Intervista ad Andrea Pomella sul suo ultimo romanzo: “I colpevoli”

icolpevoliibsDopo Anni luce, selezionato nella dozzina del Premio Strega 2018, e L’uomo che trema, memoriale della propria malattia o, come l’autore definisce la depressione maggiore, «cattivo umore», lo scrittore romano Andrea Pomella torna in libreria con I colpevoli (Einaudi, 2020). Nel romanzo l’autore affronta il suo percorso di riconciliazione con la figura paterna allontanatasi ben trentasette anni prima a seguito di un divorzio burrascoso, costruendo così la sua personale lettera al padre e indagando concetti quali colpa, tradimento, vergogna alla luce della propria condizione di figlio prima perso, poi ritrovato. In quest’intervista l’autore ci racconta alcuni aspetti del suo libro, oltre che della sua scrittura.

Per cominciare a parlare de I colpevoli, vorrei partire da L’uomo che trema: nel libro dici che hai vissuto l’età adulta oscillando tra due condizioni: l’abbandonante e l’abbandonato. Dopo aver incontrato nuovamente tuo padre a distanza di trentasette anni, com’è cambiata la tua percezione di questi due poli?

La percezione è rimasta invariata: abbandonare e essere abbandonati allo stesso tempo è la condizione da cui prendono avvio entrambi i libri, è per così dire l’antefatto. Ne I colpevoli insisto molto sull’ambivalenza di certe condizioni, come tradire ed essere traditi. Credo che abitarle entrambe sia il requisito essenziale.

Il tuo personale conflitto col padre comincia a partire dal suo tradimento, perdita e conseguente assenza. Eppure, in tanti anni la vostra lontananza è stata sì fisica, ma non mentale: ne I colpevoli dici che hai sempre avuto un «modello astratto» con cui entrare in conflitto. Quando tuo padre è tornato, cos’è successo a questo modello astratto?

Il modello astratto a cui mi riferisco è qualcosa di molto simile a un’ombra incombente, un’ombra che col passare del tempo diventa sempre più grande e minacciosa. È l’ombra dei non detti, delle cose taciute, dei tabù. Il grande potere della letteratura è di saper dare un nome alle cose, di sottrarle al buio per restituircele sotto una luce naturale, di farle esistere concretamente. In questo la letteratura è nemica della paura. Nel caso del padre de I colpevoli si tratta di un uomo in carne e ossa che interviene a sostituire un’ombra, una pura astrazione che si eleva a individuo.

La tua prosa è trasparente e cristallina: non sono molti gli elementi che lasci in ombra, sia quando scandagli te stesso, sia quando nel romanzo analizzi fonti altrui. 

Non credo all’idea (molto diffusa) dello scrittore che deve lasciare ampio spazio all’immaginazione del lettore. Credo ancor meno all’idea secondo la quale un libro è scritto per metà dall’autore e per metà dal lettore stesso. Io mi assumo la responsabilità dei miei libri, me l’assumo per intera, non intendo scaricare questa responsabilità sul lettore. È per questa ragione che nella scrittura cerco di essere il più esatto possibile.

Un’immagine simbolica che nel romanzo torna spesso è quella della montagna, su cui fai convergere molteplici significati: come ci hai lavorato e a quale scopo?

In realtà è una concordanza di cui mi sono accorto mentre scrivevo. Il padre come montagna appare in una poesia di William Pitt Root, un poeta statunitense che amo molto e di cui non esistono traduzioni italiane, e poi ancora in una canzone di Tim Buckley. I sentimenti che sprigiona una montagna sono ambivalenti: da una parte è una protezione di natura che ci tiene al riparo dai venti, dall’altra è un ostacolo da oltrepassare.

La scrittura di sé è soprattutto un processo di reinvenzione creativa del proprio materiale esperienziale. Come si relaziona questo materiale al fattore tempo?

