Tre punti di vista sulla fine del mondo: intervista agli autori della “Trilogia della catastrofe”

TrilogiaDellaCatastrofe_COPERTINA-e1576872095477Trilogia della catastrofe è un libro molto particolare per diversi motivi.
Innanzitutto, è un testo composito, all’interno del quale gli editori hanno voluto comporre «qualcosa di più simile a una sinfonia che a un resoconto», scrivono nella premessa, poiché l’oggetto di cui si parla in questo libro, la catastrofe, sarebbe secondo loro impossibile da raccontare. Hanno quindi scelto di mettere insieme tre punti di vista, molto diversi tra loro e volutamente parziali, del tutto arbitrari rispetto a una rappresentazione assoluta della catastrofe. All’interno del volume troviamo quindi tre «movimenti»: il principio, il durante e la fine.

Ognuno di questi capitoli è affidato a un autore diverso, rispettivamente: Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa. Ognuno dei tre ha trattato l’argomento scegliendo un tema molto specifico e con una tecnica e uno stile davvero distanti fra loro. Troviamo quindi la speculazione autobiografica, il reportage narrativo e il saggio giornalistico; il congresso di Vienna, il massacro indonesiano del 1965 e il problema ecologico e climatico contemporaneo. Questi argomenti e queste tecniche – che ho voluto qui riassumere grossolanamente per darne un’idea – passano però attraverso uno sguardo molto preciso di ognuno degli autori (non a caso, tutti narratori) trasformando questo libro in una riflessione più intima e profonda su di un concetto enorme e onnicomprensivo come la catastrofe.

Il tutto sottolineato dal fatto che il libro è introdotto e inframezzato da diverse definizioni di questa parola la cui aura è oggi presente in ogni momento del nostro quotidiano, come uno spettro.

Durante l’intervista intendo esplorare assieme agli autori di questa sinfonia alcuni dei concetti fondamentali che, secondo me, legano i tre movimenti andando a formare una sorta di, seppur parziale, anatomia della catastrofe.

 

Andrea Cafarella: Leviamoci subito dall’impaccio di affrontare l’idea che questo libro possa essere considerato come uno dei tanti instant book che troveremo negli scaffali in questi e nei prossimi mesi. Inutile nascondere, in questo caso, quello che viene subito in mente, vale a dire la catastrofe che stiamo vivendo in questo momento. Mi sembra tuttavia altrettanto inutile parlarne nel particolare, giacché credo che ognuno di voi sia stato in grado di fronteggiare i sentimenti che derivano dalla situazione attuale in modo del tutto analogico e proprio sotto questa luce vorrei condurre il discorso.

Inizierei quindi proprio da qui: cos’è la catastrofe per te? Un inizio degli inizi, un passaggio o una conclusione? O tutt’e tre le cose contemporaneamente? In che rapporto stanno queste tre proprietà? E, infine: in che modo questo libro ha cambiato o illuminato l’idea che avevi di questo concetto?

Francesco D’Isa: Direi tutte e tre le cose, ma senza l’illusione che siano bilanciate tra loro. Prendiamo l’ultima catastrofe disponibile, il Covid: è senz’altro un evento principalmente negativo, che pone fine – o perlomeno ostacola – molte attività, come per esempio turismo e ristorazione. Per molti lavoratori di questi settori la pandemia è un’apocalisse. Ma ci sono anche ambiti per cui è stato un inizio e un’opportunità di crescita; persino alcune tra le persone più danneggiate potrebbero trarre un qualche giovamento dall’obbligo a cambiar vita. È stato un passaggio evidente per chiunque, un cambio forzato e radicale di abitudini e idee.

