Negli atomi di tempo di un dio disarmato

Andrea Pomella, Il dio disarmato
(Einaudi, pp. 248)

Quando un romanziere decide di affrontare in maniera diretta un fatto storico o un importante evento nella storia collettiva, lo fa spesso per ricostruire. Con uno sguardo che non è né quello storico né quello giudiziario, il romanziere si affeziona al contesto, lavora perlopiù alla definizione di sentimenti e percezioni comuni che in altre “ricostruzioni” non emergono. Non sembra però questo l’obiettivo di Andrea Pomella, scrittore romano che dopo tre fortunati romanzi autobiografici (Anni luce, add; L’uomo che trema e I colpevoli, Einaudi) piega verso una narrazione meno concentrata su di sé. Ciò che sembra interessare a Pomella è piuttosto la cadenza microscopica degli eventi, dei movimenti, delle piccole anse che la Storia ha contribuito a formare, fino a mostrarsi in modo incontrovertibile in via Fani. Il dio disarmato (Einaudi), infatti, è un’opera narrativa su e dentro l’attentato e il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Il cuore della narrazione sono i pochissimi minuti che, in via Fani il 16 marzo 1978, determinarono il corso della storia italiana. 

I fatti sono noti: la mattina del 16 marzo 1978, appunto, pochi minuti dopo essere uscito di casa, appena dopo un rapido passaggio alla parrocchia di San Francesco d’Assisi a Montemario, Aldo Moro viene rapito da un commando della Brigate Rosse e la sua scorta (cinque persone) viene trucidata. Da lì seguiranno 55 giorni di detenzione e poi l’uccisione di Aldo Moro, il cui corpo sarà ritrovato in via Caetani, sempre a Roma, nel cofano di una Renault 4 rossa. 

In questo breve e sommario riassunto è assente ogni aspetto umano, ed è ciò che talvolta viene meno nelle ricostruzioni degli storici. Pomella sembra dirci di non abbandonare – neppure nel passato, in ciò che sembra immodificabile – l’umanità coinvolta nella storia, poiché è in quella che risiede uno specchio all’interno del quale poterci guardare. Per farla riemergere, lo scrittore romano dilata il tempo fin quasi a fermarlo, facendolo diventare uno spazio enorme e permettendo così alla coscienza di un uomo contemporaneo di entrarci dentro. La narrazione segue Moro durante la notte precedente l’attentato, fino al momento in cui viene caricato nell’auto dei brigatisti. Una decina di ore in tutto, un unico fascio di nervi che conduce al momento in cui iniziano i 55 giorni di prigionia. I minuti che Aldo Moro passa sul divano la sera prima dell’attentato, in attesa del rientro di suo figlio Giovanni, vengono scandagliati secondo per secondo. Il momento in cui l’Alfa 130 svolta da via Stresa in via Fani, viene fatta fermare da un’auto che la precede e poi subisce l’agguato dei brigatisti travestiti da piloti dell’Alitalia, è dilatato e tutti i particolari, anche quelli apparentemente insignificanti, vengono illuminati dalla scrittura. 

Questo processo porta all’emersione del non-detto, di ciò che è automatico, di quel che avviene in noi quasi senza controllo, di tutto quello che non viene mai verbalizzato eppure fa parte del nostro vivere. In questa apertura quasi esasperata (ma mai eccessiva) del tempo, fino a raggiungerne gli atomi più indivisibili, l’operazione di Pomella ricorda quella di Karl Ove Knausgard. Non a caso, anche in quella enorme biografia (La mia lotta, in 6 voll., Feltrinelli), lo scrittore norvegese spaccava i secondi in parti ancora minori, inseguendo come una chimera la follia del paradosso zenoniano; come se questo entrare negli istanti ci dimostrasse l’essenziale assurdità delle cose, il loro essere composte da una infinità di concause a cui mai si viene a capo. 

Ma ora la stanza in cui dorme Luca prende corpo. Il silenzio è così fitto che quasi riesce a sentire il tumulto del cuore. Respira? Accende la lampada da comodino. Il viso del nipote sorge come un’alba, la pelle bianca simile a una pittura fiamminga, i tratti soavi e distesi, le manine strette intorno al fazzoletto della nanna, il «nannifero», come lo chiamava Fida da piccola. […] Trattiene il fiato a sua volta, finché non percepisce sotto la mano un cedimento esile eppure continuo. Il petto del bambino scende placido e calmo, rimbalza su un piano invisibile e ricomincia a salire. (p. 29)

La struttura del libro, però, non è didascalica come si potrebbe immaginare: la non consequenzialità dei capitoli forma dei “quadri” che compongono una mostra, delle isole che solo a uno sguardo più alto rientrano precisamente in un arcipelago che millenni fa era un pezzo di terra unico. In questa alternanza trovano spazio digressioni dello scrittore sul mestiere di scrivere un libro, osservazioni oggettive di via Fani oggi, trascrizioni di articoli di giornale o trasmissioni televisive. Un modo per non lasciare il contesto totalmente escluso dalla narrazione, ma soprattutto per ribadire la grammatica che accompagna tutto il libro. 

Questa, come detto, si inserisce nell’interstizio che c’è fra la verità storica, la verità giudiziaria e i ricordi delle persone coinvolte. Questi tre ambiti, infatti, non esauriscono la totalità delle spiegazioni, le motivazioni e la realtà di ciò che è accaduto, lasciando uno spazio prezioso alla narrazione. Ma anche il libro di Pomella non riesce a spiegare tutto, per una strutturale finitezza della narrazione che non può abbracciare ogni cosa. La realtà, in tutto il suo svolgersi e in tutte le sue pieghe, comunque alla fine sfugge e si trasforma. Su questo tema del divenire e della trasformazione ci sono le pagine più profonde del libro: una riflessione a voce alta del narratore che si applica a tutto ciò che racconta, al pensiero sempre in movimento del presidente della Democrazia Cristiana. 

Se tutto è in moto e in funzione del tempo, il mutamento è il vero scopo, il millimetrico, rigoroso scopo, il principio operante della natura. (p. 131)

E allora questo libro non è più (solo) il tentativo di mostrare cosa è successo in quegli istanti, piuttosto intende ricordarci che tutto è incontrollabilmente in caduta sopra ad altro, che a sua volta cadrà su altro e su altro ancora. La ricostruzione narrativa è un setaccio che vuole filtrare le cose, la caduta vertiginosa di queste sulla terra. Per farlo, Pomella utilizza una scrittura ricca, carica di similitudini e prese d’atto; egli non vuole solo mostrare ma anche spiegare, tenta di fissare contorni e confini, pur sapendo che ci sarà sempre un angolo oscuro che rimarrà tale. Lo scavo archeologico compiuto dall’autore, però, non ci abbandona a un destino fatale, semmai ci conferma che fermarsi al primo strato delle cose non è solo riduttivo ma anche ingiusto.

Saverio Mariani

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