Di profeti e di audaci: “Anatomia di un profeta” di Demetrio Paolin

Anatomia di un profeta, Demetrio Paolin
(Voland, 2020)

Anatomia di un profetaAnatomia di un profeta non è un romanzo. È un romanzo soltanto nella misura in cui Demetrio Paolin rinuncia alla pretesa di spiegare in termini filologico-teologici un testo che ha la pretesa di rivelare delle verità in termini mistici – il libro biblico dedicato a Geremia. Anatomia di un profeta non è ed è tante cose insieme – un breviario, un prosimetro, uno Zibaldone di autofiction. Il tutto a dispetto di un’idea di fondo chiara e semplice: dal suicidio dell’undicenne Patrick scaturiscono le riflessioni che hanno segnato la vita di un Paolin personaggio.

L’opera è fortemente caratterizzata dalla polimorfia, di genere come di stile, nonostante la quarta di copertina lo faccia passare come un romanzo lineare, comune. Di fronte all’assenza di materiale narrativo, ai voli pindarici da un aforisma all’altro – se così si possono definire certi passaggi –, davanti alle soluzioni grafiche ballerine, ho percepito l’insorgere della me più conservatrice contro quelle forme di sperimentalismo narcisiste e insicure che nascono dalla necessità dell’autore di imporsi con qualsiasi mezzo d’artificio sulla naturalezza della propria opera. Con Anatomia di un profeta, mi sono ritrovata sin dalle prime pagine a dover sfidare questo pregiudizio, riuscendoci a metà.

L’originalità di Anatomia di un profeta non risiede nella sua natura ibrida. Al contrario, questo aspetto rispecchia ad arte l’ambizione alla “literary fiction” che fa frizzare di estasi gli ambienti più radical chic dell’editoria, sempre alla ricerca di voci “forti”. Un libro audace però genera scandalo, dibattito, non consenso indiscusso. Da questo punto di vista, credo si possa leggere nel mio stesso scetticismo (isolato, a quanto ho potuto indagare) un complimento verso l’opera di Paolin.

Paolin infatti, seppur nell’autoreferenzialità – l’io è l’elemento preponderante e fondante di tutta l’opera –, riesce a sua volta a ritagliarsi una dimensione narrativa personale e originale, non riconducibile a quegli aspetti di sperimentalismo forzato che di primo acchito sono stata tentata di scorgere nell’opera. La carta vincente del libro è il suo svilupparsi come un pellegrinaggio, con il sudore e la gioia che ne conseguono. Anatomia di un profeta agisce sul lettore l’effetto di un innesto in un albero: che gli piaccia o no, lo possiede e lo altera, e così cambiandolo gli insegna a vedere in maniera diversa le cose, compreso il libro che ha di fronte.

Allora il lettore, sul finire di questa metamorfosi e nello sguardo retrospettivo che getta sul cammino appena percorso, incontra elementi che prima non era stato in grado di notare. Primo fra tutti, ciò che differenzia Anatomia di un profeta da tanti altri libri fuori dagli schemi, è una consapevolezza profonda circa quello che si è scritto e quello che si vuole scrivere. Anatomia di un profeta, seppur nel caos delle tracce di un evidente ed evidentemente sofferto labor limae, si rivolge al lettore con una certa solidità di contenuti, degno premio per il lavoro di ricerca che l’autore sembra aver condotto.

Paolin parla con la sicurezza del profeta cui vengano dettate le leggi celesti, e al contempo dimostra un’ostinazione certosina nel ribadire, nell’alternare voci, nel sondare i propri materiali e nell’incastrare i contenuti in quell’apparato macchinoso di note e appendici che rende palpabile al lettore la fatica che questo libro può aver richiesto. Non un’opera dentro l’opera, ma un suo prolungamento da essa imprescindibile: ogni minimo ingranaggio di tale apparato mantiene una tensione costante con gli altri e con l’opera, che in questo modo getta in pasto al lettore una marea di spunti di riflessione. In Anatomia di un profeta c’è tanto, forse troppo perché l’autore non sembri perdere le redini della sua idea unitaria di progetto. Su tutto domina il trinomio Dio-male-morte: come conciliare l’esistenza delle tre cose?

La riflessione sul suicidio sembra assumersi l’ingrato compito. Il suicidio è un atto profetico di libertà assoluta, che porta davanti a gli occhi di tutti l’abnegazione di qualcuno di fronte alla necessità di salvezza. La salvezza è il risultato di una violenza inevitabile, di un confronto diretto con la morte: il Dio di Paolin non si mostra con i contorni edulcorati di un catechismo per bambini. Il Dio di Paolin è Dio di carne, Dio di male quanto di bene, Dio che distrugge Gerusalemme e costringe Geremia a farsi sua voce. D’altronde, suicidio è per Paolin anche la passione di Cristo, che si è preso su di sé il male per il bene degli altri.

Bene e male non sono dunque l’uno l’effetto dell’altro, ma due entità in una giustapposizione priva di perché. Ed è in quell’abisso senza perché, da cui Dio stesso proviene, che Paolin si tuffa per osservare a occhi bene aperti la morte e il male nel loro non senso. Un male che, nell’universo religioso di fisicità creato dall’autore, passa per la bocca di Dio e dei suoi profeti – da qui una lunga serie di riflessioni metaletterarie sempre pronte a farsi avanti nel corso dell’opera. Fede significa per Paolin superare quell’abisso con un salto, amare ugualmente ciò che si sa già che morirà, e salvarlo dalla morte con la fiducia.

Ma al di là delle sperimentazioni e del troppo, in Anatomia di un profeta c’è anche qualcos’altro, qualcosa che si fatica a spiegare come Geremia fatica a spiegarsi Dio. E questo qualcosa si rivela soprattutto in quei momenti, più semplici e sinceri, in cui l’autore abbandona la veste di “vate” si concentra su un concetto, uno solo, per rendere l’idea che si è preposto. Per esempio nella quarta appendice, il tentativo di suicidio di Stefania, la lettera di Kierkegaard, la morte dei pesci per ebollizione. Ne nascono piccoli illuminanti punti luce nell’oscurità di un qualcosa troppo composito per non lasciare l’interpretazione nel dubbio.

In Anatomia di un profeta c’è qualcosa che va oltre a tutto il resto, che lascia indecisi sul proprio giudizio di gradimento. Non so se la mia perplessità sia dovuta al fascino che l’ignorante subisce nei confronti dell’erudito o a sincera ammirazione, con la conseguente soggezione nel commentare quest’opera. Fatto sta che Anatomia di un profeta è un libro che dà fastidio, che mette in crisi. E a me questo fatto, che per un libro debba fare a pugni con me stessa, sta (abbastanza) bene.

Elisa Ciofini

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