Il senso del potere nel teatro di Miller e Camus

Un itinerario di comparazione
tra Il prezzo di Arthur Miller e Caligola di Albert Camus

 

Negli anni Trenta, mentre l’Europa si avviava, sotto la spinta delle dittature, verso il periodo più buio del Novecento, gli Stati Uniti subivano gli effetti della Grande Depressione. Da una parte uomini soli al comando, dall’altra il denaro: entrambi, al pari del caso, esercitavano su tutti un potere irrazionale e incontrollabile.
A posteriori, Albert Camus e Arthur Miller trassero spunto da questi due eventi per tracciare, con testi teatrali ambientati in epoche diverse, una riflessione più ampia e universale sul rapporto tra potere e desiderio.
Caligola (1944) lo fa alla luce del contrasto tra l’ampiezza delle aspirazioni e l’effettiva limitatezza delle possibilità umane.
Il prezzo (1968), in aggiunta, sviluppa la sua riflessione a partire dal sogno americano e da quella concezione distorta di meritocrazia che deduce il valore e il successo di un individuo dal suo status sociale ed economico.
Entrambe sono forse state oscurate agli occhi del grande pubblico rispettivamente dalla fama dei romanzi di Camus e del testo che aveva consacrato Miller,
Morte di un commesso viaggiatore.

Ma ancor più che intorno al nesso tra potere e desiderio, il fulcro della riflessione di Camus e di Miller ruota intorno al peso che potere e desiderio possono esercitare sui rapporti sociali, sulle relazioni umane, sui fraintendimenti e soprattutto sulle scelte. I rapporti che legano questi elementi appaiono talmente intricati da non lasciare il lettore-spettatore tanto sicuro di aver trovato alla fine una soluzione. Caligola e Il prezzo sono costruiti come domande, e non come risposte, anzi, come veri e propri enigmi il cui equilibrio sta nel passare a più riprese da una convinzione ormai apparentemente assodata al suo contrario.

Le storie che fungono da impalcatura ai concetti portati in scena trovano nei loro protagonisti le due facce di un medesimo sistema: da una parte chi ha il potere e dall’altra chi non ce l’ha, l’imperatore Caligola per l’opera di Camus e l’uomo comune Victor per Il prezzo – nome in termini etimologici piuttosto ironico per uno sconfitto. Di per sé le trame si dispiegano in percorsi abbastanza semplici e lineari, ma è a scavare nel testo che si coglie la complessità delle due pièce.

Caligola, colpito dalla morte inaspettata della sorella e amante Drusilla, si convince dell’insensatezza della vita umana, troppo breve per le aspettative che promette e governata dalla logica irrazionale del puro caso. Decide allora di seguire anche lui questa logica e, nel seguirla, di essere a sua volta logico fino in fondo – termine chiave in tutta l’opera, “logico” –, quindi di esercitare un potere arbitrario e irrazionale, per sostituirsi a un destino crudele e colmare la distanza che lo separa dall’onnipotenza del caso.
Il cinquantenne Victor, invece, lavora come funzionario di polizia fin da quando era giovane, da quando cioè ha rinunciato agli studi a vantaggio del fratello Walter, meno dotato di lui, per poter salvare dalla povertà della Depressione il padre, un ricco imprenditore fallito. Victor si trova a fare i conti con tutto questo nel momento in cui la demolizione dell’appartamento del padre morto da ormai sedici anni lo costringe a rincontrarsi dopo tanto tempo con Walter e a vendere i mobili di famiglia trattando con il bizzarro antiquario Solomon.

Entrambi gli autori fanno entrare in gioco il potere come mezzo o come stimolo, mai del tutto come fine. Persino Caligola, nel cui personaggio si potrebbe intravedere lo spettro di Hitler, ha un che di nobile, a suo modo, persino nell’errare. Chi legge si trova di fronte un Caligola a tratti convincente seppur nelle sue tesi disumane, a sé vicino e per questo terribile e fascinoso. Tanto è vero che Camus in più occasioni accosta le aspirazioni dell’imperatore a quelle della letteratura, e la sua figura a quella del giovane poeta Scipione, un personaggio nel quale è facile pensare che l’ autore abbia in parte ritratto se stesso.

