Nella provincia del perturbante: la poesia di Pasquale Del Giudice

Piste ulteriori per oggetti dirottati, Pasquale Pietro Del Giudice
(Edizioni Ensemble, 2019)

Incredibilmente distopico seppur rassicurante è l’universo disegnato dalla mente di Pasquale Pietro Del Giudice nella sua raccolta poetica d’esordio dal titolo Piste ulteriori per oggetti dirottati, pubblicata nel 2019 da Edizioni Ensemble. Attraverso un’idea di poesia molto originale, almeno per quanto riguarda il contesto italiano, Del Giudice invita il lettore a sconfinare in un mondo solo in apparenza surreale, una realtà parallela in cui gli oggetti sono umanizzati e gli umani oggettivizzati. È solo esplorando simbioticamente queste “piste ulteriori” del cosmo oggettuale che si può percepire l’essenza del mondo, lasciando spazio alle possibilità veritative dell’immaginazione. Come fa notare esplicitamente l’autore attraverso uno dei testi-manifesto della raccolta:

«Innamorato dell’inanimato, del cosmo domestico
di vasi, bottiglie, sedie, mensole
torno sulla strada dell’immaginazione,
la mia specie mi fa specie, adoro invece
intrattenermi con le suppellettili, con la fragilità
delle superfici, con le forme, con i materiali»

Riflettendo su tale scelta concettuale, non può non venire in mente la relazione persone-oggetti caratterizzante l’universo proustiano, in particolare in Dalla parte di Swann, primo libro di Alla ricerca del tempo perduto: «Forse l’immobilità delle cose che ci circondano è imposta loro dalla nostra certezza che si tratta proprio di quelle cose, e non di altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti». E infatti il pensiero di Del Giudice (e che cos’è la poesia se non la forma più pura del pensiero?) è tutt’altro che immobile, scorre in maniera quasi elastica, schiudendo sguardi nuovi sul mondo circostante:

«sono innamorato
dell’alterigia dei malati di pudicizia,
della soddisfazione ultima degli esibizionisti,
del sadismo impunito di questa scrittura
che gode e frusta se stessa, che lascia segni
ecchimosi sul culo bianchiccio della pagina.»

Questa limpidezza ed elasticità di sguardo è un elemento comune a molti poeti che, come Del Giudice, hanno una formazione filosofica (pensiamo fra gli altri specialmente a Biagio Cepollaro, a Italo Testa e a Paola Nasti), segno ulteriore di quanto poesia e filosofia, entrambe attività umane fondate sulla ricerca del giusto equilibrio fra meditazione e silenzio, rappresentino in ultima istanza due facce della stessa medaglia.

Con evidenti rimandi alla poesia contemporanea francese, e in particolare a una figura enigmatica e di rottura come Christophe Tarkos, purtroppo ancora poco conosciuto in Italia se non per l’intensa e condivisibile opera di promozione del gruppo GAMMM, la poesia di Del Giudice incede come in preda a una sorta di sindrome ossessiva di accumulazione di metafore che, portate all’estremo, attivano le cellule neuronali e le sinapsi attraverso cui percepiamo il mondo. Il flusso costante di parole è organizzato nella forma di prose poetiche che non hanno perso il vizio del verso e dunque del ritmo. Il risultato è un “linguaggio altro”, un cortocircuito idiomatico scandito da una punteggiatura volutamente scoordinata che ha l’unico scopo di offrire un appiglio durante lo sprofondamento:

«Sgranchisco la lingua,
la faccio battere sul palato
emulando suoni della natura,
della fauna terrestre ed aliena,
la metto a dura prova con fonemi
inesistenti, giochi consonantici
fuori dal recinto del significato
come un decerebrato, un generatore,
automatico di linguaggi altri»

Ciò che più colpisce nella poesia di Del Giudice è la capacità argomentativa dei testi: teorie filosofiche e pensieri socio-antropologici complessi vengono distesi efficacemente lungo le pagine, senza per questo svilire la trama di suoni-significati e di unità ritmico-metriche che sono alla base di qualsivoglia composizione poetica. Grazie a una tecnica enfatica applicata nella sua dimensione magico-rituale, Del Giudice rifugge alla minaccia del “già detto” e alla tentazione dell’enigma, sempre incombenti in poesia. Il rischio di una simile tecnica di accumulazione enfatica, che l’autore a tratti non riesce a evitare, è ovviamente quello dell‘eccesso. Nonostante si tratti di un rischio calcolato e consapevole, la raccolta nel suo complesso avrebbe tratto beneficio da alcune amputazioni logico-sintattiche: il taglio di qualche nesso, l’assenza del soggetto o dell’oggetto, l’emersione del silenzio, la recisione di alcune parti del discorso, in particolare quelle più astratte, sono espedienti essenziali per la messa a fuoco della visione. Dire di più dicendo di meno è l’essenza stessa della poesia.

Al di là di tali eccessi, quella di Del Giudice è una poesia concreta che, fondata quasi interamente sul principio dell’enunciazione linguistica, risulta estranea alle solite opposizioni teorico-formali tra prosa e poesia, tra lirico e sperimentale, tra leggibile e illeggibile. A contare sono soprattutto le percezioni. Se è vero come ha scritto Gustavo Adolfo Becquér che «il ricordo che lascia un libro è più importante del libro stesso», dell’esordio poetico di Del Giudice resterà indelebile il perturbamento derivante dalla sensazione di immergersi in un abisso percettivo senza via d’uscita.

«Corteggia meticolosamente la negatività
il pericolo di sprofondare,
riportando in superficie
i reperti dalla compagnia della morte
volti come risarcimenti
personaggi, singolarità recalcitranti
nella rivolta impossibile della minorità,
nei panni di subculture metropolitane
nella provincia del perturbante
in paesaggi post-atomici
nella spaesatezza, indizio e amuleto
di una differenza, un’estraneità alle macerie,
all’intreccio di norme naturali e giuridiche
biopolitica e biopotere.»

 

Emmanuel Di Tommaso

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