Il mondo secondo Savelij, gatto e filosofo

Il mondo secondo Savelij, Grigorij Služitel’
(Francesco Brioschi Editore, 2020 – Trad. Sydney Vicidomini)

bri_il_mondo_secondo_savelij2_388_1_tmbLo sguardo degli animali è misterioso, enigmatico, sembra venire da un mondo completamente altro rispetto al nostro: “Se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”, diceva Wittgenstein. Al netto dei nostri ossessivi tentativi di umanizzazione degli animali sembra impossibile dar loro voce, poiché hanno un “linguaggio” che segue altre logiche ed una sintassi differente. In letteratura la scelta di narrare partendo dal punto di vista animale è ardita, perché richiede di assumere un punto di vista sul mondo assolutamente inedito. È questa la sfida che intraprende il giovane russo Grigorij Služitel’ col suo romanzo d’esordio Il mondo secondo Savelij, pubblicato da Francesco Brioschi editore, in cui un gatto ci racconta la sua vita spericolata per le vie di Mosca.

Savelij nasce in una palazzina dell’800 ormai in completo disfacimento, nel vecchio quartiere Taganka sulle rive del fiume Jauza. Vive con la madre e le sorelle in una scatola di Chiquita marce che gli fa da culla, mentre del padre ha solo sentito parlare (del resto il detto “Mater semper certa pater numquam” vale anche per il mondo dei felini). La sua infanzia è felice e spensierata, Savelij osserva il mondo con incanto e adora la musica, in particolare il concerto l’Amoroso di Vivaldi ascoltato ossessivamente da un vicino di casa, che fa da colonna sonora ai suoi primi giorni di vita. L’idillio finisce quando viene portato via da Vitja, un adolescente timido che sarà solo il primo di una numerosa serie di padroni dai quali il protagonista finirà sempre per scappare, un po’ per irrequietezza e un po’ per curiosità verso altro. Questa smania di cambiamento lo condurrà in molti luoghi, lo troveremo tra le altre cose addetto alla derattizzazione della Galleria Tret’jakov e membro di una comune di gatti.

Savelij ha una peculiarità: vede sin da quando era nel ventre materno, e per tutto il romanzo non fa che osservare, ma soprattutto riflettere e raccontare storie. Conosce ogni minimo dettaglio delle vite presenti e passate dei padroni, scandaglia con accuratezza l’animo degli uomini, questi esseri che compatisce e che hanno il tremendo vizio di usare i gatti per tappare i buchi della loro anima. Gli umani sono pieni di contraddizioni, vivono la vita come una continua competizione, seguono mode assurde e per riconciliarsi con sé stessi si divertono in modo scoordinato, postando foto sui social per attirare l’attenzione e «coprire almeno temporaneamente la propria spaventosa nudità interiore».

A fare da specchio alla miseria del paesaggio umano sono le vie di Mosca, forse tra le vere protagoniste del romanzo, nelle quali ritroviamo l’angoscia e il disorientamento della Russia contemporanea, con la sua corruzione e i problemi di immigrazione (Savelij a un certo punto si ritroverà in casa di alcuni clandestini kirghisi). Il fiume Jauza, strada maestra del percorso di vita di Savelij, si fa emblema di questo paesaggio desolato e senza presente.

«Eccola, la Jauza. Corrente flebile. Timido affluente. Arteria sonnolenta. Retroscena. Zona d’ombra. Che cosa nascondi sul tuo fondo? Quali decreti, quali rescritti conservi? Dove sono le truppe i cui vessilli marcescenti si disciolsero sul tuo letto melmoso? Arrugginiscono nella sabbia i tamburi di guerra. Il fragore delle vittorie passate increspa le onde tue scure. Vecchi motivi dimenticati si annodano tra le alghe. Nel vento risuonano clavicordi scordati. Si perdono tra i pesci barzellette ritrite che da tanto tempo ormai non fanno più ridere nessuno. Quanto sei brutta. Debole, sterile Jauza. Sei una tata decrepita, ma non ti licenziano perché gli fai pena.» (p. 28)

Il tono malinconico si unisce ad una serie di registri con cui Služitel’ gioca spesso, mischiando quello poetico, filosofico e persino giovanilistico (sentiamo i felini esclamare «Fico!»). Ma ad essere messa in gioco è la stessa forma romanzo in quanto lo scrittore russo sembra voler dar vita ad una sorta di meta-romanzo, un grande catalogo di un’esistenza: ciò spiegherebbe la scelta di inserire alcune immagini durante la narrazione, ma anche la nota iniziale in cui si avvisa il lettore che il racconto non seguirà il buon senso né l’ordine cronologico. Eppure questa rottura delle convenzioni è eccezione più che regola: ad esempio, nel momento in cui Savelij incontra la sua anima gemella, Greta, l’io narrante si sdoppia, quasi a dimostrare la complicità tra i due; mentre a circa metà del romanzo la voce narrante cambia per una ventina di pagine per poi ritornare al nostro Savelij. Il problema di queste “isole di sperimentazione letteraria” è che disorientano il lettore senza arricchire il racconto di nuovi significati, inficiando inoltre la coerenza dell’impianto generale del romanzo.

Nel leggere “Il mondo secondo Savelij” ho avuto l’impressione che in esso ci fossero troppe cose. La voglia di Služitel’ di narrare storie e la sua fervida fantasia rendono il nostro gatto una miniera di racconti che però non sempre hanno un senso nell’economia del romanzo, anzi ne fanno perdere la direzione. Lo sguardo di Savelij è carico di nozioni, ci stupiamo per la quantità di cose che questo gatto conosce (così come i suoi compagni di viaggio): cita la Bibbia e il mito, apprezza Hegel e nomina Dio. Lo scrittore russo vuole forse riprendere il celebre gatto Murr di Hoffman, ma in realtà finisce per depotenziare la scelta dell’animale-narrante, privandolo della purezza di sguardo e rendendolo quasi un pretesto narrativo.

Per queste ragioni il mondo raccontato da Služitel’ non “fa” mondo, cioè non rappresenta una dimensione altra nella quale immergerci, ma è un mondo animale che, pur essendo molto critico nei confronti di quello umano, è ad esso speculare e non fa che riprodurne le dinamiche. Il risultato è un ibrido tra fiaba e romanzo filosofico, ovvero la famosa “via di mezzo” che, in letteratura come nella vita, non è mai del tutto soddisfacente a percorrersi.

Giacomo De Rinaldis

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