«E tuttavia, qualcosa in me gli somiglia. La stessa fiamma ci brucia il cuore»1 confessa Scipione, e più avanti aggiunge: «La mia disgrazia è capire tutto»2. Il Caligola di Camus non è il pazzo che gli storiografi hanno raffigurato, ma una persona ambiziosa e sensibile al dolore e alle promesse dell’esistenza, forse: è difficile distinguere se l’invito reiterato a comprenderlo da parte dei personaggi a lui vicini sia solo ironia drammatica o contenga una qualche sincerità.

La differenza tra l’imperatore e i poeti consiste solo nel potere del primo di rendere concreti gli incubi e i desideri che i secondi creano nella finzione. Tutto il potere che, quasi all’improvviso, con la disillusione della maturazione («Com’è amaro diventare un uomo!»3) e della morte di Drusilla, Caligola scopre di avere fra le mani, lo spinge a volergli dare un senso, a trovargli un’utilità, e quindi a desiderare di più: «A cosa mi serve questo potere tanto straordinario se non posso cambiare l’ordine delle cose […]?»4.

Allo stesso modo, è il confronto con gli altri (specialmente Walter), con la loro condizione di supremazia economica e con l’occasione perduta di avere una vita diversa, a pungolare i desideri di Victor e di sua moglie Esther, a rendere l’ultima tanto insistente a proposito della vendita dei mobili e a scatenare buona parte delle discussioni della coppia, che nel corso di tutta l’opera appare chiaramente usurata dal tentativo di tacere un’esistenza trascorsa nella costrizione. «Non riusciamo mai a dimenticarci dei soldi […] ma a quanto pare non li vogliamo davvero»5, esclama Esther nel primo atto.

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Mentre Caligola non trova un senso al suo potere politico nel quadro più ampio dell’insensatezza della vita umana, Victor non trova un senso alla sua vita stessa, un nesso tra le sue scelte di sacrificio, abnegazione, impegno e i risultati deludenti che ne sono derivati: «Guardo la mia vita e trovo il quadro generale del tutto incomprensibile. Conosco tutte le ragioni e tutte le ragioni e tutte le ragioni, e sommandole… il nulla»6. L’interesse di Esther è orientato più al denaro, e all’autorità, alla sicurezza di coppia e al benessere che ne seguirebbero; il rimpianto di Victor trova il punto di maggior dolore nella consapevolezza di aver rinunciato per sempre al desiderio di terminare gli studi.

Perché, se il potere è un mezzo o uno stimolo, il fine, per i personaggi di Camus e Miller, è tante cose insieme: realizzare i propri sogni, ottenere una liberà totale, trovare amore e riconoscimento; in poche parole, essere felici in maniera assoluta, sereni. E la mancanza di senso nel mondo che abitano o, se un senso c’è, la loro inettitudine nel comprenderlo, rende impossibile quella felicità. In altri termini, è il bisogno di chiarezza che spinge i due personaggi a tentare – invano, naturalmente – di aggirare l’impossibile.

«Ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualcosa di dissennato, forse, ma che non sia di questo mondo»7 sostiene Caligola, e di fronte alla crudeltà irrazionale del governo del caso, del destino o degli dèi, sceglie di liberarsi della sua limitatezza umana proprio abbracciando la loro logica. Ovvero, spera di porsi al di sopra del loro arbitrio governando come loro fanno, arbitrariamente. Caligola cerca di compiere l’impossibile, perché ciò che è possibile, plausibile se esercitato da un’entità che trascende la condizione umana, non lo è se esercitato da un uomo; addirittura si auspica di aprire gli occhi ai suoi sudditi sulle insensatezze che a lui si sono rivelate.

Victor imbocca la strada opposta: una volta rifiutato il potere, lo rifiuta per sempre. Si irrigidisce in una sorta di ideologia anticonformista, votata al disprezzo della corsa al benessere ma chiusa in se stessa, poco umile e molto autoreferenziale, che trae la propria forza dal vittimismo. Il vittimismo di Victor a sua volta legittima la vanificazione dei suoi progetti, lo assolve dalle sue responsabilità e lo rende l’eroe del sacrificio. Victor non cerca di compiere l’impossibile in atto, ma solo in potenza: cerca cioè di costruire per sé l’immagine di colui che, se la sorte si fosse dimostrata meno ingrata nei suoi confronti, avrebbe potuto avere un’esistenza splendente di successi.

