“Kintu”, la saga di una nazione

Kintu, Jennifer Nansubuga Makumbi
(66thand2nd, 2019 – trad. E. Benghi)

kintuEra da tempo che un libro non mi immergeva in un mondo e in una storia come è riuscito a fare Kintu, il romanzo d’esordio dell’ugandese Jennifer Nansubuga Makumbi. L’autrice ha conseguito un dottorato in scrittura creativa alla Lancaster University nel Regno Unito, questo romanzo è la sua tesi ed è stato pubblicato per la prima volta nel 2014. Dal 2019 Kintu è disponibile anche nelle librerie italiane, nelle traduzione di Emilia Benghi, per 66thand2nd.

Kintu è stato acclamato come primo romanzo nazionale dell’Uganda e paragonato alla Trilogia del Crollo di Chinua Achebe per la Nigeria – opera che peraltro viene citata nel testo. La monumentalità dell’opera giustifica certo questa dicitura, ma in realtà il romanzo destruttura totalmente l’idea di identità nazionale dell’Uganda, mettendone in scena la storia e le divisioni. Se da un lato viene sviscerato il tema dell’appartenenza, dall’altro la sua declinazione patriottica si disintegra davanti ai confini costruiti a tavolino dai bianchi: il villaggio in cui si svolge il cuore della vicenda è territorio ugandese e non tanzaniano solo per pochi metri.

Kintu è il ppokino, governatore, di una regione ai confini del Buganda. È il 1750 e deve mettersi in viaggio verso la capitale per rendere omaggio al nuovo ba kabaka, il re. Durante il viaggio suo figlio adottivo muore accidentalmente dopo aver ricevuto uno schiaffo sulla testa da Kintu: l’uomo, distrutto dal senso di colpa, non troverà il coraggio di confessare la morte del ragazzo al padre biologico che, intuita la verità, getterà una maledizione su tutta la stirpe di Kintu. È l’inizio del declino del ppokino: presto tutta la sua famiglia troverà la morte e lui stesso si troverà a vagare in preda alla follia.

La storia di Kintu è l’antefatto del romanzo, cui seguono quattro parti che introducono il lettore a quattro dei discendenti di Kintu che vivono ai giorni nostri, nel 2004. La maledizione è la consapevolezza che aleggia sul racconto, non perché i personaggi ne siano direttamente consapevoli, ma perché il lettore ne riconosce i segni in alcuni elementi ricorrenti. Prima di tutto i gemelli, sacri per la tradizione, e in particolare le gemelle. Nessuna coppia di gemelli che entra nella narrazione ha un destino lineare e fausto: morte, incesto, divisione, povertà sono in agguato a tormentarli.

Un altro elemento comune ai quattro protagonisti è l’incertezza sulle loro origini tormentate. Orfani, figli di stupri, abbandonati: ognuno di loro è alla ricerca di una madre o di un padre e fatica a impersonare questo ruolo con i propri figli – quasi l’inquietudine dello spirito di Kintu, patriarca di tutti loro, fatichi a lasciarli in pace.

Accanto al realismo magico di una terra affascinante e misteriosa scorre tuttavia la Storia, che contribuisce a dare un’impronta più circostanziata alla tragicità delle vite che sono raccontate. L’HIV è uno spettro angosciante che miete vittime in quasi tutte le famiglie e la situazione politica è ancora sanguinante dopo la guerra civile e la dittatura di Idi Amin, che ha segnato profondamente la vita dell’autrice stessa. 

Emerge il ritratto di un paese diviso su più fronti, un Africastein” messo insieme dai colonizzatori e abbandonato a sé stesso, pieno di contraddizioni e scissioni: prima tra tutte quella tra diverse etnie, poi quella religiosa. Il conflitto più evidente è quello tra la religione tradizionale e il cristianesimo, imposto dai colonizzatori e spacciato per la religione della civiltà, della carità e del progresso. La situazione dei musulmani viene toccata di striscio e l’ateismo è impersonato dal personaggio di Miisi Kintu, forse quello dei protagonisti in cui è più facile identificarsi: colto e istruito, Miisi vede nella religione tradizionale un mezzo per affermare l’identità africana contro quella imposta dall’alto dai bianchi, ma la guarda sempre con scetticismo, non vi si abbandona e non rinuncia alla sua razionalità.

L’irrazionale tuttavia è pronto a irrompere sulla scena. Questo avviene sopratutto nell’ultima parte del romanzo, in cui i filoni narrativi si intrecciano e i discendenti di Kintu tentano di spezzare la maledizione. Nessuno dei personaggi di cui sono state raccontate le vicissitudini nelle pagine precedenti crede che tale maledizione esista davvero; ognuno di loro ha però avuto a che fare con fenomeni inspiegabili e dolorosi e spera segretamente che i riti della tradizione possano dargli pace.

«[…] uno non può rendersi conto di essere vittima di una maledizione se non viene a contatto con delle condizioni di vita diverse dalle sue. Voglio dire che se vivessimo da soli, chiusi nel nostro mondo maledetto, per noi la maledizione non esisterebbe.» [p. 401]

Le parole che l’irrequieta Suubi, una delle protagoniste, pronuncia al raduno famigliare costituiscono per me una chiave di lettura importante del romanzo: saga famigliare, storia di una nazione, racconto avvincente e metafora dell’irrazionale come maledizione e dono.

 

Loreta Minutilli

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