Da un certo punto di vista una catastrofe è sempre una rivelazione, perché ci costringe a non ignorare l’eterno divenire di ogni situazione. Di fatto non esiste al mondo alcuna condizione realmente stabile, ma quando il mutamento è più drastico siamo costretti a notare come l’effimero permei ogni aspetto della vita. In questo senso una catastrofe è sia il peggior trauma che la migliore opportunità, in quanto è un evento che ci costringe a forzare le abitudini intellettuali e percettive con cui semplifichiamo la complessità del mondo. Personalmente mi auguro che possa far capire a molti/e che il cambiamento climatico è qui e non può più essere ignorato. Temo però che la maggioranza di noi continuerà ad appigliarsi ai consueti dispositivi psicologici che da millenni mettiamo in atto durante le crisi, rivelatisi perlopiù inadatti alle caratteristiche globali, ipercomplesse e fuori scala dell’Antropocene.

Per concludere, direi che per me questo libro è stata l’occasione di guardare il futuro senza pensare a quel che desideravo vedere. E il presente è una malaugurata conferma di tale visione.

Jacopo La Forgia: Nel saggio Del tragico, Karl Jaspers scrive: «L’essere ci appare nella frustrazione, nel fallimento. Nel fallimento l’essere non va perduto, ma al contrario si afferma pienamente, interamente. Non esiste tragicità priva di trascendenza. La stessa fierezza di affermar sé stesso, pur nella rovina, di contro il fato e gli dei, è, in fondo, una forma di trascendenza: l’uomo in tal modo, attinge la sua più vera essenza, ritrovando, nella catastrofe, il suo autentico io».

Non sono in grado di descrivere esaustivamente la catastrofe. È una realtà troppo complessa perché possa attribuirgli un significato preciso. Permea ogni aspetto della vita, dalle sue basi biologiche a quelle psicologiche, è elemento costitutivo della storia, della religione, della politica. Di conseguenza, nel mio saggio Costruire il risveglio non faccio un ragionamento sulla catastrofe, ma cerco di mostrare cosa ho visto nella catastrofe.

Per questo motivo, ho scelto di indagare uno dei più terribili disastri umanitari del novecento partendo dall’ipotesi che in fondo a esso si potesse rivelare una forza costitutiva; qualcosa o qualcuno che fosse capace di individuare nelle macerie sia ciò che bisognava riportare alla luce sia ciò che bisognava ricostruire da capo. Sono partito per l’Indonesia, insomma, seguendo un’intuizione.

Emmanuela Carbé: Prima di questo lavoro intendevo la parola catastrofe solo in accezione negativa. Credo che il volume mi abbia portato a una riflessione meno superficiale sul tema. Catastrofe forse è una concatenazione di eventi, né buoni né cattivi, che porta a esiti a cui non si è sufficientemente preparati come singoli individui o come collettività. Per ogni catastrofe possiamo almeno convenziolmente fissare un inizio, uno svolgimento, una fine. Nel mio pezzo volevo partire dalla semplice constatazione che ogni processo è l’esito di un processo precedente. Ma il primo?

AC: Mi sembra che il libro sia stato costruito soprattutto grazie a un lavoro registico degli editori molto presente e visibile. Come è avvenuto il dialogo con loro e tra di voi? In cosa ha consistito l’eseguire questa sinfonia di concerto rispetto a una scrittura solista?

FD: Sono sincero, non ho avuto accesso ai saggi di Emmanuela e Jacopo se non a libro completato ed ero a conoscenza solo dei loro argomenti. La riuscita del concerto è dunque merito dei due direttori d’orchestra, gli effequ. Noi abbiamo solo seguito la bacchetta.

JLF: C’è stata una prima fase, la scorsa estate, durante la quale gli editori mi hanno invitato a partecipare al libro sulle catastrofi e io gli ho parlato del mio progetto sull’Indonesia. Era un tema su cui ragionavo da diversi anni. Loro mi hanno spiegato di cosa avrebbero scritto Carbé e D’Isa e dato dei consigli sulla stesura del mio saggio. Poi, a novembre, sono partito. La grande bravura degli effequ sta nello scegliere voci compatibili tra loro, che si possano arricchire a vicenda e che soprattutto possono arricchire il lettore.

