“Raggia”, “scantu” e “surci”: ecco la Sicilia di Linda Barbarino

La Dragunera, Linda Barbarino
(il Saggiatore, 2020)

In un video pubblicato dalla sua casa editrice, il Saggiatore, Linda Barbarino siede al tavolo da pranzo, apre un’agenda e ne estrae una vecchia lettera, custodita con cura evidente. All’interno della lettera, quasi un telegramma, il mittente afferma, «da conosciuto a sconosciuta, alle sue scontentezze di provinciale esiliata», dicendo di non poterle dare altro che «un illusorio conforto a parole», rassicurandola sul fatto che «sarà il tempo a compierla, a darle coscienza di maturità e di persona».

Linda Barbarino conserva la lettera, «una cosa bella» dice. Sì, perché oltre alla bellezza delle parole, c’è l’importanza del mittente, che risponde al nome di Gesualdo Bufalino, cui la giovane Barbarino aveva scritto a seguito di una conferenza che l’autore siciliano aveva tenuto nella scuola in cui lei insegnava. Insegna ancora, Linda Barbarino, italiano, latino e greco in un liceo classico di Enna, dove è nata e vive. E oggi, ad almeno venticinque anni da quella lettera, esordisce con La Dragunera, romanzo finalista nell’ultima edizione del Premio Calvino.

La dragunera, nel dialetto siciliano, è la «tempesta di vento e acqua», ma all’interno del romanzo è il soprannome che il paese ha affibbiato a una «magara», una giovane donna che, oltre ad avere chissà quali poteri occulti, ha l’ardire di attraversare le vie a testa alta, «annacata sui tacchi», senza vergogna e senza paura. Una presenza scomoda, sinistra, che si insinua nelle agresti vicende dei Rizzuto, gente cui il nero sotto le unghie si è impresso come un tatuaggio, regolati all’interno di una famiglia di stampo patriarcale così composta: Don Tano, il dispotico e ostinato pater familias; Donna Angelina, sua consorte, devota più ai santi che al marito, con il quale ingaggia lotte sulla gestione della casa; e infine i due fratelli, i Caino e Abele di una Sicilia rurale e arcaica, per certi aspetti grottesca, che rispondono al nome di Paolo e Biagio. Il primo passa la sue giornate tra «femmine e travaglio, travaglio e femmine», mentre il secondo, dopo un’esperienza nel lontano nord Italia che gli ha valso la reputazione di scansafatiche, vive la sua tragica parabola di figliol prodigo, ovvero torna a casa e reclamare i propri diritti: è proprio lui che, senza neanche interpellare la famiglia, quasi ne fosse stato stregato, osa sposare la dragunera, gettando lo scompiglio all’interno dei Rizzuto.

Ma la protagonista eponima non è l’unica presenza femminile all’interno di questo breve romanzo, quasi novella: c’è infatti anche Rosa Sciandra, «una brava fimmina, peccato che faceva la buttana»: orfana, cresciuta a pane e miseria, a fare quel mestiere ci si è ritrovata, costretta per sopravvivere. E una buttana che fa? «Si piglia l’amore che resta», quello che Paolo le concede prima, durante e dopo i loro incontri; un amore mai detto, mai neanche pensato con il sussidio della ragione, alle volte espresso sotto forma di vampate e impeti incontrollabili, altre teneramente taciuto, vergognosamente celato; un amore che, si capisce, semplicemente non può essere.

L’amore, dunque, ma non solo: le vicende dei Rizzuto si alternano tra odio e rancore viscerali, come solo i sentimenti innaffiati dallo stesso sangue, che scorre in corpi avidi della stessa «robba», sanno essere. D’altronde, le vite nei campi dei protagonisti persistono in un microcosmo in cui l’esistenza tutta è appesa al filo dell’imponderabile, in cui una notte troppo fredda può ammazzarti di fame e mandare in malora il lavoro di una stagione, o peggio di una vita.

È un piccolo affresco di sentimenti umani, La Dragunera, animato da personaggi ferini, animaleschi, disgraziati più di ogni altra cosa, in cui il lettore può scovare  il lato oscuro della propria umanità, quello fatto di motivi e impulsi difficili da confessare anche a sé stesso. È nelle ombre del grottesco che Barbarino prima cela e poi svela una caricatura dell’essere dell’umano, la sua origine animale nel senso etimologico del termine, che lo porta a sottomettersi a «raggia» e «scantu», rabbia e paura, i due moti irrazionali dell’uomo, quelli che più lo riconducono alla bestia.

Ciò che più affascina del romanzo, tuttavia, è senza dubbio alcuno la sua lingua: un impasto di italiano e dialetto siculo che suona sporco e allo stesso tempo lirico, in piena sintonia con personaggi e vicende, un miscuglio che rifugge il folklore e l’esotismo, questi sì, mostri che si annidano negli armadi degli scrittori che si cimentano con tale materia; una voce che descrive, anzi costruisce un mondo, pietra su pietra, crepa su crepa, dalle case diroccate infestate di surci fino alle menti, diroccate e infestate anch’esse, dei personaggi; un mondo arcaico, sì, tipicamente rurale, certo, che forse non esiste più, o non più in questo modo, d’accordo, ma che ha il pregio di dare vita a un’opera coerente e matura, che si inserisce coscienziosamente nel lungo e prezioso filone della narrativa siciliana; un’opera, per tornare alle parole di Bufalino, di quellache fu  una «provinciale esiliata», e che oggi è una scrittrice compiuta.

Ignazio Caruso

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