Caligola e Victor reagiscono dunque in modi diversi, ma secondo la medesima strategia, a lungo termine fallimentare, peraltro. Una strategia che sposta la riflessione di Camus e Miller su un piano squisitamente meta-teatrale: la menzogna.
Caligola, anche quando mette in scena la propria trasfigurazione sotto forma di Venere, sempre uomo resta. Non a caso, appena i sudditi superano la paura e si organizzano contro di lui, l’imperatore si trova spacciato.
Victor, per sfuggire all’idea di essere stato sfruttato dal padre e di averlo permesso pur consapevolmente, architetta una realtà dei fatti parziale rispetto alla visione complessiva che emerge dal dialogo col fratello, il quale al contrario assicura di aver abbandonato i parenti per evadere dalla trappola di un ambiente familiare incentrato sul successo piuttosto che sull’affetto. «Noi ci inventiamo, Vic, per cancellare quello che sappiamo»8 spiega Walter verso la fine dell’opera.

«A ogni uomo è permesso di recitare le tragedie celesti e diventare dio. Basta indurirsi il cuore»9. Il significato della frase con cui Caligola si rivolge al giovane Scipione risiede nella consapevolezza che, per anteporsi agli dei, è necessario rinunciare alla propria umanità. La qual cosa, come tutte le altre scelte, implica delle conseguenze: «Ovunque ci accompagna lo stesso fardello di futuro e di passato!»10, ed è proprio quel fardello che ci rende irrimediabilmente uomini e limitati. Tutto ha un prezzo – «C’è un prezzo che si paga»11, e da questa battuta di Victor deriva il titolo dell’opera, che bene si adatta a una miriade di interpretazioni.

Miller lo materializza sotto forma di elemento scenico: un’enorme quantità di mobili affolla la scena, mobili che vanno venduti prima che sia troppo tardi, il cui costo cambia a seconda dei punti di vista proprio come il passato a seconda che sia Victor o Walter a raccontarlo: sarebbe facile applicare la filosofia usa-e-getta di Solomon tanto agli oggetti quanto alla vita («Più lo puoi buttare via, più è bello. La macchina, i mobili, la moglie, i figli… tutti devono essere usa-e-getta»12), ma spesso il passato lascia segni indelebili.

E poi c’è un altro costo: il valore delle cose che si hanno già e che non serve desiderare. Una felicità parziale, umana, ma sicura, che chi insegue il potere rischia di compromettere. Cosa scegliere? In che termini misurare questo valore e questo prezzo, che importanza dare loro, per confrontarli?
I due testi sembrano fermarsi qui e qui aprirsi al dialogo con la personale visione del lettore-spettatore. È forse proprio Solomon a suggerirci di ridimensionare la questione: tutto viene considerato secondo parametri relativi, e alla fine della vita, comunque sia, di mobili e ripensamenti non resta niente. Il consiglio non ci raggiunge in maniera esplicita, ma come una confidenza sussurrata in un orecchio alla fine dello spettacolo: con una risata, ironica, eppure stupida e vuota, che Salomon fa da solo, nello stomaco di un appartamento in demolizione, di fronte a un vecchio disco di Laughing Record.

Elisa Ciofini


1 Albert Camus, Caligola, trad. Camilla Diez, Bompiani, 2018, p. 120
2 Ivi. p. 120
3 Ivi. p. 38
4 Ivi. p. 39
5 Arthur Miller, Il prezzo, trad. Masolino D’Amico, Einaudi, 2015, p. 17
6 Ivi. p. 20
7 Albert Camus, Caligola, op. cit., p. 20
8 Arthur Miller, Il prezzo, op. cit., p. 85
9 Albert Camus, Caligola, op. cit., p. 98
10 Ivi. p. 85
11 Arthur Miller, Il prezzo, op.cit, p. 76
12 Ivi. p. 33

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