In fase di stesura non ci sono stati gli interventi. Gli effequ ripongono grande fiducia nel lavoro degli autori, e questo è un bene. Tale fiducia permette di lavorare in tranquillità, e per me questo è fondamentale. Quando vado sul campo mi trovo spesso a dover affrontare pericoli oggettivi: in questo caso, per esempio, c’era la possibilità che fossi seguito dall’intelligence indonesiana. Devo mantenere la mente lucida e attenta. E per farlo ho bisogno di calma assoluta.

EC: Credo anche io che l’esito di questo volume dipenda dalla scelta iniziale degli editori, che hanno forse immaginato un certo tipo di risultato quando hanno composto questo gruppo. Io sono ripartita molte volte da capo: l’idea iniziale era quella di parlare del Big Bang e nel corso dell’inverno ho iniziato a comporre una mimina bibliografia, ma anche a telefonare a qualche studiosa di discipline per me magiche, amiche dei tempi dell’università che ho sempre invidiato per quel bagaglio di conoscenze misteriose che non riesco nemmeno lontanamente a capire. Il non capire quasi nulla di matematica e fisica mi dà la sensazione infelice di non avere in mano strumenti fondamentali per stare nel mondo. Ad ogni modo non avevo alcuna competenza per fare questo lavoro, perciò vagavo come l’astronauta della vecchia pubblicità dell’Arbre magique (why mango?) chiedendomi come mi fosse saltata in mente la stupida idea di voler scrivere qualcosa sul Big Bang. Un giorno, mentre mi stavo crogiolando appunto sull’origine del mondo, mi ricordai di una mia vecchia teoria sul Congresso di Vienna, e nel contempo di un volume di Lavagetto, La cicatrice di Montaigne, sulla bugia in letteratura. Era come se tutto fosse già pronto. Nel frattempo a fine febbraio usciva per Laterza il volume di Francesco Guglieri, Leggere la terra e il cielo, un libro interessantissimo, chiaro, intelligente e ben scritto, che avrei dovuto leggere per tempo.

AC: (In questo caso ho chiesto anche agli editori di rispondere, in quanto interpellati in prima persona).

Silvia Costantino & Francesco Quatraro (effequ): Una volta capito che volevamo fare questo libro, contattati gli autori, assegnato i temi (ma questo è stato facile, sapevano già tutto di loro), il nostro ruolo in realtà è stato quello dell’attesa. Ovviamente Emmanuela, Jacopo e Francesco erano in contatto, ma ognuno ha lavorato per conto proprio, sapendo a grandi linee cosa avrebbero fatto gli altri. Quando abbiamo avuto i tre pezzi insieme, e dopo un editing saggio per saggio, abbiamo montato il testo con l’idea di chiedere agli autori di rileggere tutto ed eventualmente integrare i vari saggi, in modo che tra di loro risultassero più armonici e consonanti, ma abbiamo subito rinunciato: sarebbe stata una evidente forzatura laddove il tema è lampante, come tu stesso hai notato, e gli scritti, nella loro grande diversità, ci sono da subito apparsi perfettamente in armonia.

AC: Ognuno di voi, in modo del tutto diverso, attribuisce un ruolo cardinale alla memoria. È chiaro ed evidente nel reportage di La Forgia ma anche nei testi che lo precedono e lo seguono, trovo che sia davvero uno dei temi centrali. Così come la torsione della memoria in contrasto con la falsificazione dell’informazione, oppure ancora l’incapacità da parte dell’uomo di esserne toccato, in qualche modo. Che importanza hanno, nel raccontare una certa «verità», informazione e memoria? Come agiscono in rapporto l’una all’altra e nell’introspezione massificata della catastrofe?

