma anche di farlo rimanere: sono presenze umane, anzi molto di più. Non sanno parlare, non hanno priorità sofisticate, ma sanno raccogliere il dolore. Ciò che si crea allora è una intimità impossibile da accostare a qualsiasi genere di rapporto umano; un rapporto idilliaco, come dice Milan Kundera.

Per Sigrid Nunez può diventare addirittura una forma di amore. Questo succede quando l’animale non solo entra in una casa in lutto, ma è lui stesso portatore di quel lutto. Come Apollo, l’alano arlecchino di L’amico fedele: un cane mansueto, silenzioso, che si è trovato ad aspettare il padrone davanti alla porta per ore, senza sapere che era andato a suicidarsi e non lo rivedrà mai più. Allora si crea il ponte di luce: Apollo è lasciato in eredità a un’amica del padrone, la voce narrante del romanzo, che lo ospita in casa con la naturale riluttanza dovuta alla dimensione esagerata della creatura. Si avvicinano con circospezione l’uno all’altra, e poco alla volta cominciano ad accogliersi: due solitudini che si custodiscono, delimitano e salutano a vicenda.

Nel romanzo la storia di questa relazione donna-cane viene raccontata senza drammaturgia, nei suoi momenti quotidiani e irrilevanti, come sarebbe nella vita vera. Apollo che dorme sul letto, Apollo che distrugge sistematicamente un libro di Knausgård, Apollo che non abbaia mai e per strada – per fortuna – piscia senza alzare la zampa. E nel frattempo il tessuto della narrazione si arricchisce di ricordi e riflessioni: sul valore di una letteratura autobiografica, sul senso dello scrivere, sul senso del dolore – il flusso di coscienza della nuova padrona di Apollo, che è anche una scrittrice.

Allora si può dire che L’amico fedele è un romanzo ma anche qualcos’altro: un saggio, o piuttosto un insieme di saggi, un diario putativo di Sigrid Nunez. È l’ulteriore esempio dell’attenzione della narrativa di oggi nei confronti della vita vera, e allo stesso tempo una riflessione sulla necessità di scrivere e sulla necessità di scrivere di se stessi. La struttura a paragrafi brevi – che ricorda molto L’amante di Marguerite Duras, per fare un solo nome – ci permette di scivolare senza quasi rendercene conto tra un pensiero e un’immagine: riceviamo il libro in modo impressionistico, un po’ per volta, senza che la pagina precedente sia funzionale a quella successiva, e così mescolato ce lo ricordiamo una volta che abbiamo finito di leggerlo.

Tutto questo è vero – agli addetti ai lavori, non a caso, verrà facile inserire questo romanzo in un filone di narrativa che in questi anni va particolarmente di moda, e che trova i suoi esponenti più glamour in Emmanuel Carrère, Annie Ernaux o nello stesso Knausgård, i cui romanzi Apollo distrugge quando la padrona non è in casa. Ma a me ciò che è rimasto impresso è prima di tutto la storia del rapporto tra una donna e un cane. Commovente come quella di Hachiko, ma molto più vera. L’amico fedele è un libro che racconta in modo meraviglioso e potente quella indicibile forma di vicinanza che si crea tra uomini e animali, l’inconsapevole cura del lutto, l’attenzione, l’incontro di due solitudini, il dolore assoluto e irrimediabilmente umano che proviamo quando il nostro cane muore: nonostante ai nostri tentativi di conversazione lui non abbia mai risposto.

Pierpaolo Moscatello

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