Sono profondamente convinto che la scrittura di sé sia una scrittura del tempo presente, anche quando recupera storie del passato. È sempre il presente che comanda. A volte, come è successo nei miei ultimi due libri, mi lascio trascinare nel flusso del tempo, racconto le cose quasi in presa diretta, mentre accadono. Trovo che sia un esercizio di scrittura molto affascinante. Ancor più affascinante è la reinvenzione creativa di ciò che sta accadendo ora. Il rischio (in verità molto alto) che si corre è di finire per vivere in funzione della scrittura. Ma la sfida è tutta nel mantenere su piani separati l’uomo e lo scrittore.

Nel romanzo rievochi molte memorie del quartiere di S., dove hai vissuto fino a ventitré anni: che funzione assegni a questo spazio all’interno della storia?

Ci sono luoghi nella nostra esperienza umana che persistono e si impongono fino all’ultimo giorno di vita. Dopo averli abitati, diventano scenari simbolici, psicologici, in alcuni casi artistici, sono lo spazio entro cui arrediamo i nostri pensieri, le nostre relazioni, i nostri sogni e la nostra vita presente. Quei luoghi rappresentano spesso per uno scrittore il cosiddetto immaginario, sono i ghiacciai perenni della propria anima. Per me S. è sostanzialmente questo.

È centrale ne I colpevoli il tuo percorso di acquisizione di un nuovo linguaggio, quello della comprensione e del perdono, ed è con il tradimento che sembra compiersi questo processo di apprendimento. Tradimento e colpevolezza possono esser dunque visti come forme d’empatia?

La tesi di fondo del romanzo è che la colpa è un territorio da attraversare, ma è anche qualcosa che spinge i confini umani un po’ più in là. Per comprendere un torto subìto, e quindi per perdonare, occorre attraversare quel territorio e non limitarsi a osservarlo col binocolo da una cima lontana. La colpa, a differenza della vergogna (il tipico sentimento delle antiche società guerriere), ha in sé la possibilità della redenzione. Il perdono non può essere il frutto di una concessione, ma di una profonda comprensione. Solo in questo caso può dirsi autentico.

Nel romanzo ti soffermi su Kafka, Leopardi, Martin Pollack, Jeff e Tim Buckley, tutte voci che, prima di te, hanno affrontato il loro personale conflitto con il padre: a quale scopo ti affidi a loro?

Nei miei libri non mi limito a considerare separati gli aspetti dello studio e della scrittura. Perciò tendo a includere le mie letture preparatorie nella storia. Esse sono parte integrante del tempo che voglio raccontare, appartengono a quella storia e sono in tutto e per tutto momenti di vita.

Il tuo romanzo condivide a pieno l’onestà e verità della Lettera al padre di Kafka, in cui si descrive la dicotomia di cui molti figli sono vittima: il genitore è da un lato temuto, dall’altro amato. Com’è stato rieducarsi ad essere figlio di un padre dallo «sguardo umile e raddolcito» ma, come tutti i genitori, anche capace di ferire, de-formare?

Nelle relazioni con le persone ci rieduchiamo in continuazione, per tutta la vita non facciamo che ricalibrare noi stessi in funzione dell’altro. Certi rapporti vanno in malora quando le ricalibrazioni divergono, questa divergenza è ciò che chiamiamo incomprensione. Vivere in fondo è praticare uno sforzo continuo di comprensione.

Da bambini non si hanno gli strumenti per poter comprendere certe dinamiche nel rapporto con i nostri genitori, o i loro conflitti. Si cerca di comprendere, e salvarsi, da adulti. In questo senso, per te quale ruolo svolge la scrittura?

L’unico ruolo che attribuisco alla scrittura è quello di interpretare la realtà e dare voce alle storie. Non ho mai chiesto alla scrittura di salvarmi, o peggio ancora, di curarmi. Se la mia scrittura finisce per avere sui lettori questi effetti – diciamo – collaterali, ne sono ben felice. Ma non scrivo mai con questo obiettivo, per così dire, terapeutico. Lo troverei sminuente.

A cura di Angela Marino


Foto in copertina dell’autore libera da diritti

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