FD: Un’osservazione e una domanda molto interessante. Un’analisi esterna e interna della memoria dimostra facilmente che questa è sempre una narrazione e assomiglia alla costruzione di una storia più che alla registrazione di una qualche verità. Se accettiamo l’esistenza di una realtà esterna al soggetto – su cui ho vari dubbi ma che qua non metto in forse – sin dalla raccolta dei dati c’è una selezione di una verità che in qualche modo è adatta all’uomo. Tutte le informazioni che non ci sembrano rilevanti (come le differenze individuali tra formiche della stessa specie, per fare un esempio) o che non riusciamo a processare (come eventi globali che tirano in ballo numeri enormi) sono automaticamente escluse dalla nostra memoria.

In quanto specie, il mutuo controllo e lo studio ci hanno insegnato a gestire alcune informazioni che non hanno alcun appiglio emotivo per la nostra capacità mnemonica, ma come singoli non riusciamo a farle nostre. È il caso del surriscaldamento globale, di olocausti mai vissuti o di eventi astronomici. Finché una cosa non ci tocca da vicino la memoria crede di trattare con dei fantasmi e non con realtà di difficile comprensione. Per questo motivo un genocidio come quello di cui parla Jacopo lascia un marchio nella memoria di chi non lo ha vissuto solo se viene narrato in modo coinvolgente come ha fatto lui. Ma di alcune cose – o per meglio dire di come funzionano alcune cose – non possiamo avere un’esperienza diretta o l’avremo quando sarà troppo tardi. Per queste cose credo che sia importante costruire una visione più che una storia; un simbolo concettuale tangibile, che, con qualche appiglio all’esperienza, possa rimanere impresso come un quadro o una parola.

JLF: nel caso del genocidio in Indonesia, memoria individuale e collettiva sono fondamentali per ricostruire la “verità” di quello che è accaduto. Ai massacri del 1965 è seguito un regime trentennale in cui è stata cancellata la memoria di ciò che era accaduto – a chi l’aveva vissuto in prima persona era vietato parlarne, e a chi era nato in seguito il passato veniva nascosto. È come se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale e in Europa fosse vietato parlare della Shoa. Come suggerisce Paul Ricoeur, e come riporto nel mio saggio, la storia scritta dagli storici completa, corregge e talvolta contraddice la memoria dei superstiti, dei loro antenati e dei loro discendenti. Il privilegio che la Storia non può sottrarre alla memoria è però quello di preservare – e anche costruire – la relazione con il passato.

EC: Memoria e informazione sono anche i due perni del mio pezzo. Mi piace ricordare il cortometraggio di Larissa Sansour, In vitro, che è stato anche proiettato nel padiglione della Danimarca all’ultima Biennale di Venezia. Questa è una storia molto vecchia che conosciamo bene, ma Sansour l’ha interpretata in modo ammirevole. Il film, ambientato a Betlemme, mostra gli esiti di un disastro ambientale, con la fondazione di una città per la sopravvivenza dell’uomo in sotterranei di cemento. Una delle due protagoniste è una sorta di clone che ha la funzione di archiviare le memorie dell’umanità, ma non conosce il passato e sente di essere parte di una finzione, anzi di una fiaba. Nel mezzo, passano sullo schermo frammenti di ricordi falsi e veri insieme di un mondo che forse c’è stato o forse no. L’altra protagonista, un’anziana, risponde che intere nazioni sono costruite sulle fiabe. In questo senso c’è un potere della storia, che non è solo “Storia” ma anche narrazione, intreccio di dati, costruzione del mondo attraverso la memoria, falsa e vera insieme, che mi affascina e mi sembra possa dare un qualche senso alle domande a cui tendenzialmente l’uomo non sa rispondere.

 

AC: Una cosa che mi ha molto colpito – a proposito di memoria e informazione – è l’uso che ognuno di voi ha fatto delle fonti e dei dati. Vorrei che me ne parlaste anche in relazione agli altri testi.

FD: Mi pare che abbiamo usato approcci molto diversi alle fonti. Io sono stato forse più classico, avendo scelto la forma del saggio narrativo. Jacopo ha avuto un approccio più da reporter e per Emmanuela le fonti sono state delle ispirazioni per tessere la sua rete di divagazioni.

JLF: Prima di realizzare il reportage, ho studiato a fondo quello che era successo in Indonesia, leggendo testi di storici, di antropologi, di sociologi, biografie di superstiti etc. Gran parte di questo materiale, però, non è citato direttamente nel mio testo. Ho deciso di rendere la lettura più scorrevole possibile perché voglio che Costruire il risveglio sia una sorta di porta d’accesso alla vicenda indonesiana, come è stato per me The act of Killing di Joshua Oppenheimer. In Italia e nel resto del mondo si discute poco di quello che è successo nel 1965 – nel mio saggio spiego perché. Sarebbe necessario parlarne molto di più.

EC: Sono d’accordo con Francesco. La citazione centrale del mio pezzo è da Aristotele, Poetica, da lì mi muovo su diverse fonti per parlare della bugia nella letteratura, di fiaba, di sovraccarico di informazioni e dati nell’era digitale, di memoria fotografica e di memoria della parola scritta, di scrittura e riscrittura.

 

AC: La grande differenza di tecniche usate in questo libro, mi ha fatto venire subito in mente una riflessione riguardo quest’ultimo periodo, durante il quale ho notato un ribaltamento: un proliferare di resoconti in forma scritta rispetto alle immagini. Dopo lunghi anni in cui invece l’immagine ha sicuramente assurto a un ruolo centrale nel raccontare i fatti dei nostri giorni. In quanti e quali modi si può raccontare la catastrofe? Visto anche che due di voi – che io sappia – si occupano di immagini, utilizzando anche tecniche differenti (D’Isa è artista visivo e La Forgia fotografo) mi piacerebbe sapere quali differenze fondamentali trovate nell’espressione mediante l’uno o l’altro mezzo e come, secondo voi, questi possano arricchirsi vicendevolmente.

FD: Credo che le due forme si intreccino spesso fino a diventare quasi indistinguibili – d’altra parte la scrittura nasce come pittura. Personalmente tutto quel che racconto viene prima visualizzato. Persino quando faccio della teoria, come in questo caso, “vedo” quel che dico, ma in forme più facili da descrivere che da disegnare. Sono pieno di quaderni e foglietti con disegnetti incomprensibili che rappresentano le mie “bozze” e che al primo sguardo sembrano gli schemettini che i pazzi e gli investigatori appendono alle pareti nei film. Durante la quarantena molte persone hanno sentito l’urgenza di mappare con la scrittura quel che stava accadendo, ma se le immagini sono state meno preponderanti è, credo, perché ci sono più persone che sanno scrivere di quante non sappiano disegnare (quanto alla fotografia, la quarantena imponeva interessanti ma severi vincoli).

Pagine instagram come @counterfuture o @iconografiexxi sono ottimi esempi di come alcune immagini rappresentino perfettamente il nostro secolo e si può dire altrettanto dell’opera di molti/e artisti/e. La mia convinzione è che i mezzi espressivi si ibridano proficuamente in base al modo e all’efficacia di veicolare un messaggio piuttosto che un altro.

JLF: Nel mio lavoro fotografia e scrittura si integrano. Sul ’65 indonesiano e sulla sua memoria ho realizzato sia il saggio pubblicato da effequ che un reportage fotografico. Per me è impossibile pensare la fotografia senza la scrittura e la scrittura senza la fotografia. Sarebbe come pensare l’immagine senza la parola o viceversa.

Sulle differenze fondamentali tra scrittura e fotografia ti posso dire che scrivere è per me molto più complicato che fotografare. Ho fatto diversi lavori nella mia vita, scrivere è di gran lunga il più arduo. Ho perso sei chili per realizzare questo saggio.
Come scrive Iosif Brodskij in Fuga da Bisanzio: «Nel ramo dello scrivere ciò che si accumula non è pratica ma incertezze».

EC: Sarebbe davvero interessante saperne di più sui dati prodotti e archiviati online negli ultimi mesi, ad esempio i dati su immagini, video, testi. Ho seguito con molto interesse i tweet dei turisti sulla Diamond Princess. Un americano, che mi ha ipnotizzato per giorni, pubblicava tweet con foto dei pasti ricevuti in cabina, allegando sempre un messaggio ironico ma pieno di gratitudine per i membri dell’equipaggio. In pratica stavo seguendo in diretta una situazione drammatica grazie a una continua narrazione fatta di immagini e testi mandati via tweet, e in questa narrazione c’era spazio per la vita normale, che è fatta prima di tutto di cibo, e poi di esercizi per tenersi in forma, canti, confessioni, sarcasmo e ironia. Più in generale il drastico aumento di memorie affidate al web mi ha dato da pensare, e mi scuso se vado fuori tema: mi chiedo ad esempio cosa ne sarà tra trenta, quarant’anni di tutto questo materiale nato digitalmente. Cosa accadrà ai video YouTube messi online in fretta e furia nelle ultime settimane? Come saranno percepiti tra qualche anno? Mi chiedo anche, ma ne so poco e forse la domanda non è corretta, se arriverà un momento in cui piattaforme come YouTube inseriranno delle tariffe fisse per lo storage dei dati; certo, in parte la suite di Google ha servizi a pagamento per l’archiviazione, ma questo processo, che abbiamo solo accelerato notevolmente, dove ci sta portando? Di quanti data center avremo bisogno tra un anno, due anni? Sono solo impressioni, perché non ho dei numeri reali e quindi non so bene se quello che dico abbia un senso, forse però la pandemia ha variato alcuni equilibri e nei prossimi mesi cambieranno necessariamente delle modalità di storage gratuito o semigratuito (per modo di dire, perché niente è gratuito) a cui siamo normalmente abituati.

Aggiungo poi, sul piano personale, che il problema non è solo quello dell’archiviazione ma anche di posizionamento di me stessa dentro una comunità virtuale. Se nel 2008 non avevo alcun problema a scrivere uno status su Facebook, oggi confesso di sentirmi un po’ a disagio. Quando clicco il pulsante invio una parte di me si chiede: ma sarà necessario produrre tutto questo rumore? Non ci sarà una qualche forma di violenza e pornografia nel mio voler o dover dire/mostrare per forza qualcosa a qualcuno? Ma a chi? E con quale linguaggio, con quali mezzi, visto che non siamo più nel 2008? Non sarà meglio un po’ di silenzio, per una maggiore sostenibilità dell’io e dell’altro?

 

AC: In tanti stanno ragionando sulla funzione dell’immaginazione. Penso a Matteo Meschiari e il suo La grande estinzione. Immaginare ai tempi del collasso (Armillaria, 2019) oppure la rubrica che conduce Edoardo Camurri sul Foglio: «2666». Loro tendono a dare all’immaginazione una qualità salvifica: solo immaginando il futuro possiamo prepararci a quello che verrà. Immaginare: può davvero salvarci?

FD: L’immaginazione è uno strumento e come tale può sia salvarci che distruggerci. È l’immaginazione che ci ha fatto costruire strutture sociali e utensili che ci hanno portato al collasso ecologico, così come quelli che in futuro potranno aiutarci. Anzi, a ben vedere l’immaginazione è “lo strumento degli strumenti”, perché è solo grazie ad essa che li progettiamo e costruiamo. Non la investo di doti salvifiche e tendo a guardarla senza esaltazione né condanna – al massimo con l’affetto che si attribuisce a una vecchia amica, in quanto si tratta di una delle caratteristiche peculiari della nostra specie.

È senza dubbio una caratteristica necessaria per risolvere i problemi che questa complessa epoca ci pone davanti, ma credo che prima ancora di una facoltà produttiva come l’immaginazione dobbiamo appellarci a una forza distruttiva, che demolisca le tare mentali che portano gli esseri umani a utilizzare il loro potere (poco o tanto che sia) con criminosa miopia.

JLF: sono d’accordo con D’Isa, penso le stesse cose.

EC: anche per me l’immaginazione salva e uccide insieme.
È salvezza e cura, a volte, è causa di nichilismo e non azione in altri casi.

 

AC: La cosa che più di ogni altra mi ha scosso in questo libro deriva dalla capacità che avete avuto, ognuno a suo modo, di ricondurre tutto il discorso a una riflessione molto intima. Avvicinando così il lettore a una conseguente riflessione su di sé. Da queste emerge sempre una sorta di incapacità, una pigrizia, una difficoltà di reazione, quasi la necessità dell’essere umano contemporaneo di ignorare i problemi. Ovvero quello che Mark Fisher descrive benissimo nel suo celeberrimo pamphlet Realismo capitalista (NERO, 2018). Siamo davvero incapaci di costruire un risveglio, oppure rimane una possibilità, seppur remota, che seguiremo il consiglio di Confucio di ricominciare a piantare gli alberi, nonostante la scusa dell’«è ormai troppo tardi» suoni come l’ennesimo alibi, per continuare a fumare e deforestare (eccetera eccetera), e così suicidarci lentamente?

FD: Mi piacerebbe moltissimo avere una risposta per questa domanda e nello spirito della Trilogia voglio provare a rispondere il più sinceramente possibile. Quella di cui parli è una questione di primaria importanza, ma al contrario di Fisher credo che non sia un problema dell’uomo contemporaneo, ma dell’uomo in generale. Non penso che sia possibile cancellare una caratteristica con duecentomila anni di storia in una manciata di anni, nonostante sia ormai evidente come negli ultimi decenni la nostra incapacità di affrontare dei pericoli certi, futuri e indeterminati sia diventata controproducente se non disastrosa. La speranza che ho è curiosamente riposta nel fatto che ormai il danno è fatto. E di fronte ai pericoli immediati – perché tali sono diventati – l’uomo (oltre al peggio) è in grado di dare il meglio di sé.

JLF: Conosco una ONG che lavora nei campi profughi e per rifugiati in Grecia e che si chiama Second Tree. Prende il proprio nome da un proverbio africano che dice: «Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo miglior momento è adesso». 

EC: sono mediamente disposta ad accettare qualsiasi cosa accada usando il principio della complessità del mondo e della complessità dei rapporti tra esseri umani. Qualsiasi cosa si faccia, l’ho imparato molto tardi ma avrei potuto capirlo anche a quattro anni giocando con le formiche, non piacerà a qualcuno, danneggerà qualcuno, farà del male a qualcuno o a qualcosa. Certo, l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà eccetera, ma sono portata per carattere a pensare in minuscolo, imparando ad accettare i miei insignificanti metri quadri a disposizione nel contesto del mondo; in quei pochi metri quadri cerco di essere il più possibile consapevole di fare del bene e del male, di fare cose non importanti, imperfette, incomplete, di fare del mio meglio ma anche del mio peggio, di essere nella perpetua contraddizione di atti misti che sono insieme atti di costruzione, distruzione, autodistruzione, eccetera.

SC&FP (effequ): Ci permettiamo una piccola incursione anche qui: una delle prerogative dei nostri saggi pop è proprio quella di fare divulgazione, autorevole e seria, in modo orizzontale, che possa arrivare ai lettori e alle lettrici di qualsiasi grado di competenza in una certa materia. Nel caso della Trilogia, si parlava di cose che sono da anni sotto gli occhi di tutti, cancellate, nascoste, urlate. Non sappiamo se sia o meno troppo tardi, ma se anche solo qualcuno, dopo la lettura di questo libro, decide di fare più attenzione al proprio impatto ambientale, o di guardare meglio al passato e a come si riflette nel presente, be’, qualcosa avremo fatto. E non sarà tardi.

A cura di Andrea Cafarella

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...